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LAZIO

NOTIZIE DA SABAUDIA

LE IDEE  DI ANTONIO BENCARDINO

          

 

OTTOBRE 2011 - LA DIGNITA’ NELL’UNITA’ D’ITALIA - Per il dizionario Treccani la parola “DIGNITA'” significa: “Condizione di nobiltà morale in cui l’uomo è posto dal suo grado, dalle sue intrinseche qualità, dalla sua stessa natura di uomo, ed insieme il rispetto che per tale condizione gli è dovuto e che egli deve a se stesso “.
Non è questa la sede per dissertare sull’essenza dell’uomo, tuttavia, possiamo discutere su come la dignità si manifesta e opera nelle persone che, coprendo importanti cariche, regolano e condizionano la vita d’interi popoli. Si pensi alla dignità dei Capi di Governo di quei paesi dove vige ancora la pena di morte; alla dignità del boia che uccide convinto di esercitare un lavoro dignitoso. In Italia non c’è la pena di morte ma, spesso, in alcune zone del Bel Paese, si rasenta la “morte civile” per l’abbandono da parte delle istituzioni a tutti i livelli.
Eppure l’articolo tre della Costituzione Italiana evoca le pari dignità di tutti i cittadini e dà chiaro mandato ai rappresentanti della “Repubblica” di creare le condizioni affinché l’uguaglianza sia attuata e rispettata: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini e ne impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Detto articolo e, purtroppo, tanti altri contenuti nella nostra Costituzione non sono rispettati perchè sconosciuti da una buona parte di chi dovrebbe interpretarli, rispettarli e farli rispettare: Capi di governo, ministri, senatori, deputati, sindaci, assessori, consiglieri, organi esecutivi e di controllo, eccetera. Conoscere, interpretare, rispettare, vigilare, ecc. sono tutti verbi che esprimono azioni strettamente legate alla “dignità” e alla “nobiltà morale” di ciascuno1. La dignità dell’uomo di governo, nel passato, è stata sempre stimolata dagli obiettivi che il governo si prefiggeva di raggiungere. Camillo Benso Conte di Cavour, che aveva come obiettivo l’unità d’Italia, per favorire l’esercito francese, a fianco dei piemontesi contro l’Austria, autorizzò in Lombardia l’apertura di case controllate dallo Stato per l’esercizio della prostituzione. La legge del 15 febbraio 1860 sulla prostituzione superò l’avvento della Repubblica proclamata nel 1946 e si aspetteranno una dozzina di anni, fino al 1958, perché la dignità del Parlamento italiano, in testa la senatrice Lina Merlin, da cui la legge prese il nome, abolisse la regolamentazione della prostituzione in Italia, con l'abolizione delle “case chiuse” e l’introduzione di reati intesi a contrastarne lo sfruttamento.
Oggi assistiamo a numerosi episodi che ripropongono una nuova interpretazione del concetto di DIGNITA’. Con certezza i comportamenti licenziosi di numerosi parlamentari, oltre che danneggiare l’immagine dell’Italia, confermano anche “stili di vita difficilmente compatibili con la dignità delle persone e il decoro delle istituzioni e della vita pubblica” come denunciato dal Cardinale Angelo Bagnasco, già Ordinario Militare per L’Italia e attuale Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI).
La licenziosità dei nostri governanti investe vari settori, dagli scandali Escort (prostitute di lusso) alle intermediazioni affaristiche; dai suggerimenti interessati di nomine e promozioni agli abusi d’ufficio e all’annullamento del merito; dalla bufala della secessione “padania” alle quote latte non pagate da circa trecento allevatori della Lega Nord, con grave danno alle casse dello Stato; dagli sproporzionati e anacronistici privilegi della “casta” al completo abbandono delle famiglie meno abbienti, costituite solitamente o da pensionati, ex lavoratori che negli anni del miracolo economico italiano si sono impegnati “anima e corpo” o, ancora, da modesti lavoratori, spesso part-time, dediti a qualsiasi sacrificio per consentire ai propri figli una vita dignitosa.
In questa fase di conclamata crisi nazionale e globale, sarebbe quanto mai opportuno che i nostri Ministri che si spremono le meningi per intascare centesimi di euro dagli stipendi dei lavoratori, dalle rendite delle imprese ai limiti della sopravvivenza, dalle pensioni di tanti disperati che con i centesimi comprano il latte e il pane quotidiano, volgessero la loro attenzione alle migliaia di euro di cui ogni onorevole Senatore, Deputato, Presidente di Regione, Presidente di Provincia, ogni Dirigente di alto rango e loro medesimi, potrebbero privarsi senza intaccare le loro possibilità di vita sfarzosa e licenziosa. Essi potrebbero così partecipare concretamente alla soluzione della crisi senza aspettare situazioni critiche e di quasi irreversibilità analoghe a quelle della vicina Grecia, nota culla di civiltà.
Per quanto attiene gli Enti Locali, si conoscono Ingegneri, Geometri e Ragionieri, ecc. di modesta cultura professionale che da quasi disoccupati, entrando in politica, sono diventati subito grandi esperti, accaparrandosi importanti contratti di lavoro, privati e pubblici. E la loro DIGNITA’? Un esperto politico asserisce che “in amore e politica tutto è ammesso”. Evviva la libertà! 
Roma, 6 ottobre 2011 Antonio Bencardino

SETTEMBRE 2011 - L’UNITA’ D’ITALIA E IL MERIDIONE - “La questione meridionale”
“Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Ho la coscienza di non aver fatto del male, ma nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio”. Questa riflessione scritta da Giuseppe Garibaldi, nel 1868, otto anni dopo lo sbarco dei mille a Marsala, conferma che la “Questione Meridionale”, tuttora esistente, nacque proprio con l’Unità D’Italia. 
Negli ultimi decenni centinaia di personaggi illustri: filosofi, economisti, scienziati, strateghi e persone semplici, attraverso libri, relazioni, conferenze, tavole rotonde e quant’altro, hanno tenuto sempre viva la “Questione Meridionale” che attanaglia l’Italia. L’annessione coatta del Regno delle Due Sicilie di Casa Borbone al Regno della Sardegna di Casa Savoia ha comportato inevitabilmente la sopraffazione di uno stato sull’altro. Il Regno della Sardegna che sovrasta il Regno delle Due Sicilie, pur essendo quest’ultimo, in alcuni settori, molto più avanzato del primo.
Con la “Restaurazione” sancita dal Congresso di Vienna nel 1815, il Regno di Sardegna ottenne di nuovo il Piemonte e la Savoia con l’aggiunta della Liguria. Il Regno delle due Sicilie fu semplicemente confermato nei suoi confini. Alla vigilia dell’Unità d’Italia, i due Stati avevano tradizioni e condizioni di vita molto diversi tra loro. Il Nord era più evoluto e i suoi abitanti piuttosto aggressivi, forse per il continuo clima rivoluzionario nel quale vivevano, alimentato non solo dall’interno, soprattutto dalle potenze straniere, principalmente dalla Francia e dall’Austria. Il Sud era più arretrato e i suoi abitanti erano rassegnati alla vita del duro lavoro agricolo, sotto gli aristocratici padroni dei feudi e del Clero. Dagli anni trenta dell’ottocento al 1861, anno dell’Unità d’Italia, si alternarono sui due troni Sovrani di aperte vedute e sensibili alle richieste liberali. A Napoli, capitale del Regno delle due Sicilie, Ferdinando II di Borbone. Il suo governo fu caratterizzato da riforme volte a migliorare l’economia e l’amministrazione dello Stato. In campo scientifico e tecnologico, il Regno delle due Sicilie, competeva con gli altri stati italiani ed europei facendo registrare numerosi importanti primati. Tra i principali: la prima nave a vapore nel Mediterraneo, “Ferdinando I”- 1833; la prima ferrovia, Napoli – Portici, inaugurata nel 1839 e, nello stesso anno, la prima illuminazione a gas in Italia; il primo ponte sospeso di ferro in Italia, sul Garigliano - 1832; il primo Osservatorio Astronomico di Capodimonte – 1819; il primo osservatorio vulcanico e sismologico italiano “l’Osservatorio Vesuviano” – 1841 e tanti altri. L’anno 1848 fu caratterizzato da moti rivoluzionari in Italia e in Europa. Ferdinando II arginò le richieste liberali concedendo, per primo in Italia, la Costituzione (Regio Decreto 29 gennaio 1848), ispirandosi al modello francese, giudicato il migliore. A Ferdinando II subentrò il figlio Francesco II di Borbone, ultimo re delle Due Sicilie. A Torino, capitale del Regno di Sardegna, si alternarono i Sovrani Carlo Alberto e il suo primogenito Vittorio Emanuele II, il futuro re d’Italia. Carlo Alberto ereditò un Regno già avviato a una sana svolta politica, sotto la guida austera, infaticabile e costruttiva del conte Cholex, fedelissimo Ministro dell’Interno del suo predecessore Carlo Felice. Carlo Alberto avviò un cauto riformismo dello Stato, risanando le finanze, promuovendo lo sviluppo economico del Regno e dando impulso a riforme amministrative. Riorganizzò l’Esercito, che conosceva bene, affrontando lui stesso la dura vita militare, mangiando e dormendo con i suoi subalterni. Nel 1838 abolì i diritti feudali compensando i nobili con un indennizzo. Diede impulso all’agricoltura, alle banche e al commercio, intervenendo sui dazi d’importazione, e snellendo le regole dell’esportazione con gli altri Stati italiani ed europei, attraverso un nuovo codice di commercio. Promosse l’industria progettando la ferrovia che avrebbe dovuto collegare Torino a Milano e a Genova. Nel 1847 diede alla Sardegna lo stesso modello amministrativo piemontese. Il re di Sardegna, seguendo gli analoghi principi del re delle Due Sicilie, il 4 marzo 1848, emanò il famoso “Statuto Albertino” che divenne la carta fondamentale dell’Italia unita fino al 1946. Carlo Alberto, dopo la prima guerra d’indipendenza del 1848, abdicò a favore di Vittorio Emanuele. Mettendo a confronto la finanza pubblica, registrata nel 1859 nei due Stati, il Regno delle Due Sicilie vince su tutti i fronti: ha un debito pubblico del 16,57%, molto meno di un quarto di quello piemontese che è del 73,86% (411,5 milioni di lire contro 1.121,4); ha un PIL di 2.620 milioni di lire contro quello piemontese di 1.610 milioni; contabilizza 443,3 milioni di monete metalliche circolanti contro i 27,1 milioni del Regno Sardo; ha una popolazione di circa sette milioni contro i quasi quattro milioni trecentomila del Regno savoiardo. Le monete metalliche del Regno delle Due Sicilie superavano il 65% di tutte le monete circolanti in Italia, mentre quelle delle Regno di Sardegna erano appena il 4%. Dopo la conquista armata del Regno delle Due Sicilie, il Regno della Sardegna avrebbe dovuto manifestare lo stesso comportamento tenuto nei confronti dei regni viciniori annessi per via diplomatica, trattati, concessioni e accordi intrapresi con le altre potenze europee. Ciò avrebbe consentito, in un processo, sia pur lungo quanto si vuole, l’amalgama spirituale, sociale e comportamentale delle due popolazioni, il livellamento delle esperienze industriali e agricole e, conseguentemente, della ricchezza e della qualità della vita. Non è andata così. Ci sono stati travasi di ogni genere da nord a sud e viceversa ma non si è mai  sfiorata la vera integrazione. Si sono spesi capitali ingenti attraverso la Cassa del Mezzogiorno ma sono serviti solo ad aumentare il divario tra nord e sud, anche e soprattutto, per lo sfruttamento polito della “Questione Meridionale” diventata una fonte inesauribile di privilegi e sfruttamenti sempre a danno dei più deboli. Basti pensare ai politici e ai dirigenti siciliani e ai loro privilegi. Nel Meridione, a distanza di centocinquanta anni, la vita dei politici e dei dirigenti conserva gli stessi privilegi che avevano, rispettivamente, i Signori dei feudi e i rappresentanti del Clero, mentre la massa dei cittadini, in alcune aree, soffre la fame come i braccianti dell’ottocento. Rispetto al penultimo secolo, il Meridione aggiunge ai suoi problemi il fenomeno mafia che crea più stenti e sofferenze al cittadino onesto e laborioso. Tutto ciò con l’avallo del Governo Italiano. Forse il Regno delle Due Sicilie ebbe l’unica colpa di non essersi battuto per difendere la propria autonomia. Il governo borbonico funzionava bene. Lo conferma l’autorevole giudizio espresso dal senatore Vittorio Sacchi inviato, nel 1861, a dirigere le finanze napoletane per conto del governo di Torino dopo l’annessione delle Due Sicilie: “
Nei diversi rami dell’amministrazione delle finanze napoletane si trovano tali capacità di cui si sarebbe onorato ogni più illuminato governo”. Sacchi suggerì al Presidente del Consiglio in carica Cavour di adottare i meccanismi amministrativi del Regno delle Due Sicilie, ma non fu ascoltato. L’economista italiano dell’epoca Giacomo Savarese, a proposito del governo di Ferdinando II rilevò: “Gli atti del governo esprimono tutti un principio: le risorse finanziarie dello stato non bisogna cercarle né nel debito, né nei nuovi tributi, ma esclusivamente nell’ordine e nell’economia. Perché veramente il miglior governo è quello che costa meno”. 
Il nostro attuale governo si muove con principi esattamente opposti. Poveri noi!
Roma, 19 settembre 2011                                             
Antonio Bencardino

AGOSTO 2011 - LA POLITICA E LA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA NELL’UNITA’ D’ITALIA 
Dopo l’Unità d’Italia, conclamata nel 1861, la Nazione era dominata da una sorta di “Brigantaggio Moderno” che coinvolgeva vari strati sociali, con connessioni e complicità tra signori e banditi. Le connessioni e la complicità tra politica e criminalità organizzata si sono consolidate diventando il fulcro su cui poggia la vita degli Italiani. Nella seconda metà dell’ottocento, le difficili condizioni economiche e sociali dell’Italia Meridionale spinsero alcune “famiglie”, organizzate in ambito regionale, a confederarsi e dichiararsi paladine dei deboli promettendo loro la difesa a oltranza Nacquero “Cosa Nostra” in Sicilia, la “Camorra” in Campania e la “Ndrangheta” in Calabria. Queste tre “Organizzazioni” si autofinanziano attraverso rapine, rapimenti e commercio illecito, con incassi d’importanti somme di denaro. Le loro caratteristiche sono tali da infiltrarsi nelle istituzioni territoriali che, spesso, dominano. Nel giro di pochi decenni hanno invaso tutto il territorio nazionale e non solo. Oggi, da sud a nord, l’Italia è coperta da “Ambasciate” della criminalità organizzata. La politica ha sempre tollerato, se non agevolato, il fenomeno mafioso italiano. Ciò è confermato dai comportamenti tenuti da tutti i partiti che, con sfumature d’idee diverse, hanno seguito la stessa filosofia, portando l’Italia dove esattamente si trova oggi. Tra essi i principali: la DC di Romolo Murri, il Partito Popolare Italiano di Luigi Sturzo, il PCI di Antonio Gramsci, seguiti da tanti altri nati dai trasformismi, fino ad arrivare ai quattro protagonisti delle ultime elezioni politiche del 2008. Il PDL di Berlusconi e la Lega Nord di Bossi da un lato, il PD di Veltroni e l’Italia dei Valori di Di Pietro dall’altro. Il Regno Unito stentava nell’unificazione ideale, culturale, sociale e materiale degli Italiani. I Liberali, legati alle idee di Cavour, e i Repubblicani, legati a Mazzini, rappresentanti rispettivamente, della Destra e della Sinistra storica, si consideravano gli eredi diretti dei “Padri Risorgimentali”, ma presto ne dimenticarono gesta e virtù, governando l’Italia con assensi e dissensi reciproci, trascurando, se non addirittura sfruttando, il fenomeno malavitoso; lungi dal perseguire gli obiettivi chiari, certi e irrinunciabili, cristallizzati in più parti della nostra Costituzione. Politica e malavita sono cresciute e occupano vigorosamente il nostro territorio. S’inseguono, come i numeri pari seguono quelli dispari, negando ogni contatto diretto e indiretto, nei vari processi che hanno caratterizzato gli ultimi anni della storia italiana.
L’inchiesta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella né “La Casta” mette a nudo la nostra Classe Dirigente e Politica, mentre Roberto Saviano, in “Gomorra” documenta lo spaccato della Società, con dovizia di particolari, sulla criminalità organizzata nel Bel Paese. Già nel 1944, quando la Sicilia fu liberata dagli alleati, si registrarono episodi spesso torbidi, legati a poteri occulti, e rimasti tali fino ai giorni nostri. Dal dopoguerra tra politica e criminalità organizzata s’innescano processi che travalicano la dignità sociale di cui all’articolo tre della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale… E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini”. Quanti di noi possono vantare di avere usufruito pienamente di tali dignità e uguaglianza? L’obiettivo di tutti i leader politici è quello di occupare i Centri Vitali dell’Amministrazione Pubblica e privata. La partitocrazia sazia le loro anime e sviluppa la corruzione, il nepotismo, l’inefficienza eccetera. L’obiettivo dei capifamiglia della malavita organizzata è identico a quello politico: controllare i Centri operativi dell’amministrazione pubblica e privata, mettendo a soqquadro, se necessario, le istituzioni e gli avversari. Per raggiungere e conservare tali mete, la politica si avvale di leggi, varandole ad hoc, con la massima celerità e disinvoltura. Numerosi esempi di leggi dettate dalla “casta” per proteggere e agevolare i propri membri e amici, li troviamo in “SANGUISUGHE” (non c’è miglior titolo azzeccato!), sottotitolo “Le Pensioni d’oro che ci prosciugano le tasche” di Mario Giordano. Intere pagine sono dedicate a senatori che percepiscono vitalizi da nababbo pur non avendo mai partecipato a una seduta senatoriale e a deputati che, pur avendo partecipato a una sola seduta parlamentare, percepiscono, similmente, generosi vitalizi. Non mancano nomi e cognomi di tali personaggi; alla pari sono identificati alcuni Giudici Costituzionali agevolati da leggi e leggine che riducono la prevista permanenza nella pubblica amministrazione da venti anni a nove per consentire a persona politicamente protetta di accedere a un vitalizio di 10.934 euro al mese con una liquidazione di oltre duecentomila euro (Sanguisughe, pag. 77). Il libro è pieno di citazioni aventi per oggetto raccapriccianti donazioni che “prosciugano” le tasche dei cittadini. La malavita, essendo allergica alle leggi, si avvale d’infiltrazioni nelle istituzioni (sono tanti gli Enti Locali che sono stati azzerati per infiltrazioni malavitose), di raggiri e, soprattutto, di armamenti aggiornati all’ultimo modello. Per entrambi, il fine, controllare il territorio minuziosamente e illecitamente arricchirsi, giustifica i mezzi: ingannare i cittadini con promesse elettorali sempre più allettanti e punire, fino alla morte, coloro che si oppongono o fanno resistenza al sistema malavitoso. Qualcosa sta cambiando: la criminalità è combattuta, con successo, dalle Forze dell’Ordine mentre il sistema politico italiano è in avanzato stato d’implosione e la “Casta” ne sta prendendo atto perseguendo inevitabili aggiustamenti. Speriamo bene! 
Roma, 18.08.2011             Antonio Bencardino 

LUGLIO 2011 - LE PROVINCE SONO SALVE: CHE SCHIAFFO! CHE BEFFA!
La Casta non si arrende, le province restano, salvi i 4.200 posti occupati abusivamente.
Cinque, cinque i vizi capitali in cui vivono i nostri politici. Si manifestano quali desideri irrefrenabili in fatto di SUPERBIA per essere superiori agli altri, nel disprezzo di ordini e leggi; AVARIZIA per appagarsi quanto più possibile di ogni bene temporale; LUSSURIA per godersi di piaceri sessuali senza alcun limite; IRA, esprimendo con i fatti la volontà di vendicarsi per ipotetici torti subiti e provocare così la caduta del; ACCIDIA nel torpore malinconico ed inerte di vivere e compiere il bene. Grazie ai media, questi vizi sono stati riscontrati in un largo numero di parlamentari. Cinque, le dita delle mani dei nostri rappresentanti che, quasi all’unanimità, hanno schiaffeggiato alacremente e spudoratamente i cinquanta milioni d’italiani elettori nell’anno 2008. Schiaffeggiati ancora una volta il 5 luglio 2011, da una classe politica che, quasi all’unanimità, nelle ultime tornate elettorali, si era impegnata per abolire le province e di ridurre il numero dei parlamentari, basando questi assunti propagandistici per conquistare il governo della Nazione. Molti cittadini, disperati ed accecati dalla dialettica politica di destra e di sinistra, si sono fidati ancora delle promesse della famosa “CASTA”, e ancora una volta ne sono stati violentemente schiaffeggiati. Anche beffati dalle dichiarazioni giustificative di tanti leader che, quasi compiaciuti, per aver disatteso spudoratamente le promesse più volte reiterate, ostentano sicurezza, convinti che gli italiani, di prevalente fede cristiana, siano ben disposto a perdonare porgendo l’altra guancia per il prossimo schiaffo. I padri costituenti che, nel 1947, deliberarono l’istituzione delle regioni e, contestualmente, l’inutilità delle province, rinviandone l’abolizione al 1970, pur coprendo le prime cinque cariche dello Stato nelle sedici legislature della Repubblica, non hanno mosso un dito per abolire le province. I governi di Centro, di Destra, di Sinistra, di Centro-Destra e di Centro-Sinistra, alternatisi alla guida della Nazione, appoggiati sempre pro-tempore dall’opposizione, si sono sbizzarriti a creare nuovi privilegi e nuovi posti di potere politico, promuovendo attraverso le “nomine”. Anche le imprese pubbliche per spartirsene il controllo Che schiaffo, Uno schiaffo il cinque luglio in un periodo in cui la maggior parte degli italiani versa in miserrime condizioni economiche. Con la manovra “lacrime e sangue” i nostri governanti, salvaguardando i rispettivi privilegi, con assoluta sfacciataggine hanno posto in essere misure che colpiscono la vita delle fasce più deboli della popolazione. Basti ricordare la proposta, modificata da emendamento, che prevedeva l’ingiusta penalità, per i piccoli risparmiatori, con l’aumento di oltre il trecento per cento dell’imposta di bollo sui depositi titoli che, essendo fissa, altra beffa, premiava i ricchi e le banche. Il governo giustifica la manovra e impone la partecipazione di tutti per raggiungere il pareggio di bilancio ridurre il debito pubblico nel 2014 secondo le richieste dall’Europa, Come è noto a tutti, anche grazie a coraggiosi ed esperti giornalisti, il debito pubblico è cresciuto a dismisura, oltre che per la dissennata gestione del patrimonio nazionale, per le ruberie e le tangenti operate nei finanziamenti di appalti ed importanti operazioni finanziarie, da politici e da alti dirigenti dello Stato, politicamente schierati. Le province, istituite con Regio Decreto n. 3702 del 23.10.1859, per mera esigenza di carattere amministrativo, nel 1861 erano solamente cinquantanove. Con il completamento dell’Unità d’Italia, nel 1870, diventarono sessantanove. Dopo gli assetti della prima guerra mondiale aumentarono a settantasei. Alla nascita della Repubblica la penisola è divisa in novantuno province effettive. La situazione rimane immutata per circa trenta anni e cioè durante il periodo di rodaggio delle regioni che, i padri costituenti avevano fissato affinché diventassero pienamente attive per sostituire le province. Dal 1968 al 2009, non più per esigenze di carattere amministrativo ma prettamente per giochi politici e di potere, le province si sono attestate al rispettabile (?) numero attuale di centodieci. Alle province corrispondono quattromiladuecento poltrone abusivamente occupate da politici, un bel malloppo per la CASTA ! La spesa è valutata in circa diciassette miliardi di euro l’anno. Negli oltre ottantasei anni di Regno, i mezzi di comunicazione e di controllo operativo avevano allargato abbondantemente il loro raggio d’azione e, all’avvento della Repubblica, ai costituenti apparve doveroso ridurre la suddivisione del territorio nazionale, istituendo venti regioni e prevedendo l’annullamento delle province. Purtroppo tale dovere non è transitato nei partiti politici che, crescendo e moltiplicandosi, più o meno democraticamente, intravidero la grande egoistica opportunità di frazionare il territorio in lotti autonomi più piccoli e numerosi per espandere più agevolmente il loro potere. L’articolo 114 della Costituzione, riveduto e aggiornato al 18 ottobre 2001, sancisce che “ la Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città Metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”. In aggiunta sono state istituite le Circoscrizioni nelle grandi città, e non solo, quali Enti dipendenti che consentono un ulteriore frazionamento per il capillare controllo politico del territorio con un sensibile aumento del costo della politica. Il fallimento della politica italiana esplode, in tutta la sua grandezza, quando gli Enti, piccoli o grandi, amministrati dalla stessa filiera politica, hanno toccato il fondo. Gli abitanti di Roma e di Latina, negli ultimi lustri, hanno vissuto sulla propria pelle, gli effetti devastanti provocati dal tocco dei tentacoli della filiera Centro Sinistra a Roma e Centro Destra a Latina: che hanno favorito, tra l’altro, sempre le stesse famiglie. Le altre sono state asciante alla fame e alla gogna, infischiandosi della pare dignità sociale di cui all’artico 3 della Costituzione. 
            Roma, 20.07.2011                                                                                                          Antonio Bencardino

GIUGNO 2011 - LE LEGGI ELETTORALI NELL’UNITA’ D’ITALIA
Nella Repubblica, come nel Regno, i Parlamentari sono nominati non eletti.
Il sistema politico italiano trae le sue origini dallo Statuto Albertino; ne scaturì la legge elettorale n. 680 del 17 marzo 1848, con le caratteristiche di maggioritario, uninominale e a doppio turno. Dopo alcune modifiche marginali, nel 1859, divenne la prima legge elettorale del Regno Unito restando in vigore fino al 1882. Il primo Parlamento dell’Italia Unita fu eletto, il 27 gennaio 1861, da meno del 2% dei ventidue milioni di cittadini del Regno; erano, infatti, abilitati al voto i maschi maggiori di venticinque anni in possesso di particolari requisiti legati al reddito e alla cultura. I senatori invece, con criteri elitari, erano nominati direttamente dal Re. Nel 1882, sotto il IV governo Depretis fu approvata la nuova legge elettorale. Il voto fu esteso ai maschi maggiori di ventuno anni in possesso della licenza del biennio elementare, indipendentemente dal reddito, nonché ai maschi che godessero di un reddito di almeno 19,80 lire. L’abbassamento d’età e la modifica censoria fecero crescere la base elettorale da due al 7%. Con la nuova legge si passò al sistema proporzionale e collegi plurinominali. Tale sistema accrebbe l’instabilità delle maggioranze. Con un emendamento, nel 1891, furono ripristinati sia i collegi uninominali che il sistema maggioritario; la disposizione restò in vigore fino al 1912. Alle elezioni del 1913 fu adottata la legge promulgata, nell’anno precedente, dal IV governo di Giovanni Giolitti. La nuova normativa, maggioritaria a due turni, concedeva il voto a tutti gli uomini maggiori di ventuno anni e capaci di leggere e scrive, agli analfabeti maggiori di trenta anni di età e a tutti i cittadini che avessero già prestato il servizio militare. Con tali estensioni il corpo elettorale passò dal sette al 23,2% della popolazione italiana. Nel 1919, sotto il governo Orlando, si realizzò una nuova riforma elettorale che reintrodusse il sistema proporzionale, abolì la distinzione per gli analfabeti e abilitò al voto tutti i maschi di almeno ventuno anni nonché i minorenni che avessero prestato il servizio militare. La nuova legge, già adottata nelle elezioni del 1919, alle politiche successive del 1921, aumentò il corpo elettorale portandolo a quota 30,2% degli italiani. In particolare il sistema proporzionale garantiva alle minoranze di essere rappresentate in parlamento. Il 18 novembre 1923, sotto il governo Mussolini, entrò in vigore la legge n. 2444, che prese il nome dal suo redattore, il deputato Giacomo Acerbo. Il sistema era basato sul maggioritario plurinominale all’interno di un collegio unico nazionale. Ogni lista poteva presentare 356 candidati, pari a due terzi dei 535 deputati previsti. La lista che avesse ottenuto la maggioranza con una percentuale superiore al 25% dei voti avrebbe eletto in blocco tutti i suoi candidati, garantendo così al governo una maggioranza dei due terzi e alla minoranza il rimanente terzo di 179 scanni, ripartiti proporzionalmente alle liste, in base alla legge elettorale del 1919.  Fu istituita la scheda elettorale al posto della busta e fu abbassata l’età minima da trenta a venticinque anni per essere eletti. Fu abolita l’incompatibilità per le cariche amministrative per i sindaci, i deputati provinciali e i funzionari pubblici. Con la legge Acerbo, alle elezioni del 6 aprile 1924, il listone Mussolini conquistò il 61,3% dei voti. Inoltre, il Partito Nazionale Fascista partecipò, con una lista civica, alla ripartizione dei voti riservati alla minoranza accaparrandosi altri diciotto seggi, lasciandone all’opposizione solo 161. Dopo l’era fascista, con il Decreto Luogotenenziale n. 74 del 10 marzo 1946, fu promulgata una nuova legge che, concepita per le elezioni dell’Assemblea Costituente del 2 giugno dello stesso anno, fu recepita quale normativa elettorale per la Camera dei deputati, in base alla legge n. 6 del 20 gennaio 1948. La formula proporzionale, sotto il governo di Algide De Gasperi, fu sconvolta dalla legge n. 148 del 1953 che introdusse un premio di maggioranza a favore del partito/coalizione che avesse raggiunto la maggioranza assoluta dei consensi. Il premio non trovò applicazione e fu abolito perché la maggioranza non raggiunse il quorum. I criteri di elezione per il Senato della Repubblica furono stabiliti con la legge n. 29 del 6 febbraio 1948 e differivano da quelli della Camera per alcuni piccoli correttivi in senso maggioritario. La normativa elettorale, della camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, confluì nel Testo Unico n. 361 del 30 marzo 1957. Dopo quasi cinquanta anni, il referendum del 18 aprile 1993 cancellò il sistema elettorale proporzionale perché considerato causa d’instabilità governativa. Le leggi elettorali n. 276 e 277, approvate il 4 agosto 1993, introdussero, rispettivamente, per l’elezione del Senato e della Camera dei deputati un sistema elettorale misto: maggioritario, a turno unico, per la ripartizione del 75% dei seggi parlamentari e proporzionale per la ripartizione del 25% dei seggi rimanenti. Due i criteri applicati: per il Senato un meccanismo di calcolo detto “scorporo” consente il recupero dei più votati non eletti, alla Camera, invece, gli eletti emergono dalle liste bloccate con uno sbarramento del 4%. La legge Mattarella, dal nome del suo relatore, alias Mattarellum, del 1993, regolò le elezioni politiche italiane degli anni: 1994 – XII legislatura (Berlusconi 1 - Dini), 1996 – XIII legislatura (Prodi I – Dalema I – Dalema II – Amato II) e 2001 – XIV legislatura (Berlusconi II – Berlusconi III). Attualmente le elezioni politiche italiane sono rette dalla legge n. 270 del 21 dicembre 2005, ideata dal ministro Roberto Calderoli, della Lega Nord, e da lui stesso definita, pubblicamente, “una porcata”, alias Porcellum. Detta legge, approvata solo dalla maggioranza (FI– AN- UDC- e Lega Nord), in chiara contraddizione con l’esito del Referendum del 18 aprile 1993 che ottenne l’82,7% dei consensi, modifica radicalmente il precedente sistema elettorale. In particolare: elimina i collegi uninominali; introduce il premio di maggioranza alla Camera per la coalizione vincente; obbliga a ciascuna forza politica di presentare, insieme ai simboli elettorali, il nome del capo e il relativo programma; impone soglie di sbarramento a livello nazionale alla Camera e a livello regionale al Senato; introduce la novità delle circoscrizioni estere, che consentono di eleggere dodici deputati e sei senatori. Impone però liste bloccate riservando, di fatto, ai partiti le designazioni e, quindi le elezioni dei parlamentari. La legge “porcata” ha regolato le elezioni politiche degli anni: 2006 – XV legislatura (Prodi II) e 2008 – XVI legislatura (Berlusconi IV). Nel 2009 si tentò di cambiare la legge, soprattutto per restituire agli elettori la possibilità delle preferenze, ma i tre referendum fallirono per non avere raggiunto il quorum del 50% più un elettore. Il premio di maggioranza della legge Calderoli ha avuto effetti nelle ultime due legislature, mentre era fallito nel passato. Lo scippo più clamoroso agli elettori consiste nell’impossibilità di esprimere una preferenza. Alle prime elezioni dell’Unità d’Italia del 1861, i deputati furono scelti dal 2% circa degli elettori, alle ultime elezioni, dopo 150 anni, i parlamentari in carica, sono stati nominati da dodici candidati alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Volendo considerare influenti, ai fini della formazione delle liste, anche i capi dei partiti minori e dei gruppi nati dalle scissioni dei maggiori, si potrebbe arrivare a cinquanta leader che hanno “nominato” Deputati e Senatori su oltre cinquanta milioni di elettori per la Camera e su quarantasei milioni per il Senato. Gli elettori, con il loro voto potevano solo avallare le nomine imposte dai leader dei partiti, cioè da meno di un milionesimo degli elettori. Altro che il 2% del 1861! Le prossime elezioni sono alle porte, i programmi comuni ai partiti avranno la solita struttura portante: Abrogazione delle province, riduzione del numero dei parlamentari, varie riforme e altre rinnovate promesse. E le liste? Beh, lasciamo perdere. Probabilmente vincerà la “gara” il Centrosinistra che, dopo avere eletto il Presidente della Repubblica, farà in modo di passare al comodo e collaudato posto dell’opposizione.<
Roma, 23 giugno 2011                                                           Antonio Bencardino

MAGGIO 2011 - LA SCUOLA NEI CENTOCINQUANTA ANNI DELL’UNITA’ D’ITALIA
Con l’Unità d’Italia fu necessario, per il Governo, affrontare e risolvere alcuni problemi fondamentali e, tra questi, quello della scuola. Il livello dell’istruzione era, ovunque, bassissimo con un analfabetismo per circa l’ottanta per cento delle popolazione. In occasione dell’elezione alla Camera dei Deputati, il 27 gennaio 1861, solo l’1,9% dei maschi maggiori di 25 anni sapeva leggere e scrivere.  Su una popolazione di oltre ventiduemilioni di abitanti, i censiti abilitati al voto furono meno di quattrocentodiciannovemila. La legge sull’istruzione “Casati”, del 13 novembre 1859, in vigore nel Regno di Sardegna, fu estesa all’Italia Unita. Vittorio Emanuele II e Cavour intendevano, unificando l’Italia, raggiungere  due obiettivi: garantire allo Stato il controllo dell’educazione e mantenere separata la formazione classica da quella tecnica. L’istruzione classica era riservata alla classe dirigente, quella tecnica al ceto piccolo-borghese e impiegatizio. Lo Stato, attraverso la scuola, controllava immediatamente la vita politica della Nazione, dato che l’attività politica era riservata ai maschi alfabeti che erano in condizione di leggere i giornali e aggiornarsi sul dibattito politico. Con la legge “Casati” lo Stato iniziò il non facile percorso per gestire la cultura italiana, in sostituzione della Chiesa che, da secoli, ne manteneva il monopolio. Gli istituti ecclesiastici provvedevano ad impartire l’istruzione dal livello elementare al superiore. Dopo 150 anni la Chiesa cattolica è ancora ben radicata sul territorio e opera su tutta la scala scolastica dalla “materna” “all’università”. Casati, per la scuola elementare, prevedeva un percorso di quattro anni, divisi in due bienni di due gradi: inferiore e superiore. Solo il primo era obbligatorio. La lingua ufficiale era l’italiano ma pochi la conoscevano e pochissimi la parlavano, ovunque prevalevano i dialetti. Anche il Re Vittorio Emanuele II usava il dialetto nelle riunioni con i suoi ministri. L’organizzazione della scuola era demandata ai Comuni, la maggior parte dei quali, però, non era in grado di garantire le strutture e gli insegnanti necessari per attuare l’obbligo scolastico. Mancava inoltre la collaborazione dei contadini e degli artigiani che preferivano far lavorare i propri figli nei campi e nelle botteghe. L’obbligo scolastico tra l’altro, non prevedeva sanzioni che furono introdotte, sotto il governo di Agostino Depretis, con la legge di Michele Coppino del 15 luglio 1877.  Le spese, per il mantenimento delle scuole, restavano sempre a carico dei singoli Comuni per cui la legge, pur contribuendo in buona misura, alla diminuzione dell’analfabetismo non veniva applicata in pieno. Sotto il governo di Giovanni Giolitti, l’8 luglio 1904, fu emanata la legge “Orlando” che estendeva l’obbligo scolastico al dodicesimo anno d’età. Veniva istituito, inoltre, un “corso popolare” relativo ad una quinta e sesta classe elementare, a prevalenza indirizzo professionale, destinato a coloro intendevano concludere gli studi con la licenza elementare. Per il corso popolare furono istituite tremila nuove scuole, serali e festive, nei comuni con alta percentuale di analfabeti. L’iniziativa non ebbe però successo e fu interrotta dopo solo due anni. Con la legge Daneo – Credaro del 4 giugno 1911, lo Stato assumeva la responsabilità dell’istruzione elementare. Fissava le competenze dei Comuni e dello Stato, del consiglio scolastico e della delegazione governativa per l’istruzione elementare e i provvedimenti per i maestri e i Direttori Didattici. La legge fissava numerosi altri progetti concernenti la didattica e la nomenclatura degli indirizzi scolastici che, però, non furono attuati a causa della guerra. Essi furono comunque ripresi dalla riforma scolastica di Gentile. Il ministro Giovanni Gentile, sotto il primo governo Mussolini, con l’ultimo Regio Decreto dell’1 ottobre 1923, completò la sua riforma che è stata alla base del sistema scolastico italiano fino ai giorni nostri (cioè fino alla “Riforma Gelmini” del 2010). La riforma si prefigge di “fare gli italiani” in applicazione del lungimirante Massimo D’Azeglio. Sono eliminati gli istituti scolastici delle comunità nazionali appena annesse all’Italia di lingua tedesca, sloveno e croato. I punti fondamentali della riforma sono: innalzamento dell’obbligo scolastico fino al quattordicesimo anno di età; scuola elementare in cinque anni e uguale per tutti; solo il liceo classico permette l’iscrizione a tutte le facoltà universitarie; insegnamento obbligatorio della religione cattolica quale “fondamento e coronamento” dell’istruzione primaria; un istituto  magistrale per la formazione dei futuri insegnanti elementari; istituzione di scuole speciali per gli alunni portatori di handicap; disciplina dei vari tipi d’istruzione, statali, private e parificate. Insomma un’architettura geniale della scuola italiana, pregna d’ideologia culturale (il ministro era un filosofo neoidealista) ma abbastanza lontana dalla sfrenata propaganda politica del XXI secolo. La scuola di Gentile, severa ed elitaria, gerarchica e centralista, quasi aristocratica, subì dei ritocchi dopo i Patti Lateranensi del 1929, perché ispirata da idee troppo laiche. La “Carta della Scuola”, proposta nel 1939 dal ministro Bottai, avrebbero dovuto aggiornare la riforma ma la seconda guerra mondiale ne rinviò l‘attuazione. Con l’avvento della Repubblica i costituenti dedicano alla scuola due importanti articoli il 33 e il 34: “la Repubblica detta le norme generali sull’istruzione e istituisce scuole statali per tutti gli ordini e i gradi.  Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole e istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”. E’ sancito inoltre che “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Con la legge del 31 dicembre 1962 il Parlamento, abolendo la scuola di avviamento, unifica la scuola media che consentirà l’accesso a qualsiasi istituto superiore. Nel 1968 la scuola esplose in una contestazione sfrenata e sfruttata politicamente. Era l’inizio della demolizione dell’architettura morale e culturale della scuola italiana che trasformerà “il popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi ecc” in una società composta d’illustri ignoranti, di incalliti sfaticati e di esperti speculatori e sfruttatori autorizzati dallo Stato. Dal 1970 a oggi ben ventidue ministri si sono alternati all’importante Ministero dell’Istruzione. Alcuni hanno sentito il bisogno di una riforma scolastica nuova, aggiornata ai tempi dell’informatica e della cultura globale. Ogni tentativo è risultato disastroso, contraddistinto da un profondo clima d’incertezza e di provvisorietà; la scuola non prepara alla vita, piuttosto la rende difficile a centinaia di migliaia di “precari” di lungo corso regolarmente abilitati. Dal 2000 al 2010 nell’alternanza dei Governi di Centro-Destra (C/D) e di Centro-Sinistra (C/S), nascono e muoiono, dopo parziale applicazione, progetti di riforma scolastica. La riforma di Berlinguer(C/S), legge del 23 febbraio 2000, è abrogata dalla riforma Moratti (C/D), legge del 28 marzo 2003. Nel 2006 il ministro Giuseppe Fiorone (C/S) propone la sua riforma, reintroducendo i rimandi estivi (istituiti dalla legge gentile del 1923 e aboliti nel 1995) al posto dei debiti formativi. Il ministro Gelmini (C/D), il 29 ottobre 2008, ottiene la conversione in legge del decreto proposto per una riforma rivoluzionaria che riprende, però, molti principi educativi collaudati negli ultimi centocinquanta anni della nostra storia, ma questo richiede un capitolo a parte. 

Roma, 19 maggio 2011                                                         Antonio Bencardino

APRILE 2011 - IL SERVIZIO MILITARE DI LEVA E L’UNITA’ D’ITALIA
Nel 1861 era già in vigore e a regime la leva obbligatoria di origine Napoleonica. Il servizio era diretto a tutti i cittadini italiani maschi e di sana e robusta costituzione. L’obbligo della leva militare è rimasto in funzione fino al 2005 in Italia. Per accertare la sana e robusta costituzione i giovani, tra i sedici e venti anni, erano chiamati a una visita medica della durata di tre giorni. Il responso della Commissione Medica poteva essere: “Idoneo” per il coscritto era previsto l’arruolamento - “Rivedibile” il coscritto, giudicato temporaneamente inabile, era invitato a ripresentarsi l’anno seguente per nuovi accertamenti – “Riformato” il giudizio definitivo e permanente “non idoneo al servizio militare”. In relazione allo stato psicofisico e alle sue potenzialità d’impiego, rilevati durante la visita medica, avuto riguardo alle esigenze delle tre Forze Armate, il soggetto era incorporato nell’Esercito, nella Marina o nell’Aeronautica. I giovani di tutte le parti d’Italia, appartenenti ai diversi ceti sociali e dialetti, erano incorporati e aggregati in gruppi, più o meno numerosi, dalle squadre, ai Reggimenti, alle Armate. Nell’ambito della Forza Armata di appartenenza i militari indossavano la stessa divisa ed erano addestrati per i comuni obiettivi della difesa. Nella propria struttura militare seguivano gli stessi orari, dormivano in camerate multiple e mangiavano alla stessa mensa. Quotidianamente, dopo la cerimonia dell’alza bandiera, iniziavano le attività: il rassetto e pulizia degli ambienti ove vivevano, le lezioni di formazione teorica e pratica, l’addestramento militare e quanto attinente ai lavori necessari per assicurare l’efficienza dei mezzi e dei materiali loro affidati. Vivevano come in una famiglia allargata con le stesse emozioni e difficoltà e analoghe gioie nel clima di un mutuo soccorso. Modellavano e tempravano così il proprio carattere all’ombra della stessa bandiera: il tricolore d’Italia. Ricorderanno per tutta la vita le melodie inneggianti alla Patria, imparate durante il servizio militare. Le strutture difensive dell’Italia erano dislocate su tutto il territorio nazionale, a protezione dei nostri confini territoriali. L’obbligo di servizio prevedeva, quindi, il soggiorno in luoghi di solito lontani dai paesi di residenza di ciascun militare. Secondo i dati ISTAT nel 1861, l’analfabetismo raggiungeva circa il 75% della popolazione italiana, con punte del 95% nell’Italia Meridionale. Quasi il 70% della popolazione attiva lavorava nel settore primario dell’agricoltura. Non vi erano limiti di età per lavorare nei campi e accudire ai piccoli animali domestici: dai cinque a novanta anni erano tutti idonei. L’art. 52 della nostra Costituzione recita: “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino. Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e nei modi stabiliti dalla legge. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di lavoro del cittadino, né l’esercizio dei diritti politici. L’ordinamento delle Forze Armate si informa allo spirito democratico della Repubblica”. Per gli agricoltori l’obbligo militare, come quello scolastico, significava sottrarre mano d’opera attiva al proprio campicello. Per contro si attivavano diversi benefici a vantaggio dei giovani, quali: un’accurata visita medica, la possibilità di conoscere nuove città e integrarsi con i loro abitanti, la possibilità di stringere concreti legami di amicizia con coetanei appartenenti a ceti sociali diversi, la certezza d’integrazione linguistica acquisendo un importante spirito di sacrificio e di disciplina. S’imparava, in definitiva, a lavorare e cooperare in gruppi formati da persone provenienti da ogni angolo della penisola: sardi, piemontesi, calabresi, napoletani, siciliani, veneti, marchigiani, eccetera. Tutti insiemi per esprimersi nello stesso idioma: l’italiano. Alla fine della seconda guerra mondiale, lo spirito di Patria, Onore, Dovere, Lealtà e Sacrificio odoravano ancora di Risorgimento. Sulle facciate principali dei Ministeri, delle Accademie, delle Caserme si leggono frasi inneggianti alla Patria e all’Onore. Queste frasi spesso coinvolgevano l’anima dei lettori preparandoli a ogni sacrificio per la difesa della Patria. Il progresso industriale e la tendenza dei giovani di preferire la vita di città a quella della campagna, hanno sostanzialmente mutato l’approccio al servizio di leva. Il lassismo, la corsa all’arricchimento, gli sproporzionati benefici di alcune categorie, hanno minato il senso della Patria e del Dovere. Nell’ambito scolastico e culturale il servizio militare di leva ha dato un importantissimo contributo. Tanti ragazzi incorporati quasi analfabeti o con la Quinta Elementare, sono tornati a casa con la licenza elementare o quella Media. Altri hanno cambiato atteggiamento verso gli studi, riprendendoli, dopo la “naia”, con risultati prima impensabili. Anche se il detto di Massimo D’Azeglio del 1867: “S’è fatta l’Italia, non si fanno gli Italiani”, può considerasi ancora valido, si deve riconoscere il grande contributo fornito dal servizio militare di leva all’Unità d’Italia.  Da più parti è stato attaccato l’obbligo militare e ne è stata ridotta la durata a pochissimi mesi. Dall’1 luglio 2005 il servizio militare di leva è stato sospeso, incrementando quello professionale o volontario, estendendolo alle donne. Un’estensione positiva questa, in linea con il dettato costituzionale cancellando così la discriminazione sessuale in un settore così importante. Il servizio militare volontario o professionale, anche se non più coscrizione obbligatoria, costituisce sempre un fondamentale collante dell’Unità d’Italia. I giovani del Sud, delle Isole, del Centro, del Nord, si arruolavano e si arruolano in massa, con percentuali decrescenti da Sud a Nord. Esercito, Marina, Aeronautica e Carabinieri possono così fruire, a favore della Patria, le risorse intellettuali e fisiche dei giovani che, lasciando le loro terre natie si integrano pienamente in nuovi territori, con salari spesso appena sufficienti.
            Roma, 22.03.2011                                                                                                           Antonio Bencardino

MARZO 2011 - GIURAMENTO DEGLI SPORTIVI, DEI POLITICI E DEGLI AMMINISTRATORI
Gli sportivi e i politici, pur appartenendo a due mondi diversi, sono obbligati a giurare. Il giuramento dello sportivo, scritto da Pierre de Coubertin che, sin dal 1920, pronuncia l’atleta che partecipa alle Olimpiadi, recita: “A nome di tutti i concorrenti, prometto che prenderemo parte a questi Giochi Olimpici rispettando e osservando le regole che li governano, impegnandoci nel vero spirito della sportività per uno sport senza doping e senza droghe, per la gloria dello sport e l’onore delle nostre squadre.” Dalle Olimpiadi invernali del 1972, fu imposto il giuramento anche al giudice sportivo: “A nome di tutti i giudici e ufficiali di gara, prometto che adempiremo le nostre funzioni in questi giochi olimpici con una completa imparzialità, rispettando e osservando le regole che li governano, nel vero spirito della sportività”. Il giuramento del politico che assume incarichi di governo o di amministrazione è scritto nell’articolo 54 della Costituzione: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”. Diverse le formule. Per i Parlamentari: “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservare lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della nazione”; per il sindaco di città: “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservare lealmente la Costituzione e le leggi dello Stato, di adempiere i doveri del mio ufficio nell’interesse dell’amministrazione per il pubblico bene”. Tutti, sportivi, giudici, parlamentari e amministratori pubblici, giurano di rispettare le leggi e i regolamenti, a salvaguardia dell’onore proprio e di coloro che li hanno scelti quali rappresentanti. Quasi la totalità degli atleti e dei giudici rispetta il proprio giuramento; i pochi che violano le regole sono severamente sanzionati: ritiro del premio immeritatamente assegnato, squalifica temporanea o a vita sia dell’atleta sia del giudice che hanno barato, oltre ad eventuali sanzioni pecuniarie. Rispettare le leggi e i regolamenti significa comportarsi bene, svolgere il proprio incarico con lealtà ed onestà secondo le rispettive capacità e i propri talenti. Nel giuramento non vi è alcun cenno al profilo professionale, alla capacità di svolgere una determinata attività, né al rendimento minimo richiesto. Tutti questi elementi sono contemplati nei bandi di gara sportiva e nei concorsi pubblici. Le leggi e i regolamenti scandiscono i comportamenti da tenersi in una società progredita e matura, “erga omnes”, nei confronti di tutti. Passate le invasioni e le dittature nella nostra bella Italia, coloro che difendevano i propri diritti, con dignità e risolutezza, attiravano l’attenzione dei compaesani che, democraticamente, li sceglievano quali loro rappresentanti. Oggi, i nostri rappresentanti politici ci sono imposti. La maggior parte di loro non rispetta la Costituzione e le leggi, né esercita le proprie funzioni nell’interesse della nazione e per il bene pubblico. La maggior parte dei nostri governanti e amministratori violano quotidianamente il giuramento prestato e nessuno impone loro la restituzione degli stipendi immeritatamente percepiti, né il risarcimento dei danni provocati dai loro comportamenti disinvolti. Sugli sportivi è esercitato il giusto controllo e pagano, sui politici no. Questi ultimi costituiscono un mondo a parte, esclusivo per loro. Per gli onorevoli nazionali e locali non esistono crisi mondiali, nazionali o locali. I loro stipendi e indennità, partiti nel dopo guerra con valori onesti e bilanciati, in base agli aumenti votati di solito all’unanimità, hanno raggiunto valori che occupano i primissimi posti nella classifica mondiale, così com’è ai primissimi posti, il nostro debito pubblico. Quanto di questo debito pubblico è da attribuire agli sprechi causati da scelte politiche egoistiche e forsennate? Prendiamo ad esempio la città di Latina gestita da Senatori e Deputati che, ricoprendo  a turno la carica di Primo Cittadino, hanno più volte giurato di rispettare la Costituzione e le leggi dello Stato, per il bene della collettività. Mancano circa quarantacinque giorni all’importante appuntamento che vedrà eletto il dodicesimo Sindaco della città. Sarà la dodicesima “olimpiade” di Latina, una corsa, non sportiva ma politica; un corsa ad ostacoli, posti dagli stessi potenziali concorrenti nella loro vita pubblica e privata e si tratta di ostacoli insormontabili. La grande difficoltà che sta vivendo la città consiste nella mancanza di concorrenti credibili. L’ultima municipalità ha fatto crollare tutti i valori in cui la città credeva. Quasi tutti gli “onorevoli” sono risultati, a dir poco, irresponsabili, falsi, litigiosi, egoisti, opportunisti e, soprattutto, logorati dalla sete di soldi e di potere. Una sete di soldi  confermata dai diversi incarichi politici ed amministrativi concentrati nella stessa persona e una sete di potere dimostrata dalla condotta quotidiana che i capi, spesso autoelettisi, e quelli che si considerano tali, hanno manifestato ad ogni soffio di autonomia o indipendenza da parte di sindaci o consiglieri, oltre che della città capoluogo, anche dei più piccoli borghi dell’agro pontino ove alcuni vorrebbero tentare di essere fedeli al giuramento. L’imposizione della dipendenza subordinata, nel mondo politico, è divenuta sempre più capillare e, negli ultimi anni, più disattesa. Abbiamo assistito all’istituzione delle Circoscrizioni anche in una città come Latina, dove sarebbe stato sufficiente un mirato decentramento amministrativo, senza gli sprechi connessi alla gestione di unità politiche aggiuntive: presidente, assessori e consiglieri. La vocazione del politico è di creare nuove poltrone, nuovi sprechi a totale carico della collettività. Per quarantadue anni, dal 1951 al 1993, la città è stata governata da otto sindaci della Democrazia Cristiana e dal 1993 al 2010, da altri due Primi Cittadini del Centro Destra di provenienza AN, FI, poi PDL. Nel 2010 con l’implosione del PDL, i consiglieri di FI sfiduciano il sindaco di AN. Dal 13 maggio 2010, la città di Latina è guidata, per la prima volta, da un Commissario Straordinario. Vergogna e disapprovazione, ma tant’è. Il PDL non riesce ad esprimere una candidatura credibile; la lotta intestina supera ogni accordo, ogni buon senso, una qualità che non dovrebbe mancare, soprattutto in coloro che si dichiarano cristiani. San Paolo parlando della sua missione dice “… mi sottopongo a dura disciplina e cerco di dominarmi per non essere squalificato proprio io che ho predicato agli altri” (I Corinzi 9: 27), ma è un’altra storia. San Paolo non aveva parenti e amici da sistemare, si accontentava di poco perché amava il prossimo come se stesso: era un vero cristiano. I politici che per sessanta anni hanno predicato bene e razzolato male, sono tutti squalificati perché non hanno saputo dominarsi. Auguri Latina.
Roma, 16 marzo 2011                                                                 Antonio Bencardino
FEBBRAIO 2011 -FAMIGLIA, PATRIA E NAZIONE AL 150° ANNIVERSARIO DELL’UNITA’ D’ITALIA
La famiglia, nucleo primario della società, negli ultimi decenni del 1800 e nei primi del 1900, era allargata e comprendeva nonni, genitori, fratelli, sorelle, cognati e nipoti. La famiglia allargata, normalmente patriarcale, poteva superare anche cinquanta persone di più generazioni della medesima linea familiare. Nella società contadino-artigianale dell’epoca, la famiglia estesa tendeva a essere un’unità prevalentemente autarchica nel senso che i bisogni fondamentali di sussistenza erano soddisfatti al suo interno e l’interscambio con l’esterno era molto ridotto. Tale famiglia costituiva un’unità produttiva e i suoi membri trovavano lavoro nei propri poderi. La direzione dei lavori e il governo degli affari familiari erano affidati ai più anziani, ai patriarchi. I figli erano considerati una vera ricchezza, perché rappresentavano le braccia a disposizione del pensiero dei patriarchi. Nel gioco del diritto-dovere, l’armonia regnava sovrana nell’ambito della famiglia, in base all’affetto collante dei suoi componenti. Il Padreterno era l’unico legislatore e giudice dei nuclei umani così costituiti. I minori lavoravano tranquillamente secondo le loro capacità ed erano tutelati e garantiti, nei doveri e nei diritti, sui beni prodotti. Alla fine del 1800, con l’avvento della società industriale, la famiglia si è trasformata da “unità produttiva” a “unità di consumo”, da “estesa” a ”coniugale” (genitori e figli). La famiglia italiana del ventunesimo secolo è molto ristretta; è composta di: una sola persona per il 28,1%, due elementi il 27,3%, tre il 20,8%, quattro il 17,8% e cinque persone solo per il 5,9%. In Italia, inoltre, la famiglia registra un notevole incremento di matrimoni misti, in cui un coniuge è di cittadinanza italiana e l’altro è straniero. Nel 2008 sono state registrate in anagrafe otre settantadue mila nascite di bambini stranieri, pari al 12,6% del totale dei nati. Se a questi bambini si sommano anche i nati da coppie miste, di cittadinanza italiana, si sfiora quota 100 mila nati da almeno un genitore straniero, corrispondente al 16,7% delle nascite della popolazione residente. Cinque anni prima, nel 2003, la percentuale era soltanto del 9,2%. Si evince da ciò, inequivocabilmente, che la famiglia italiana è mutata notevolmente, nella sua composizione numerica e nella sua genealogia. Le famiglie sono costituite da persone. Le persone che hanno comunanza di origine, di lingua, di storia e che di tale unità hanno coscienza, costituiscono una Nazione. La trasformazione della famiglia stravolge, inevitabilmente, il concetto di Nazione, di Patria e di Stato. I confini geografici della Nazione Italiana, territorio base della Patria, dalla breccia di Porta Pia del 1870, sono rimasti quasi immutati. Diverso è il concetto di Patria che sorge su quel territorio: il pensiero d’amore e il sentimento di comunione che stringe in uno tutti i figli di quel territorio. Per Giuseppe Mazzini, uno dei grandi padri del Risorgimento Italiano, “la Patria è una comunione di liberi e d’eguali affratellati in concordia di lavori verso un unico fine”.  Il fondatore della Giovane Italia affermava che: ”Non v’è veramente Patria senza un Diritto uniforme". "Non v’è Patria dove l’uniformità di quel Diritto è violata dall’esistenza di caste, di privilegi, d’ineguaglianze.” La nostra Costituzione ha molti risvolti mazziniani. In questi ultimi anni gli Italiani, pur accettando di buon grado la violazione del diritto costituzionale per quanto attiene, in primis, l’eguaglianza, sono costretti ad assistere a continui attentati alla Patria e alla Nazione. L’ultima aggressione viene dal presidente della Provincia di Bolzano, Durnwalder che, ignorando il trattato di Saint-Germain-en- Laye che annette il Sudtirolo alla nostra Nazione, si rifiuta di partecipare alle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, pur non rifiutando la vita da nababbo a spese dello Stato Italiano. La Patria oggi, nella migliore delle ipotesi, si potrebbe paragonare a quella squadra di calcio nazionale che acquista atleti da altre squadre italiane. Il sentimento di appartenenza dell’atleta alla nuova squadra si manifesta, in tutte le sue espressioni, nel momento in cui la vecchia e la nuova squadra s’incontrano per vincere il campionato. Difficilmente l’atleta che ha cambiato squadra, anche se abbondantemente gratificato dalla nuova, non si senta in colpa nell’assestare un gol alla vecchia. A parte la mancanza di leggi italiane, chiare e unanimi, che regolino l’attribuzione di cittadinanza italiana agli stranieri, difficilmente l’Italiano acquisito si stacchi completamente dalla Patria d’origine per integrarsi, anima e corpo, in quella acquisita. Il problema intimo d’identificazione del cittadino esiste in un mondo proiettato verso la globalizzazione totale. Infatti quasi tutti i nostri governanti, per scelta o per ignoranza, nei loro discorsi, pubblici e privati, per designare il territorio su cui operano, lo Stato che rappresentano e la Patria di cui fanno parte, usano il termine generico “paese”, ignorando quelli legittimi di: Italia, Nazione, Patria e Stato.  Lo Statuto Albertino del 4 marzo 1848 proclamò il “Regno d’Italia”; un secolo dopo, il 1° gennaio 1948, la Costituzione proclamò che l’Italia è una Repubblica. Oggi, dopo un secolo e mezzo d’onorata nomenclatura, l’importante nome, vecchio di millenni, Italia, che finalmente definisce, in maniera chiara una Nazione, uno Stato e una Patria, è stato degradato in quello di “paese”. Riusciranno le celebrazioni dell’anniversario dell’Unità d’Italia a ritrovare il senso della Patria in tutti noi Italiani, se non altro, per riconoscenza verso tutti i nostri avi che per lei hanno immolato la loro vita?
Roma, 18 febbraio 2011                                                                        Antonio Bencardino

GENNAIO 2011 - DEBITO PUBBLICO PIAGA NAZIONALE
Gli Italiani oltre che popolo di Santi, di Poeti, di Navigatori, eccetera sono un popolo di risparmiatori. Tanto è che i costituzionalisti sentirono la necessità di cristallizzare e proteggere l’importante virtù nell’artico 47 della Carta Costituzionale: “La repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito. Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese”.L’onesto lavoratore italiano per anni, per decenni e si può dire, per tutta la vita accumula risparmi per soddisfare i bisogni indispensabili suoi  e i della propria famiglia. Grazie al risparmio circa un italiano su quattro vive in una casa di sua proprietà. Ancora più alta la percentuale d’italiani  in possesso di automobile, elettrodomestici e mobili adeguati alle proprie esigenze; la maggior parte acquistata  a rate: casa, automobile, mobili, elettrodomestici, televisione, computer, eccetera. Le banche mettono a disposizione dei cittadini risparmiatori gli importi necessari per gli acquisti a patto che i richiedenti garantiscano, secondo i parametri dei vari Istituti di credito,  la capacità di pagare tutte le rate di mutuo o di finanziamento, fino all’ultimo centesimo di euro. Sulla casa le banche, oltre ad imporre un tasso d’interesse consistente, chiedono e pretendono l’iscrizione d’ipoteca reale per il doppio del valore ufficiale dell’immobile, secondo il rogito notarile. Bontà loro, accettano idonee fideiussioni, facendosi scudo dei beni di genitori, nonni, fratelli, sorelle, zii e amici degli acquirenti. In maniera chiara e irreversibile l’acquirente del bene, mobile o immobile, paga o perde quasi tutto. Sequestro e vendita all’asta colpiscono, soprattutto in questi anni di crisi, molti italiani che non riescono a pagare puntualmente le rate concordate. Lo Stato, a livello centrale e periferico, si comporta, per alcuni versi, come un semplice privato: per gli atti della pubblica amministrazione genera debiti, costituiti da banconote, monete, depositi e titoli vari. Tra il soggetto privato e quello pubblico, però, c’è una differenza sostanziale. Il privato, come suole dirsi, stringe la cinghia e risparmia per pagare tutti i debiti contratti. Il soggetto pubblico, sempre riconducibile, direttamente o indirettamente, a quello politico, che gestisce e controlla  patrimonio e  spesa pubblica non sente il bisogno di risparmiare per ridurre il debito all’essenziale. Con disinvoltura, conserva i privilegi alla classe politica accumulando debito su debito. Sugli italiani grava la fideiussione che scatta automaticamente. Ogni italiano (inclusi i neonati), nonostante la sua elevata tendenza al risparmio, sconosciuta nei palazzi governativi, è portatore di un debito di circa trenta mila euro. I politici che ci governano, disattendendo con disinvoltura la Carta Costituzionale, sono lontani anni luce dall’onestà, dall’umiltà e dall’austerità dei costumi del primo presidente della Repubblica Enrico De Nicola. Egli rifiutò finanche lo stipendio previsto per il Capo dello Stato di 12 milioni di lire. Lungi dagli sprechi, De Nicola, visse come un comune professionista. Da Torre del Greco raggiunse Roma, per insediarsi a Palazzo Giustiniani, a bordo della sua auto privata. Divenne famoso il suo cappotto rivoltato che indossò in numerose occasioni ufficiali. L’Italia, umiliata e distrutta dalla guerra, quasi con lo stile di De Nicola, avviò la ricostruzione con uno spirito nuovo, basato sull’ambizione nazionale. trasformata, purtroppo, in ambizione  privata, soprattutto, a vantaggio dell'ormai famosa "casta". La dissennata gestione della finanza pubblica, dal 1963 al 1994, ha fatto crescere il debito pubblico quasi di quattro volte, passando dal 32,60% al 121,80%. Troppo alto perché l’Italia entri nell’Unione Monetaria Europea. Grazie a vari interventi, il nostro debito, dal 1994 al 2004, è sceso da 121,8% a 103,8%, ben il 18% in dieci anni. Nel mese di ottobre 2010, purtroppo, il debito pubblico ha subito un incremento record, anche in funzione della crisi globale e della conseguente riduzione del PIL. All’enorme debito pubblico corrisponde la spesa per gli interessi ai detentori delle obbligazioni statali di circa 70 miliardi di euro annui. L’Italia per il debito pubblico, in ambito europeo, è seconda solo alla Grecia. Un debito pubblico, quello italiano,   alimentato principalmente da: mafia, corruzione, evasione fiscale e sprechi. A parte il PIL, solo col combattere le cattive fonti che lo alimentano possiamo ridurre il debito. Quanto a mafia, corruzione ed evasione qualcosa si sta facendo in questa legislatura. Gli sprechi  restano invece sempre alti. No all’eliminazione delle province, no alla riduzione del numero dei parlamentari, nonostante fossero ai primi posti nel programma di governo votato dagli italiani. Il debito pubblico non si riduce con le chiacchiere! L’Italia occupa il primo posto in Europa per la retribuzione dei parlamentari e dei rispettivi benefit. Ciò che indigna maggiormente sono gli assurdi privilegi dei parlamentari conservati, daper alcune categorie, anche dopo il relativo mandato. Ad esempio cosa e chi può giustificare le spese per conservare, a vita, auto blu con autista, scorta e ufficio presso il palazzo, a chi ha coperto la carica di presidente della Camera e/o del Senato? Il costo della politica è davvero enorme. I Senatori e i Deputati hanno costruito i loro emolumenti e i lori privilegi con leggi e regolamenti ad hoc fuori da ogni legge morale e costituzionale e se ne sono infischiati del debito pubblico e, di conseguenza, del malessere economico dei cittadini da loro rappresentati. Basti ricordare che lo stipendio e indennità varie di ogni deputato è circa venti volte quello di un comune impiegato. Il 21 settembre 2010 approdò alla camera, forse per gioco, la proposta di regolare le pensioni dei parlamentati secondo le vigenti leggi dello Stato in materia. I 525 presenti hanno votato NO alla proposta quasi all'unanimità, così come sono tutti d’accordo di aumentarsi stipendi e prebende. Forse l’Italia non ha ancora toccato il fondo, come la Grecia, ma ci manca poco in assenza di interventi immediati e concreti dettati dal buon senso e dall’austerità dei costumi.
Roma, 20.01.11                                                                                                Antonio Bencardino

DICEMBRE 2010 ROVINOSA FUSIONE TRA DISOBBEDIENZA CIVILE E STRUMENTALIZZAZIONEZIONE POLITICA 
Il Senato della Repubblica assediato, le principali strutture monumentali scalate e importanti piazze italiane occupate. Manifestano: studenti, insegnanti, genitori, sindacalisti, facinorosi e politici dell’opposizione e non solo. Tra essi parlamentari seguaci del Presidente della Camera Fini che, pur essendosi dichiarati, in sede istituzionale, favorevoli alla riforma universitaria, sui monumenti e presso la facoltà di architettura, sostengono il no categorico dell’opposizione. Questi politici e altri soggetti, chiaramente strumentalizzati, continuano a dar man forte a quei leader che, incontentabili, pur tenendosi lontani dalla mischia, lottano per conquistare posizioni personali più favorevoli. La maggior parte dei manifestanti, non hanno letto e, tanto meno capito il disegno di legge sulla riforma dell’Università italiana, già approvato dalla Camera e in discussione al Senato. Una conseguenza obbliga i poliziotti ad abbigliarsi in assetto antisommossa, offrendo al mondo intero un’immagine di “mondezza culturale”, cristallizzata nelle classifiche di merito delle università mondiali, aggiungendo la mondezza a quella dei rifiuti napoletani.  La disobbedienza civile è una forma di lotta politica che comporta la consapevole violazione di precise norme di legge considerate particolarmente ingiuste. Il maggior numero dei partecipanti appare sia più propenso a creare confusione che a fare chiarezza, violando ogni forma di giustizia attraverso tafferugli creati e alimentati.  La lotta più accanita si è registrata nella capitale, sede della maggiore Università Europea: la Sapienza di Roma. Il primo ateneo romano, sotto la guida del rettore Luigi Frati, ha già ottenuto dal Senato Accademico, quasi all’unanimità, il via alla sua riorganizzazione, ispirata dalla riforma in discussione. Sono state previste la riduzione dei Dipartimenti dagli attuali centocinque a circa cinquanta e delle facoltà dalle attuali ventitré a dodici. Il Rettore assicura che la riduzione si concretizzerà con opportuni accorpamenti in un processo spontaneo costruito anche con gli studenti. La riorganizzazione, sostiene il rettore, porta finalmente la Sapienza “nella direzione degli atenei che funzionano”. Nella città universitaria pieno consenso e in quella di Roma tanto dissenso! Perché? La strumentalizzazione politica è causa di tutti i mali. Strumentalizzare è sfruttare qualcosa o qualcuno come attrezzo utile per i propri scopi. La maggior parte dei nostri politici, purtroppo, utilizza innanzitutto la poltrona che occupa e i poteri in essa incorporati. I nostri politici dunque non lavorano per la collettività ma solo per raggiungere personali obiettivi. Per fortuna, talvolta, vince il buon senso e, nonostante le manifestazioni negli Atenei di tutta l’Italia, la Riforma dell’Università alla Camera è stata approvata. La riforma, dopo lo stallo di oltre un secolo, promossa e parzialmente realizzata dal ministro Luigi Berlinguer nella legislatura 1996-2001, ripresa dai governi successivi, non è da buttare in un cassonetto ma da migliorare nelle sedi di competenza. In sintesi il ddl Gelmini propone:- interventi per regolare, sul merito, la formazione e l’accesso dei giovani alla carriera accademica; - introduzione per la ricerca di contratti a tempo determinato di sei anni, abolendo quella gratuita o sottopagata con borse di studio pilotate; - conferma come associato, al termine di sei anni, se il ricercatore sarà ritenuto valido, in caso contrario terminerà il rapporto con l’università che gli riconoscerà titoli validi per i pubblici concorsi; - abbassamento dell’età da trentasei a trent’anni per entrare di ruolo nell’università e l’aumento dello stipendio da 1300 a 2100€; - passaggio ad associato di millecinquecento ricercatori in tre anni; 
- abilitazione all’ordinariato attribuita da una commissione nazionale su base di specifici parametri di qualità e assunzione con procedure pubbliche di selezione. Faranno parte delle autorevoli commissioni di abilitazione anche stranieri; - promozione da parte di ogni ateneo, entro una quota di un terzo, al ruolo superiore di docenti interni, con meccanismi trasparenti e meritocratici, adottando un codice etico per evitare incompatibilità e conflitti d’interessi legati a parentele; - obbligo dei docenti di certificare la loro presenza a lezione;
- impegno dei professori a tempo pieno; - valutazione dei docenti da parte degli studenti con ricadute sull’attribuzione di fondi alle università da parte del ministero dell’Istruzione; - risorse trasferite dal ministero non a pioggia ma in base al merito; - forte riduzione delle facoltà che potranno essere al massimo dodici per ateneo; - possibilità di unire o federare università vicine;- criteri di maggiore trasparenza nei bilanci delle università. In bocca al lupo Ministro, auguri Italia.            Roma, 20 dicembre 2010
Antonio Bencardino

novembre 2010 - COSTUME ITALIANO E DISOCCUPAZIONE GIOVANILE
Da alcuni anni i media da una parte proclamano la disoccupazione dei giovani italiani e dall’altra l’insoddisfatta domanda di personale da parte d’imprese industriali, di ditte, d’artigiani, d’officine, di commercianti, di agricoltori, di famiglie eccetera. “La gente ha in mente una distinzione fra lavoro manuale e lavoro intellettuale che aveva senso un tempo, quando da un lato c’erano solo operai e contadini analfabeti, e dall’altro intellettuali umanisti.  Ma oggi che senso ha dire che un tecnico di impianti elettrici fa un lavoro manuale mentre l’impiegato ne fa un o intellettuale? Il tecnico affronta problemi che costituiscono una vera sfida intellettuale con un sapere che ha acquisito in anni di studio e di lavoro. L’altro spesso fa un’attività di routine che richiede solo di adoperare in modo elementare il computer” (F. Alberoni). Nel dopoguerra le esigenze di vita erano stringenti e giravano attorno ai bisogni di alimentarsi e coprirsi adeguatamente. Ogni lavoro era buono, la paga era commisurata al rendimento che manteneva in vita l’azienda e consentiva alle famiglie di mantenersi un aiuto esterno per le loro necessità. Le fabbriche del nord come la FIAT, l’OLIVETTI ed altre, in piena espansione, erano completate dalla manovalanza meridionale. Le serve, oggi badanti, necessarie alle famiglie benestanti del centro e del nord Italia provenivano dal Veneto, dalla Calabria, dalla Sicilia, dalla Sardegna e da altre regioni. Senza vergogna, i genitori accompagnavano le ragazze presso le famiglie richiedenti. I ragazzi facevano apprendistato presso i barbieri, le officine, i fabbri, i maniscalchi ecc., senza alcuna remunerazione. L’unico obiettivo imperante era imparare un mestiere per procacciarsi da vivere. Negli anni cinquanta la Licenza Media e quella Professionale rappresentavano titoli idonei e sufficienti per l’assunzione in fabbrica e negli enti pubblici. Negli anni sessanta si passava dal livello di scuola media inferiore a quello di scuola media superiore. Le università, fino allora riservate alle famiglie benestanti, aprivano le porte a studenti provenienti dal mondo agricolo e da quello che offriva manodopera per ogni esigenza. Oggi le università pullulano di studenti, in corso e fuori corso, provenienti da tutti i ceti sociali e ci siamo rassegnati ed abituati ai cosiddetti figli bamboccioni, agli studenti che non desiderano studiare, né lavorare. Il laureato, con l’approvazione dei genitori, sogna un lavoro intellettuale e a tempo indeterminato. Così, giorno dopo giorno, registriamo l’aumento della disoccupazione giovanile italiana e contestualmente la crescita annuale, con percentuale a due cifre, nel nostro Belpaese, degli immigrati, regolari e clandestini. Un recente dossier della Caritas rileva che gli immigrati in Italia sono a quota cinque milioni arrivando al 7% della popolazione Italiana. Considerando che, nel 1990, le  presenze fossero solo cinquecento mila, per arrivare a cinque milioni nel 2010 vuol dire che sono aumentanti di dieci volte in venti anni ed ora, inevitabilmente fanno parte integrante del tessuto economico del nostro paese. Essi contribuiscono all’11,1% del nostro Prodotto Interno Lordo (Pil). La loro collocazione è dove ci sono più posti di lavoro lasciati liberi dagli italiani che, tra il lavoro di manovalanza e la disoccupazione scelgono quest’ultima: 23% in Lombardia, poco meno del 12% nel Lazio, oltre 11% nel Veneto e circa l’11% in Emilia Romagna. Poco meno del 60% degli immigrati risultano ospitati in quattro regioni del centro-nord. Troviamo stranieri in ogni angolo della nostra Nazione; dal nord al sud, da est ad ovest: nelle fabbriche, nelle campagne, nei cantieri edili, nelle officine idrauliche, elettriche, meccaniche, e nelle falegnamerie, nell’attività domestica di ogni tipo, nelle ditte di trasporto e delle pulizie, negli ospedali e nelle case di cura, nei super mercati, nei ristoranti e nelle pizzerie, negli alberghi e nelle pensioni, nei campi sportivi e sulle spiagge. Certi lavori i nostri giovani non li cercano nemmeno perché li considerano forse inadeguati alla loro dignità e, soprattutto, ai loro titoli di studio. Pochi dei nostri giovani praticano il lavoro stagionale nelle campagne, per i raccolti agricoli, nei bar, nei ristoranti e sulle spiagge; sempre pochi s’impegnano nei lavori sociali nelle grandi città quali l’assistenza agli anziani. Applicandosi a tali lavori i nostri giovani potrebbero confrontarsi con la vita reale abbandonando gradualmente lo status di “bamboccioni” inserendosi nella vita produttiva della Nazione. Nelle piccole imprese italiane sono diecine di migliaia i posti di lavoro disponibili, mentre la disoccupazione giovanile tra i quindici e i ventiquattro anni supera il 25%. E’ un’illusione ipotizzare un cambio del costume per ridurre le immigrazioni nel nostro paese a favore di giovani che vogliono impegnarsi negli “antichi mestieri”? Potrebbe non esserla, a patto che i ragazzi e le loro famiglie considerino il “pezzo di carta” conquistato uno strumento in più per svolgere meglio il mestiere, sfidando la concorrenza globale.
Roma, 20 novembre 2010 - 
                                                                                                            Antonio Bencardino

ottobre 2010 - Una nota di Antonio Bencardino
LA CITTADINANZA ONORARIA DI SABAUDIA ALLA MARINA MILITARE
Il 31 luglio 1934, la Seconda Squadra Navale della Marina Militare donava alla neo città di Sabaudia l’ancora tuttora esistente sull’apposito basamento di fronte al palazzo municipale. Con le Navi schierate sulle acque antistanti alle dune, quasi in un abbraccio, la Marina prometteva di collaborare direttamente con la città per la sua crescita morale e materiale. Una  collaborazione, diretta, indiretta e sempre disinteressata nel corso degli anni, è stata evidenziata in occasione del settantacinquesimo anniversario di fondazione. Nel 1936 la Nave Asilo Caracciolo, inaugurata nell’agosto 1913 nel porto di Napoli, su iniziativa della Signora Giulia Civita Franceschi, era diventata insufficiente per ospitare più di trecento bambini. Il 18 luglio dello stesso anno dalla Nave Caracciolo, gestita con il controllo di Ufficiali della Marina Militare, la scuola dei Marinaretti sbarcò per approdare a Sabaudia. Il Collegio di Arte Marinara, conservando il nome Caracciolo, insieme alla città, ha svolto la sua opera educativa per venticinque anni. Il Brigantino, quale attrezzatura ausiliaria per l’addestramento degli allievi, svettava con i suoi alberi e la bandiera della Marina, nell’area monumentale tra il municipio e il collegio Caracciolo. Nel 1961 il collegio Caracciolo fu chiuso dati lo sviluppo sociale, il crescente benessere e, soprattutto, per il livello strutturale delle scuole di Sabaudia. Tale chiusura lasciò orme indelebili. La Marina nel 1958 trasferì presso le strutture del Collegio Caracciolo (attuale sede in Sabaudia del Corpo Forestale dello Stato) la squadra rappresentativa di Canottaggio, in possesso di un curriculum di tutto rispetto: la partecipazione alle ultime due Olimpiadi (1952 Helsinki, 1956 Melbourne). Il progetto dei canottieri col solino, in chiave olimpica, era particolarmente significativo oltre che per una diretta partecipazione, per valorizzare il lago di Sabaudia e promuoverlo a ospitare i giochi remieri delle Olimpiadi di Roma ‘60. Le competizioni di Canottaggio e canoa, con la benedizione del papa Giovanni XXIII, si svolsero invece a Castel Gandolfo, ove si schierarono e meritarono medaglie, tra gli altri, alcuni equipaggi di marinai in entrambe le discipline (canottaggio e canoa). Nella circostanza Sabaudia fu sotto i riflettori dello sport mondiale. Fu istituita nella città pontina la prima Società di Canottaggio e Canoa: la Scuola Centrale Remiera della Marina Militare Sabaudia (acronimo MARIREMO Sabaudia). A breve si aggiunse il Centro Remiero delle Forze Armate Sabaudia, per accogliere i canottieri e i canoisti dei sodalizi militari con riferimento particolare al servizio militare di leva. Con l’istituzione del Centro Giovanile furono aperte le porte del presidio  della Marina Militare agli studenti di ambo i sessi della provincia di Latina. Ragazzi e ragazze furono accompagnati negli allenamenti e nei vari campi di gara sparsi nella penisola per la partecipazione ai giochi della gioventù, dalle fasi comunali a quelle nazionali. Una studentessa di Borgo San Michele, nella seconda metà degli anni 70, conquistò il prestigioso titolo di Campionessa Italiana di canottaggio. Oltre ai Centri Giovanile di Canottaggio e Canoa, la Marina, di concerto con la Lega Navale Italiana , portò a Sabaudia il Centro Nazionale di Canoa, Canottaggio e Vela: un’organizzazione, ancora attiva che, sotto l’insegna della L.N.I., consente, ogni anno, a centinaia di studenti e rispettive famiglie di conoscere la città e il suo lago. Mariremo Sabaudia sin dagli anni sessanta, di concerto con la medicina e la scuola dello sport e con i più esperti costruttori d’imbarcazioni, promosse e supportò la ricerca scientifica, teorica e pratica, sia sugli atleti sia sulle imbarcazioni. La medicina sportiva e la psicologia da una parte, la fisica e la meccanica applicata dall’altra. Nei primi anni sessanta approdò a Sabaudia il Gruppo Nautico delle Fiamme Gialle che stimolò ancor di più la Marina, aprendo un simpatico, salutare e crescente agonismo. La Scuola Forestale dello Stato fu incoraggiata dalla M.M. a intraprendere l’attività remiera, mettendo a disposizione la propria sede, uomini e mezzi. In  una prima fase gli atleti forestali, con quelli della Polizia di Stato, furono ospitati dalla Marina. In seguito entrambi i sodalizi si resero autonomi e con la Marina e la Finanza lanciarono Sabaudia verso obiettivi sempre più alti, fino a suggerire ai media nazionali di attribuire all’amena cittadina pontina l’appellativo di “Città dello Sport”. Nel 1965, la Marina Militare, con la prima edizione del Trofeo Natale Bertocco, portava in Italia il canottaggio internazionale, con cadenza annuale. Tutto faceva presagire che Sabaudia diventasse sede del “Centro Nazionale del Canottaggio Italiano”, tanto auspicato dalla Marina. Il lago di Paola ne aveva e ne ha tutte le caratteristiche: basi misurate e valori delle correnti nelle corsie d’acqua rilevati a cura dell’Istituto Idrografico della Marina Militare, campo di gara, assistenza tecnica e logistica collaudati sotto i numerosi vessilli delle Nazioni partecipanti al Trofeo Bertocco.  Purtroppo gli amministratori comunali, che si sono susseguiti al palazzo, hanno vissuto il canottaggio della loro città in forma passiva, salvo qualche personaggio di spicco che, sebbene tardivamente, ha appoggiato con forza alcune iniziative della Marina Militare. Il Centro Nazionale di Canottaggio sfumò a favore di Piediluco.

SETTEMBRE 2010 - L’AZIONE POLITICA E’ NAUFRAGATA NEL GIOCO “GUARDIE E LADRI”
Che tristezza! Fino a qualche anno fa assistevamo a risse tra governo e opposizione. Gioco a due squadre, chiare, distinte e colorate dal pensiero politico. Oggi la diatriba politica, a tre, quattro o più teste, è fondamentalmente basata sulle ruberie esercitate dalle parti in gioco. Dispute ogni giorno su malefatte, illecite appropriazioni, tangenti e abusi di ogni genere. Dieci, cento, mille milioni di euro frodati, quasi in proporzione all’incarico politico-amministrativo coperto dal padrone di turno. Il politico amministra da padrone il portafoglio del suo dicastero e non quale delegato alla carica ricoperta. Le guardie vigilano e intervengono NON per proteggere il patrimonio pubblico, morale e materiale, ma per cambiare il proprio status passando da guardie a ladri, da opposizione a governo o, semplicemente per guadagnare posti e voti nella medesima alleanza (governo o opposizione). Ai tempi della DC e del PCI, i ruoli erano precisi: la prima al governo e il secondo all’opposizione. Le due vite s’intrecciavano in funzione del numero delle preferenze espresse dagli elettori a favore di ciascuno dei due massimi schieramenti. Due validi poli per gli altri partiti che vivevano all’ombra dei due grandi contendenti. In tutti i partiti, grandi e piccoli, era rispettato l’ordine gerarchico e la scaramuccia, che cavalcava l’onda anomala di qualche corrente, era subito sedata. I poli ebbero origine nel 1948 quando alla camera la D.C. ottenne il 48,5% dei voti e il P.C.I. il 31,0%; insieme ben il 79,5%. Dopo ventotto anni e il miracolo economico italiano, nel 1976, la performance dei due partiti dominanti era mutata relativamente poco: DC 38,7% e PCI 34,4, insieme 73,1%. Dopo undici anni, nel 1987, troviamo la DC a 34,3% e il PCI a 26,6% per un totale di 60,9%, con una percentuale non sufficiente per dare all’Italia un governo e un’opposizione stabili. Alla fine degli anni ottanta e all’inizio dei novanta sparirono le due storiche nomenclature politiche, prima quella del PCI e poi l’altra della DC. Quest’ultima per circa quaranta anni, con l’appoggio di altri partiti minori, aveva consentito all’Italia di essere ben rappresentata tra i paesi più industrializzati del mondo. Le regole del gioco, di massima, erano rispettate. Dopo la cosiddetta prima repubblica, quando tutti i partiti politici italiani avevano partecipato al gioco, in entrambi i ruoli di guardie e ladri, varcati i limiti di stabilità e i conseguenti disastri per gli italiani, iniziarono le trattative per costituire i cosiddetti due poli: Centro-Destra e Centro-Sinistra. All’ideologia politica subentrava il becero opportunismo a difesa della casta. I massimi dirigenti sindacali erano attratti, più che mai, dalla politica fino a conquistare la seconda e la terza carica dello Stato: Marini, presidente del Senato e Bertinotti, presidente della Camera dei Deputati. Nessun beneficio a favore dei lavoratori che, spalla su spalla, avevano costituito la scala della loro ascesa. Piccola consolazione degli operai delusi: qualche partito storico, che nel passato aveva avuto ampi consensi, come il PCI, attraverso vari travestimenti, finiva fuori dal parlamento, non essendo più rappresentato né alla Camera né al Senato. Nella seconda Repubblica si acuisce il senso della convenienza personale: rimanere in gara a tutti i costi, non importa con quale squadra. E’ perentorio occupare i primi posti nelle liste elettorali per ottenere una poltrona, di là dalla volontà degli elettori, come prevede l’attuale legge elettorale. Senatori e Deputati, indipendentemente dai ruoli che rivestono nella legislatura, si sentono leader. Ciascuno non si muove secondo le regole del gioco ma in funzione delle proprie esclusive convenienze. Per assicurarsi il posto in lista alle prossime elezioni è sufficiente non scontentare il Capo. Chi ritiene di aver raggiunto una leadership di livello affronta il Capo a viso scoperto, cancellando i frutti delle azioni congiunte, ricorrendo a qualsiasi mossa o mezzo per accattivarsi la simpatia degli elettori. Molti dimenticano che per occupare un determinato posto nella squadra di governo o di opposizione bisogna farne parte e vincere e che chi ne fa parte, non sempre, ne fa parte per meriti suoi personali. Le brevi note che nascono dalla grande delusione dello scrivente, si fondano anche sull’esperienza che tanti, come me, stiamo vivendo a livello locale. In particolare mi riferisco alla città di Latina il cui sindaco è stato sfiduciato dalla propria maggioranza e a quella di Sabaudia nel cui municipio si assiste davvero al gioco guardie e ladri. Oggetto del contendere, di là di ogni apparenza, voti, voti e poi voti che servono per occupare le poltrone anche senza ben governare. La città è rappresentata dal sindaco (ex AN), legittimamente eletto e dal vicesindaco (ex Forza Italia), impropriamente nominato. Il resto non conta. Anche il PD, opposizione, è bicefalo: un ex non so precisamente cosa e un ex Margherita. Entrambe le coalizioni sono senza un vero “Capo”, e le squadre con più teste, nella loro breve vita, non producono mai buoni frutti. I risultati lo dimostrano.
            Roma, 22 settembre 2010 
                                                                                                Antonio Bencardino

AGOSTO 2010 - LA SPERANZA (SPESSO IN LETARGO) E’ L’ULTIMA A MORIRE
La speranza è lo stato d’animo di chi è fiducioso negli avvenimenti futuri o già accaduti di cui non conosce i contorni precisi e le esatte possibilità di riuscita. E’ ovvio che ogni essere umano, nel corso della propria esistenza, si aggrappi alla speranza quale fosse una speciale ancora di salvezza. 
Si partecipa a un concorso con la speranza di superarlo, è nuvolo e si esce senza ombrello nella speranza che non piova, in un controllo sanitario si spera che tutto rientri nella norma, si spera di vincere la gara sportiva cui partecipiamo; infine si va a votare nella speranza di migliorare il proprio benessere materiale e morale. Si potrebbero fare infiniti esempi poiché ogni azione intrapresa accarezza la speranza del buon risultato. Il contadino semina in determinati giorni dell’anno con la speranza di incontrare il favore delle piogge, lo scrittore esprime il suo genio nelle pagine di un libro e spera che il testo finisca in molte case oltre che in numerose biblioteche, il malavitoso organizza una rapina e spera di poterla utilmente portare a termine. La speranza è universale, è di tutti: nasce e muore con l’individuo. Ogni nato di donna vive il senso della speranza in relazione alla propria formazione, alla sua cultura e allo stato d’animo; quest’ultimo influisce in modo spesso negativo sulle prospettive della speranza. Dante dava alla speranza un significato assoluto: “Un attender certo de la gloria futura”; e con altrettanta determinatezza affrontava la vita. Egli, infatti, per sostenere le proprie idee politiche, nella speranza di migliorare il vasto mondo che conosceva, accettò il lungo e penoso esilio. 
I politici attuali si candidano a nostri rappresentanti con la speranza di essere eletti. Come risulta, però, da tante denunce scritte e parlate, mai smentite, e numerose sentenze, la speranza per molti di loro è quella di arricchirsi all’ombra della casta, invece di governare bene per migliorare lo stato di benessere dei cittadini. Purtroppo, la loro speranza è confermata dai fatti, si arricchiscono e dominano sugli altri, a dispetto della speranza degli elettori. Questi ultimi, in fase elettiva, indicano il nome del candidato (generalmente già fissato e quasi imposto dalla casta!) e mettono la croce sul simbolo del proprio partito o gruppo d’appartenenza, con la speranza che la scelta cada sulla persona giusta, quella più idonea a ricoprire un incarico pubblico a favore dei cittadini. Per le amministrazioni locali la speranza/desiderio sarebbe quella di collocare sulla poltrona di sindaco la persona del giusto peso che, non facendola traballare, svolga la propria attività con senso civico, trasparenza, sincerità e affetto verso tutti i cittadini. 
Sulla mia esperienza di elettore, comune a tantissimi cittadini che esercitano il diritto/dovere del voto, ritengo che prima di sancire la propria scelta, sarebbe opportuno domandarsi se la persona destinataria del voto sia quella giusta. Occorre chiedersi se il voto è davvero suffragato dalla speranza. Gli avvenimenti futuri devono ancora accadere e abbiamo difficoltà ad esprimere anticipati giudizi; conosciamo invece tutto su quelli già accaduti. Sappiamo esattamente quali sono stati i comportamenti delle persone che, nelle ultime legislature, hanno occupato le varie poltrone da quella di semplice consigliere a quelle di assessore, di sindaco, di presidente, di deputato, di senatore. Molte di loro hanno tolto ogni speranza agli elettori e, indipendentemente dell’appartenenza politica e dei livelli intellettuali e culturali, si sono manifestate quali maniache di protagonismo e bugiarde. Assumono caratteristiche di padroni delle città, delle province, delle regioni e della nazione, trascurando le loro funzioni di legittimi delegati a governare con buon senso e nel rispetto delle leggi. Molti elettori hanno compreso l’anomala situazione, ma nell’utopia generale, non tengono conto delle elezioni del passato. La loro speranza delusa dagli avvenimenti sempre più sconfortanti e avvilenti, nell’imminenza della consultazione successiva, è ravvivata dalla dialettica politica, spesso accompagnata da cene, rinfreschi e manifestazioni varie, sempre a spese dei contribuenti e mai a carico dei politici. Chiuse le urne, i progetti di cambiamento e le speranze vanno in letargo e i cittadini subiscono il presente e sognano un futuro che non vivranno mai. “Si stava meglio quando si stava peggio”, un vecchio detto che è diventato un’attuale realtà. Spero che almeno una delle persone che leggano queste righe, possa rinnovare la propria speranza politica e, tenendola sempre viva e mai in letargo, confermare quei soggetti che nella mischia politica, hanno ben lavorato e cercare di fidarsi di nuovi personaggi da collaudare al posto di coloro che, per anni, sostenuti dal nostro voto, hanno costantemente mantenuto atteggiamenti arroganti e irresponsabili a danno della città, della provincia, della regione e della Nazione.
Roma, 16 agosto 2010 -
Antonio Bencardino

Luglio 2010 - CONTROLLI PER SCOVARE I FALSI INVALIDI. COSA FARE PER SCOVARE I FALSI VALIDI?
Il notevole aumento della spesa pubblica per le prestazioni d’invalidità civile è, da qualche tempo, in primo piano mediatica. Sotto accusa i FALSI INVALIDI. Cristiano Gori, esperto di politiche sociali, in una sua relazione, pubblicata dal Sole24ore, rileva che nel 2009 la spesa complessiva per prestazioni di invalidità civile ammontava a sedici miliardi di euro. E il ministro Tremonti rileva che tale importo, corrispondente a un punto del PIL, dal 2001 al 2009, ha subito un incremento eccessivo essendo passato da sei a sedici miliardi. La spesa è costituita da due parti: la pensione d’invalidità, assegnata a soggetti disabili con reddito basso e l’indennità di accompagnamento, erogata a persone con alto grado d’invalidità e tale da non renderle autosufficienti; incapaci in pratica  per lo svolgimento degli atti relativi al loro vivere quotidiano. L’indennità d’accompagnamento non è vincolata né alle condizioni economiche né all’età dell’avente diritto. In Italia, sempre nel 2009 sono state erogate 4,7 milioni di pensioni di invalidità, quattro volte in più che in Germania o in Francia. Il ministro della funzione pubblica, Renato Brunetta, dichiara che “ci sono decine di migliaia di false o non dovute pensioni di questo tipo”. Difatti, da un controllo dell’Inps, su duecentoquattromila pensioni d’invalidità, ne sono false, in media, circa il 15%. La percentuale è più alta nei paesi del sud (a più basso reddito procapite), quasi a significare che le pensioni d’invalidità, in alcune zone d’Italia, sono considerate quali ammortizzatori sociali. Il governo è intervenuto su questa spesa senza controllo e, da quando le domande d’invalidità vanno presentate non più alle aziende sanitarie locali ma all’Inps, sono crollate di circa il 58%, da 350 a 150 mila. Leggendo la relazione di Gori e altri articoli di stampa sull’argomento mi son chiesto chi alimenta questo strano fenomeno e mi sono convinto che la quasi totalità delle false invalidità sono create e supportate dalle raccomandazioni. Queste producono sia i falsi invalidi sia i FALSI VALIDI. I personaggi in gioco sono: raccomandato, raccomandante e raccomandatario. Nelle raccomandazioni conta la natura dei rapporti tra i soggetti coinvolti. Quanto più alti sono gli interressi che legano le parti, maggiori saranno i danni recati alla collettività. Spesso le relazioni tra i soggetti coinvolti nella raccomandazione sono sostenute da trasferimento di denaro e/o altre prestazioni (voti di scambio, consolidamento di potere del raccomandante nella struttura in cui è stato inserito il raccomandato, prestazioni sessuali, gratifiche di varia natura al raccomandatario, eccetera). Le raccomandazioni comportano dei danni sempre e comunque ad altri soggetti perché è ignorata la meritocrazia. Quasi mai si valutano le capacità e il reale curriculum del raccomandato. Le procedure di valutazione o selezione più frequentemente distolte dalle raccomandazioni assediano i concorsi pubblici, le selezioni del personale, i procedimenti di valutazione scolastica o di accesso a un corso di studi, gli esami universitari o di abilitazione professionale e qualsiasi procedura dove si valuta l’idoneità o la competenza di un soggetto in  ambito professionale o culturale. Si parte dalla semplice “spinta”, soprattutto, nell’ambito scolastico per arrivare al puro “scavalco” nei concorsi e nelle selezioni. Il ministro Brunetta per combattere la piaga delle raccomandazioni, molto sviluppata negli enti locali, dove opera uno spudorato nepotismo, ha proposto un modello di concorsi pubblici “chiavi in mano”, promettendo agli amministratori sgravi di possibili pressioni dei raccomandanti e risparmio di tempo e denaro. Una seria vigilanza e un costante controllo dovrebbero ridurre, se non abolire concorsi ingiusti, pilotati e manipolati. Certe scelte annullano anni di sacrificio e duro lavoro a favore di chi è senza esperienza, un curriculum vuoto, una capacità mediocre, un impegno scientifico evanescente. La Costituzione della Repubblica Italiana pone i dipendenti pubblici “al servizio della Nazione” il raccomandato potrebbe invece servire l’interesse particolare del raccomandante politico-clientelare venendo tal vota a configurare un rapporto di lavoro subordinato non con l’ente pubblico che eroga la retribuzione, ma con il raccomandante o la sua parte politica. Le raccomandazioni sono da considerarsi in definitiva una vera piaga dell’Italia, che danneggia alle fondamenta il sistema sociale ed economico, incoraggiando la “fuga di cervelli”, minando la competitività del sistema produttivo, favorendo l’inefficienza, gli sprechi e l’illegalità nella pubblica amministrazione e contribuendo a diffondere un’atmosfera di sfiducia e scarsa propensione al lavoro e allo studio. La “spinta” e lo “scavalco” producono nella realtà quotidiana falsi invalidi e falsi validi che danneggiano la produttività e l’efficienza delle strutture, rallentandone la macchina burocratica. Se si riuscisse a depurare i falsi dai veri invalidi civili, questi ultimi ci guadagnerebbero molto e sotto due aspetti: non sarebbero considerati un peso dai cittadini, avrebbero più disponibilità di posti di lavoro (assegnati ai falsi invalidi con una doppia raccomandazione) e più ambienti a disposizione. Chi può valutare quantitativamente i “falsi Validi” e il danno morale ed economico che essi recano alla nostra Nazione? Senza i FALSI ABILI E I FALSI DISABILI l’Italia potrebbe salire ai primi posti nella classifica delle nazioni per virtù, efficienza e correttezza morale e non solo. Gli Italiani si scrollerebbero di dosso l’appellativo di FALSARI per riconquistare quello di “Popolo di Poeti, di Artisti, di Eroi, di Santi, di Pensatori, di Scienziati, di Navigatori, di Trasmigratori”.

Roma, 21.07.2010

                                                                                                Antonio Bencardino

-- Giugno 2010 - NEL SEGNO DELLA POLITICA LE PROVINCE ITALIANE NON SI TOCCANONella Repubblica Romana, tra il terzo e il secondo secolo a.C., il termine provincia passò gradualmente a significare non più la sfera di competenza di un magistrato ma il territorio sul quale questi esercitava i propri poteri. La provincia moderna nasce come Ente locale dotato di propria rappresentanza elettiva e di un’amministrazione autonoma (Regio Decreto del 23.10.1859). Dalla nascita al 1915 le province subirono diverse variazioni legislative che ne regolavano politicamente la composizione, la vita e le funzioni. Nel 1861 di province se ne contavano cinquantanove. Nove anni dopo, nel 1870, salirono a sessantanove. Nei cinquant’anni successivi, dal 1870 al 1920, si ebbe l’incremento di una sola provincia, essendo passate da sessantanove a settanta unità. La principale riforma dell’istituto delle province venne con il testo unico della legge comunale e provinciale del 1915 che raccoglieva la loro lunga evoluzione  regolandone gli organi costitutivi, i compiti, i proventi e le spese. Il regime fascista abolì il criterio elettivo nella formazione degli organi provinciali. Il Rettorato, di nomina regia, sostituì Consiglio e Deputazione. Con il Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 23 del primo febbraio 1945, le province vennero ricostruite lentamente in senso democratico. Il numero delle province dal 1920 al 1941 lievitò del 40%, passando da settanta a novantotto. I padri costituenti ne bloccarono il numero e, nel 1947, le province scesero a novantuno, sette in meno. Dal 1954 al 1974 il numero delle province passò da novantadue a novantacinque. Dal 1974 al 1992 crebbero di otto unità attestandosi su centotre. Nella cosiddetta seconda repubblica, fino al 2004, le province hanno registrato un incremento di sette unità, raggiungendo il considerevole numero di centodieci. I comportamenti e le azioni del politico di oggi traggono origine da due tradizioni antiche e simili: quella romana dei cliens – clienti dell’amministratore delle province - e quella germanica dei fedeli che contornavano il Capo. Oggi le province italiane, a similitudine di quelle romane, rappresentano un territorio sul quale i politici esercitano, in maniera libera e incontrollata, poteri e abusi di ogni genere, tendenti ad ampliare il numero dei clienti e dei fedeli a sostegno della ricchezza e della gloria del Capo, naturalmente, a totale carico della spesa pubblica. Le spese e l’inutilità delle province sono tali da indurre tutti i vertici politici, in sede programmatica, a proclamarne l’abolizione. Purtroppo, una volta al potere tutti dimenticano le promesse fatte. Ed è così che le Province, seppure inserite nei programmi per la loro abolizione, restano in vita ed aumentano di numero. Abolire le province significherebbe cancellare centodieci posti di potere, con circa cinquemila poltrone tra presidenti, consiglieri e assessori interni ed esterni ai partiti. Nessun partito vuole rinunciare a queste banche di voti alimentate dalle ricchezze pubbliche gestite, quasi sempre, con ampie facoltà discrezionali. Cancellando solo diciotto province con meno di duecentomila abitanti i partiti perderebbero poco meno di seicento poltrone. Tutti, senza distinzione di colore politico, ricorrono così a ogni stratagemma per neutralizzare l’ipotesi di abrogazione della più piccola delle province timidamente inserita nella finanziaria varata dal governo. La riduzione del numero dei parlamentari e l’abolizione delle province, sono stati e restano i due principali cavalli di battaglia politica. Di legislatura in legislatura, gli italiani devono prendere atto che la falsità politica davvero non ha limiti. Con buona pace per le promesse elettorali non mantenute.
Roma, 22 giugno 2010                                                                                    Antonio Bencardino 

 LA POLITICA ITALIANA E LA SCUOLA
Fare una legge e non farla rispettare equivale ad autorizzare la cosa che si vuole proibire
La cronaca scolastica italiana assume sempre più le caratteristiche di un bollettino di guerra. Da una parte gli studenti attivi, volenterosi e collaborativi che si applicano con tutte le loro forze per raggiungere prima possibile la maturità e l’autosufficienza, dall’altra quelli che, non avendo voglia di studiare, quali parassiti attivi, alimentano la guerra rendendo più arduo il percorso dei compagni volenterosi. Negli ultimi bollettini leggiamo: “Alunno di dieci anni prende a calci l’insegnante spappolandole la milza”, “alunna di quattordici anni violentata in classe”, “Nove chili di vermi a scuola”, “studenti di 12-14 anni incendiano la scuola per combattere la noia del weekend”, “Sei politico o tutti bocciati”. Le pagine dei giornali sono piene di simili denunce, nonostante l’omertà di studenti, genitori, docenti e Dirigenti Scolastici che nascondono sotto impietoso velo ciò che accade nelle loro scuole. Nell’articolo “sei politico o tutti bocciati” il pianto del Dirigente Scolastico di un importante liceo romano per la mancata disponibilità di quarantamila euro che dovrebbero consentire a quattrocentocinquanta studenti (circa il 50% degli iscritti) di saldare i debiti formativi accumulati nel secondo quadrimestre dell’anno. Il Dirigente Scolastico chiarisce che “la rigorosità di preparazione scolastica complessiva richiesta dalle nuove norme, cozza fragorosamente con la drammatica realtà di scuole senza soldi”. Nessun cenno agli studenti incapaci e/o senza voglia di studiare, pieni di debiti scolastici per un’ipocrita scelta politica. A proposito di debiti scolastici, l’ex ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni in un’intervista al Messaggero, a dicembre del 2007, dichiarava: “Abbiamo diplomato nove milioni d’impreparati, ora si cambia. I debiti si recuperano, i bulli si bocciano, i genitori non facciano i sindacalisti dei figli”. Seguirono le relative “Ordinanze”. Il Ministro in carica sta per emettere i “Decreti Attuativi del Nuovo Ordinamento Scolastico”. Tutto a posto! E’ sufficiente introdurre nuove norme. I problemi della scuola saranno risolti e i nostri diplomati non saranno più impreparati. La scuola italiana finalmente risalirà da quel trentaseiesimo posto, su cinquantasette paesi industrializzati (rapporto PISA-OCSE del 2006). Non è così. Non si cancellano, purtroppo, con leggi e leggine quarantadue anni di “voto politico” introdotto nella vita e nel pensiero degli Italiani nell’anno 1968. Molti dei nostri attuali governanti hanno usufruito di tale voto, quanto maggiore fosse il loro coinvolgimento nel sistema politico. Prima del sessantotto, a partire dai genitori, al titolo di studio si dava un valore assoluto. Il diploma di Scuola Media inferiore e superiore si conseguiva per merito, attraverso serie e valide selezioni. Alla quinta elementare la prima scelta, basata sulle capacità dello studente e sulle aspirazioni delle famiglie: ammissione alla scuola media e proseguire verso gli studi superiori, l’università o le Scuole Professionali (annullate dopo quaranta anni, nel 1962) per specializzarsi, da subito, in qualche arte o mestiere altamente gratificante. La società italiana negli anni del miracolo economico credeva profondamente nel valore della formazione scolastica dei figli, incoraggiandoli ad affrontare gli studi con volontà e spirito di sacrificio. Gli insegnanti rappresentavano il sapere, la cultura e l’educazione ed erano stimati. Essi avevano carisma, autorevolezza e superiorità morale e intellettuale. Lo studio pari ad un comune lavoro era cosa seria. Nelle famiglie vigeva il diritto/dovere morale e materiale. Gli studenti che s’impegnavano erano premiati oltre che dai risultati, dai genitori e dagli insegnanti. Lo stato interveniva con premiazioni simboliche per i più meritevoli e sostanziali per i più meritevoli e meno ambienti. I bidelli mantenevano l’ordine e la pulizia negli ambienti scolastici interni ed esterni. L’esuberanza dannosa per i compagni di classe era controllata, combattuta e punita, di concerto con i vari soggetti della catena di formazione, a partire dai genitori degli esuberanti. La limitata disponibilità di risorse faceva da collante sociale a tutti i livelli. Il distacco sociale tra dirigenti e lavoratori, tra governanti e governati era limitato e moralmente accettato. La vita scorreva sulla linea del rigore e della sobrietà. Tutti gli studenti erano obbligati a rispettare le istituzioni. L’avvento del progresso economico causò, tra l’altro, negli italiani debolezza e rilassamento dei costumi. Le autorità, dilaniate dalle diverse correnti di pensiero, lasciarono sempre meno libertà agli studenti. Gli studenti, guidati e coadiuvati da politici senza scrupoli, si ribellarono fino ad assumere atteggiamenti spudorati e distruttivi. Era l’anno 1968. Le università erano occupate dagli studenti che rifiutavano autorità e autorevolezza. Nacquero leggi e leggine, inneggiando ai diritti e ignorando i doveri. Si lottò per l’uguaglianza con armi che uccisero il merito e i discorsi plebiscitari e di parte spinsero i giovani verso un’incontrollata disobbedienza. Lo spirito di uguaglianza non s’ispirò ai parametri consolidati del sapere basati su voti certi, pieni e meritati ma al ribasso culturale: il voto politico, appunto. Ciò per rendere tutti uguali, capaci a diplomarsi e laurearsi, penalizzando irreversibilmente il lavoro di manovalanza che aveva fatto crescere l’Italia. Oggi la manovalanza è considerata quasi un disonore e delegata allo straniero. I Ministri della Pubblica Istruzione della cosiddetta Seconda Repubblica, hanno improntato la loro attività nel cambiare le leggi tenendo sempre acceso il dibattito politico sull’argomento. Un cervello illuminato ha detto: “Meglio una cattiva legge e buoni amministratori piuttosto che una buona legge e cattivi amministratori”. Siamo certi di avere incontrato cattivi amministratori e non sappiamo nulla sulla bontà delle ultime leggi perché non sono state mai applicate fino in fondo. Fare una legge e non farla rispettare equivale ad autorizzare la cosa che si vuole proibire (Cardinale Richelieu). Occorre cambiare l’approccio degli studenti alla scuola, la tendenza dei genitori a considerare la scuola un parcheggio per i figli e quella degli insegnanti a considerare la giornata positiva purché fino alla chiusura della scuola non siano stati aggrediti da studenti, genitori o sindacalisti. Il Preside che lamenta la mancanza di fondi per il recupero dei debiti scolastici dovrebbe chiedersi perché il 50% dei suoi studenti sono debitori. Chi consente loro di accumulare debiti dalla prima alla quinta classe? Che fine faranno questi debiti agli esami di stato? Quali conseguenze avranno i loro condoni che annullano, di fatto, il merito di chi sa perché, in silenzio, ha studiato seriamente rinunciando a divertimenti e proteste? 
Antonio Bencardino -  Roma, 18.05.2010   
                                                                                 

- Aprile 2010 - QUALE FUTURO DOPO LA GRANDE MAREA DELLE REGIONALI?

- Marzo 2010 - DILETTANTI ALLO SBARAGLIO O FACCENDIERI ALL’ASSALTO DELLA DILIGENZA?
- Febbraio 2010 - Verso le Regionali del 28 e 29 marzo 2010
- Gennaio 2010 - OGNI COSA HA IL SUO TEMPO
- Dicembre 2009 - E’ COMPLICATO GOVERNARE CON UNA LEADERSHIP IMPOSTA
- Ottobre 2009 - Università a Sabaudia per incrementare Scuola e Sport
- Agosto 2009 - LE PORTE DELLA POLITICA, COME QUELLE DEL PARADISO, SI APRONO SOLO DALL’INTERNO.
- Luglio 2009 - SABAUDIA TRA APRILIA E FONDI: RINNOVAMENTO O IRREVERSIBILITA’ POLITICA?
- Giugno 2009 - Il diavolo si nasconde nella maggioranza
 Precedenti al maggio 2007  AL COMUNE DI SABAUDIA -  (2004 - 2005 - 2006)
- Giugno 2007 TEMPO DI SEMINA (Bencardino
-- Luglio 2007  L’Apparire sorpassa l’Essere e l’Avere (Bencardino)
- Agosto 2007 Due sindacalisti – Due Miti (Bencardino)
- Agosto 2007 Su Via Cesare del Piano Piccolo (Bencardino)
- Settembre 2007Sabaudia e Archimede nel 2007 (Bencardino)
Ottobre 2007 Quanto più la Società è evoluta (Bencardino
- Novembre 2007 Bisogna conoscere bene il passato (Bencardino)
  Dicembre 2007 La  scuola italiana al 36° posto (Bencardino)
- Gennaio 2008 - VOLONTARIO? SI  GRAZIE (Bencardino)
- Gennaio 2008 Sabaudia e lo sport (Bencardino)
23 24 febbraio 2008 - Concorso artistico per i Campionati di fondo (Bencardino)
- 26. febbraio 2008 - Domenico Di Resta, Presidente della Commissione Turismo (Bencardino)
-- 27 febbraio 2008 -Dal Parlamento Europeo a Sabaudia, Zappalà (Bencardino)
 Febbraio 2008 -La tolleranza non è senza limiti (Bencardino)
- Marzo 2008 - La politica è arte o scienza? (Bencardino)
- Aprile 2008 - Riuscirà il nuovo governo a rimettere in moto l’Italia? (Bencardino)
- Maggio 2008 -La meritocrazia nel quarantesimo anniversario della sua scomparsa. (Bencardino)
Giugno 2008 - Sabaudia Nord “Porto Franco” per i costruttori. (Bencardino)
 - Luglio 2008 - Un grande programma (Bencardino)
- Agosto 2008 - I PARTITI POLITICI, I LORO STATUTI E IL CAPORALATO (Bencardino)
  Settembre 2008 - A Pechino gli sport minori hanno salvato l'Italia (Bencardino)
-- Ottobre 2008 - L’onorevolezza degli onorevoli Deputati e Senatori e l’opinione pubblica (Bencardino)
- Dicembre 2008 -Asfalto con l’ombrello (Bencardino)
- Gennaio 2009 - RASSEGNAZIONE IMPOTENZA O GRIDO DI DOLORE (Bencardino)
Febbraio 2009 - "La piscina cede il passo alla farmacia" (Bencardino)
Marzo 2009 - Diritti e Doveri dei Cittadini (Bencardino)
 Aprile 2009 - Il bipartitismo e le lista civiche (Bencardino)
Maggio 2009 - Lettera aperta ai cittadini di Sabaudia(Bencardino)
- Aprile 2010 - QUALE FUTURO DOPO LA GRANDE MAREA DELLE REGIONALI?
Le elezioni regionali hanno scatenato un vero tsunami politico. Alcuni leader che si sentivano al sicuro sono stati travolti e trascinati in alto mare, altri sono riusciti appena a conservare le posizioni in precedenza conquistate, a volte migliorandole e avanzando in zone più tranquille. Quelli più appoggiati dal governo in carica sono sbalzati su alture rilevanti autoproclamandosi il faro della politica italiana. E’ certo che il governo ne risulta rafforzato e, a parte gli equilibri interni sempre più precari, potrebbe finalmente attuare il proprio programma orgogliosamente presentato alle ultime politiche e sul quale ha ottenuto l’ampia fiducia degli Italiani. Tale fiducia è stata rinnovata nelle urne delle regionali nonostante il pasticcio delle liste e la consistente astensione, circa l’otto per cento rispetto alle elezioni precedenti del 2005 e di oltre il trentacinque per cento assoluto dell’elettorato italiano. Il governo avrà tre anni pieni per realizzare il programma presentato agli elettori. Per ringraziare concretamente tutti coloro che gli hanno dato e confermato la fiducia, potrebbe avviare le riforme, senza indugi e senza dar retta a coloro che pongono mille ostacoli alla loro realizzazione. Occorrerebbe iniziare da quelle più efficaci sul piano economico e che sono state dichiarate condivise da tutti i partiti. Andrebbero abolite le province e ridotto il numero dei parlamentari. Lo Stato ridurrebbe le spese per un importo tra quindicimila e diciottomila miliardi annui, secondo la stima di esperti economisti. Apportando queste due modifiche alla nostra Carta Costituzionale il governo in carica amplierebbe la fiducia degli elettori. Vi saranno indubbie difficoltà: di queste riforme se ne parla da almeno quindici anni e alcuni leader di partito in pubblico promettono “abolire le province e ridurre il numero dei parlamentari” ma una volta in poltrona (governo ed opposizione) si preoccupano solo di attribuire le responsabilità per la mancata attuazione del programma, secondo il classico scaricabarile che, ahimè, contraddistingue le azioni della maggioranza degli uomini politici. C’è molta differenza di veduta tra politici (compresi i governanti pro-tempore) e i comuni cittadini. I primi basano i loro calcoli sul numero delle poltrone di cui sarebbero privati, compresi i voti indotti dagli scranni vuoti delle province. Gli elettori italiani invece mirano verso una consistente riduzione dei costi della politica, soprattutto per accedere concretamente a una riduzione delle tasse. Ciò equivarrebbe a una maggiore disponibilità economico-finanziaria delle famiglie, una maggiore capacità di spesa e conseguente crescita del PIL della Nazione. I politici conoscono bene le aspirazioni degli Italiani e, infatti, in occasione delle varie elezioni politiche o amministrative, tutti i partiti fanno a gara per inserire, ai primi posti, nei propri programmi “l’abolizione delle province”, e la “riduzione del numero dei parlamentari” e quant’altro comporta, le cosiddette “spese inutili”, più volte e da più parti rilevate. Dopo il tangibile astensionismo registrato alle regionali, riuscirà la politica a cambiare la tendenza agli sprechi e agli abusi senza limiti dei numerosissimi rappresentanti dei cittadini italiani?
Quale futuro ci aspetta?
            Roma, 18.04.2010                 Antonio Bencardino

DILETTANTI ALLO SBARAGLIO O FACCENDIERI ALL’ASSALTO DELLA DILIGENZA?                            Dopo il Decreto Salva Liste nulla sarà più come prima

Il Presidente Giorgio Napolitano

Nelle ultime settimane, le giornate degli Italiani sono scandite da due esplosioni ravvicinate: il  pasticcio delle liste nel Lazio ed in Lombardia nonché la questione morale legata agli appalti di grandi opere e del G8. Entrambe le esplosioni sono state innescate dai Giudici. Le bombe però, come di consueto, sono costruite da altri che, occupando importanti posti istituzionali e di potere, commettono errori e reati di ogni tipo a danno della pubblica amministrazione. L’opposizione, talvolta parzialmente coinvolta, guarda ad occhi spenti aspettando il proprio turno per un maggiore coinvolgimento. nel sistema democratico fondato sull’alternanza, ciò è davvero grave, tanto grave da mettere a rischio finanche la democrazia nonostante le sue robuste fondamenta cristallizzate nella Carta Costituzionale. L’alternanza al governo tra le due coalizioni dovrebbe reggersi sul buon governo dell’una rispetto all’altra e non sull’arroganza, sulla demonizzazione dell’avversario politico, sulla prepotenza e sull’uso dei beni pubblici come fossero beni esclusivi del governo pro tempore.

. Una compiuta democrazia si può reggere solo su regole precise e inviolabili. La cosiddetta Seconda Repubblica è senza regole, comanda chi ha totalizzato più voti, indipendentemente dai mezzi usati per raccoglierli. Rispetto alla Prima Repubblica, i robusti partiti sono stati svuotati delle  loro strutture  democratiche e trasformati in Leadership carismatiche e solitarie. L’arte politica, con le sue leggi, le sue regole, i suoi tempi e i suoi riti è stata soppiantata dalla mera mistificazione esercitata a tutti i livelli. In questa Seconda Repubblica gli Statuti dei partiti non sono rispettati, così come le gerarchie. E’ diventato difficile finanche compilare e consegnare le liste elettorali, perché ogni livello ha il suo Capo e ogni Capo vuole imporre la candidatura sua o quella di un  fedele rappresentante. L’impresa è ardua e si protrae fuori tempo massimo nonostante i continui richiami del Presidente della Repubblica  per  svelenire la deriva elettorale e “riproporre la necessità di rapporti di corretta e leale collaborazione tra le istituzioni dello Stato”.Sono purtroppo ancora in atto ricorsi e proposte di rinvio delle elezioni. Come finirà? Non possiamo saperlo, certo è che, dopo questa tornata elettiva, nulla sarà più come prima.         Roma, 22marzo 2010                                                                           Antonio Bencardino

Verso le regionali del 28 e 29 marzo 2010
La campagna elettorale per le regionali è in pieno svolgimento. Gli aspiranti consiglieri usano ogni mezzo, lecito e illecito, per fissare i loro nomi e visi nelle menti degli elettori che dovranno esprimere la preferenza. I manifesti elettorali con slogan, promesse e dichiarazioni impossibili diventano inconfutabilmente illeciti per la loro esposizione al pubblico su superfici vietate: muri, garitte e banchine delle fermate dei pullman, tronchi d’alberi eccetera. Persone che della politica hanno fatto il loro principale mestiere, la loro prima e ultima occupazione, espongono i loro visi di bronzo, mai scalfiti dalle cronache. Resistono a tutti gli scandali: politici, amministrativi, giuridici, clientelari, abusivi, d’incompatibilità dei ruoli assunti d’autorità e quant’altro. I candidati corrono per proprio conto, il partito d’appartenenza è tollerato fino alla formazione delle liste. E’ importante entrare in lista e per questo si lotta con tutte le armi possibili. Quasi invincibile è l’arma rappresentata dal pacchetto dei voti conquistati alle ultime tornate elettorali, la più idonea per sconfiggere i colleghi di partito. I voti rappresentano un patrimonio che, negli anni, è ricapitalizzato a danno dei cittadini. La politica più soldi incassa più si allontana dalla realtà dei comuni mortali. Il finanziamento di ogni partito, di ogni gruppo parlamentare è strettamente legato al numero dei voti rastrellati attraverso promesse, inganni e favoritismi. Il “montepremi” da spartire è direttamente proporzionale al numero dei cittadini con diritto di voto (anche se residenti all’estero), anziché al numero dei cittadini che varcano la soglia dell’urna. La differenza tra i primi e i secondi è di circa il 15%. Poiché per ogni cittadino con diritto di voto, la politica incassa un euro, ne consegue che gli Italiani pagano un supplemento di circa sette milioni di euro ad ogni elezione nazionale, quasi quattordici miliardi delle vecchie lire, essendo gli elettori circa cinquanta milioni. Sono gli abusivismi, i favoritismi, i clientelismi e l’incapacità a governare che rendono il sistema Italia ingestibile, con sprechi e accumuli di ricchezza nelle mani dei politici e dei loro parenti e amici. Ricchezza equivale a potere: potere di comandare, di ricattare, di falsificare, di negare ogni diritto, di rubare, di imbrogliare, di fare abusivismo, di comprare il silenzio, le prostitute e gli omosessuali.  E soprattutto potere di conquistare voti attraverso la televisione e i manifesti. Potere di imbrattare le città, vince chi sporca di più. Slogan ed aforismi dicono che qualche candidato “ci mette il cuore e la faccia”, qualche altro si è convinto che “è tempo di cambiare”, altri ancora parlano di “diritti e dignità per tutti” e proclamano “basta strappi ricuciamo l’Italia”. Senza distinzione di sesso, di età, di partito, di gruppo politico, dei ruoli che rivestono i candidati, quasi tutti si presentano come se partecipassero per la prima volta alla kermesse elettorale. Gli elettori, anche i più partecipativi, dimenticano che la maggior parte dei candidati ha già fruito della loro fiducia. Quasi tutti gli aspiranti consiglieri regionali 2010 hanno già fatto parte dell'organigramma operativo dei consigli regionali, provinciali, comunali o, addirittura parlamentari. I risultati dei loro comportamenti spesso conducono alla “bancarotta fraudolenta”. Più alto è il debito accumulato verso gli elettori dagli amministratori in carica, più ampio è lo spettro delle promesse e dei progetti che potranno esibire alle elezioni successive. A più voti corrisponde più arroganza, più cecità verso i reali problemi dei cittadini, più inclinazione a disattendere le leggi, in primis quelle morali. A proposito di manifesti elettorali abusivi, è già in vigore il “condono preventivo” con la reiterazione della sanatoria fino al 31 maggio 2010. Essa è contenuta in un emendamento al decreto “milleproroghe”. La sanatoria comporta per le amministrazioni comunali mancati introiti a fronte del notevole aggravio delle spese per ripulire le città. La frode passa perché i partiti sono contemporaneamente i controllori e i controllati. I politici sono affrancati, possono affiggere manifesti in tutti i formati, dove e quando vogliono. Tutti i cittadini, per la par condicio, soccombono e pagheranno le spese per ripulire. La città di Roma è invece protetta dai WRITERS grazie all’ordinanza emessa dal sindaco Alemanno che prevede multe da 500€ per ogni infrazione. Ai nostri rappresentanti presenti e futuri va il caldo invito a ricordarsi che noi elettori siamo i loro sostenitori, i loro datori di lavoro. Si accontentino dei generosi stipendi-indennità, dell’abbondante finanziamento ai partiti ed evitino tangenti, bustarelle, abusi di potere e nepotismo.
Roma, 23 febbraio 2010                                                                           Antonio Bencardino

- Gennaio 2010 - OGNI COSA HA IL SUO TEMPO - Per l’Italia è arrivato il tempo dell’amore
Un sapiente del quarto/terzo secolo a.C. nelle sue riflessioni sulle contraddizioni della vita, dialettiche tra il bene e il male, tra l’amore e l’odio tra la pace e la guerra, cristallizzò tre concetti fondamentali che regolano la vita dell’uomo: ogni cosa ha il suo tempo, ogni cosa al suo posto, il destino dell’uomo (Qoelet/Ecclesiaste: capitolo tre).
Il Presidente Silvio Berlusconi, dopo le sue riflessioni sulle contraddizioni del Governo Italiano, dichiara che è il tempo dell’amore e battezza il PDL come partito dell’amore. I generali, i colonnelli, i capitani, i tenenti e i caporali avranno capito il senso delle dichiarazioni del loro Capo? Cambieranno davvero gli atteggiamenti a livello centrale e periferico di coloro che dovrebbero operare, per tenere unite le diverse anime del partito voluto da Berlusconi e Fini? Solo la forza dell’amore verso l’ideale del partito può vincere e legarne le diverse componenti. Gli ideali del partito, secondo Berlusconi, fondamentalmente si rintracciano nel cristianesimo e nel liberalismo. Quindi valorizzazione della famiglia nella società, priorità alla sicurezza, sostanziale sostegno all’iniziativa privata, eccetera. In realtà su questi principi Silvio Berlusconi ha fondato il suo percorso politico sin dal 1994, quando scese in campo, ravvivandoli a ogni propizia occasione. Le volpi della politica di allora, indeboliti o rafforzati da tangentopoli, aderirono al movimento di Berlusconi, apparso subito vincente, senza rinunciare agli steccati che negli anni avevano costruito intorno a loro per difendersi, oltre che dalla giustizia, dal malcontento dei loro stessi sostenitori. Coloro che della politica hanno fatto l’unica professione, l’unico mestiere, come potrebbero accettare sic et simpliciter i principi cristiani che esaltano lo spirito di fratellanza e l’amore per il prossimo in senso universale? Per rispettare questi principi, in primis, dovrebbero accontentarsi dei propri stipendi e dei  benefit, certamente sufficienti per assicurarsi un tenore di vita largamente superiore a quello medio italiano ed europeo, ma non adatto per l’arricchimento senza limiti. Nello spirito cristiano le mogli, i mariti, i figli, gli altri parenti e amici dovrebbero conquistarsi il posto di lavoro superando regolari concorsi per merito e non per l’appartenenza a questa o a quella cordata politica. L’amore per il prossimo dovrebbe spingere tutti i delegati politici ad operare per il bene della società nel rispetto della nostra Costituzione. Nell’ambito della lealtà cristiana, il nostro Parlamento dovrebbe restituire la sovranità al popolo, prevista dal primo articolo della Carta Costituzionale. Tutti gli Italiani, soprattutto i loro rappresentanti politici, dovrebbero avere bene impresso nella propria mente l’emblema della nostra Repubblica che rappresenta sana tradizione, vocazione al lavoro, spirito di pace, dignità e forza.
Più volte il Presidente Berlusconi si è esposto con programmi di governo basati sugli ideali della forza politica che è in lui, ma i vecchi volponi parlamentari che lo circondano, tranne poche eccezioni riscontrabili nelle persone alimentate dalle gratifiche professionali piuttosto che da quelle politiche, fanno ostruzionismo per l’attuazione dei programmi. Nel partito dell’amore dovrebbe vincere il buon governo, il buon senso e con pieno rispetto del programma approvato, con il voto, dalla maggior parte degli Italiani. Immaginiamo per un istante, quasi per assurdo, che entro la data della prossima tornata elettorale, venissero attuate, in maniera concreta e irreversibile, alcune attività promesse dal governo in carica: eliminazione delle Province, riduzione dei Parlamentari, riduzione degli Assessori e Consiglieri degli Enti Locali (prevista dalla legge finanziaria 2010 e poi stralciata), eliminazione degli Enti inutili, rigoroso controllo dei contributi ai partiti politici e agli organi di stampa ed altre ancora di minore importanza che però, oltre a far risparmiare somme di denaro significative agli Italiani, renderebbero la macchina burocratica più snella, più funzionante. Un risultato che rafforzerebbe il rapporto di fiducia, se non proprio d’amore, tra il Governo e gli elettori. Purtroppo i parlamentari pensano ad altro, trasformano il tempo dell’amore in quello della guerra, per conquistarsi una poltrona presso le Regioni, magari non per occuparla ma per dimostrare i loro muscoli politici. I Consiglieri degli Enti Locali ne seguono l’esempio, cercando di concentrare nella stessa persona più cariche. Per aver indiscussa conferma di quest’abominevole tendenza e per non allontanarsi dal territorio che conosciamo bene, è sufficiente leggere la stampa locale. In bella vista: Parlamentari, Consiglieri provinciali e comunali di Latina, con le armi in pugno pronti alla lotta, anche in famiglia, per conquistare un posto in lista per la regione Lazio . 
Sabaudia, 25.01.2010 -                                                                                                Antonio Bencardino
- Dicembre 2009 - E’ COMPLICATO GOVERNARE CON UNA LEADERSHIP IMPOSTA
La leadership nasce da un processo d’interazione tra individui. Un leader senza carisma e senza autorevolezza non è tale. Negli Enti Locali, dai Comuni alle Province, alle Regioni la Leadership è costituita dai leaders che occupano posti direttivi con l’incarico di guidare le attività loro assegnate e suggerire idee per migliorarle. In alcuni comuni italiani, dai più piccoli ai più grandi, per opportunità legate esclusivamente alla raccolta di voti, si realizzano alcune ammucchiate che difficilmente potranno esprimere una credibile leadership. Si tratta, di solito, di leadership imposta. Alcuni aspirano a svolgere attività da leader senza preparazione culturale e civile, senza alcuna capacità di conduzione. Il livello del leader in politica è indicato dai voti che ciascuno può raccogliere in occasione dei turni elettorali. Non sempre però alla capacità di raccogliere voti, attraverso sorrisi, conoscenze e promesse, corrisponde altrettanta capacità a svolgere degnamente le attività connesse al ruolo istituzionale. Spesso al consenso popolare, di là da ogni merito, sono dati significati che travalicano oltre che il codice civile, quello morale ed etico. Nel medioevo il motto benedettino “ora et labora” scandiva i due momenti delle giornate nelle comunità religiose. Migliaia di monaci, rispettando l’ordine, hanno contribuito in modo determinante ad amalgamare la cultura greco-romana e quella dei successivi conquistatori. I politici pontini non riescono nemmeno a mitigare le differenze culturali e tradizionali dei gruppi di persone che da più parti d’Italia, circa tre quarti di secolo fa, confluirono nell’agro pontino per la nota bonifica. Quali sono i momenti che scandiscono le giornate dei nostri delegati politici? Sono momenti molto confusi, travagliati da litigi e da sete di potere. Intere pagine di giornali sono piene di accuse, reali o inventate, rivolte ad altri membri, spesso della stessa squadra, per non aver preso o aver preso male una decisione, per non aver fatto o aver fatto male una qualsiasi azione. Nonostante i numerosi reati commessi (in primis nell’abusivismo edilizio) i nostri rappresentanti esercitano la difesa ad oltranza per proteggere la poltrona piuttosto che a gestire il presente a favore dei cittadini deleganti. I troppi voti, indipendenti dalla loro provenienza, fanno impazzire, creano una sorta di corazza, tanto più spessa quanto più malefico è il comportamento politico e morale di chi la indossa. Gli effetti sono catastrofici: la legge non è uguale per tutti, le pari opportunità non esistono, i ricchi diventano sempre più ricchi a spese delle categorie più disagiate, i poveri non hanno il minimo indispensabile per sopravvivere degnamente, i posti di lavoro vengono assegnati dai politici al di fuori del tanto decantano merito. E ancora, i posti di lavoro possono essere ampliati o ristretti in relazione non alle reali esigenze operative ma commisurati ai capricci del politico di turno che li gestisce. A Sabaudia, da alcuni anni, tutto tende al peggio. Sono forzati programmi non condivisi dalla maggioranza deputata a governare e non supportati dalle leggi e dai regolamenti vigenti. La maggioranza è divisa su tutto per mancanza di una  leadership. L’incarico concordato e assegnato rappresenta il trampolino di lancio per il futuro di chi lo riveste. Non importa come viene svolto l’incarico, la crisi che attanaglia l’Italia e il mondo intero giustifica ogni tipo di fallimento sia del singolo leader sia della pseudo leadership. Il mandato popolare, indipendentemente da come conquistato, induce, ingiustificatamente, a superare ogni legge, ogni regolamento, ogni sensata consuetudine. Le elezioni sono diventate gare all’asta che hanno come oggetto le promesse che i vari candidati espongono accuratamente su programmi e manifesti, ove sono destinate a rimanere, salvo rinnovarle al prossimo turno elettivo. Spiace assistere, dopo mesi di governo, con una maggioranza così elevata, alle rivendicazioni di questo o quel consigliere, di questo o quel gruppo. Sono i cosiddetti anziani della politica che fanno più rumore. Questi invece di agire e operare per il bene dei cittadini, cercano di accreditarsi qualche privilegio in più. Il politico s’illude che nuovi accordi possano cancellare gli effetti di litigi passati, di lotte all’ultimo insulto. Non è così. L’aforisma di Friedrich Nietzsche recita: “Chiunque abbia una volta dichiarato che l’altro è uno stupido, un cattivo compagno, si arrabbia se quello dimostra alla fine di non esserlo”. 
Sabaudia, 27.12.2009 
                                                Antonio Bencardino
- Ottobre 2009 - Università a Sabaudia per incrementare Scuola e Sport
Migliorare e mantenere in buona condizione l’intero apparato psicofisico costituisce un primo obiettivo della pratica sportiva. Altrettanto importante è suscitare entusiasmo e passione nei praticanti e, anche, negli spettatori affinché manifestino sempre un sano spirito sportivo, comportamenti etici e del buon vivere civile. La scuola, a tutti i livelli, dall’infanzia all’università, promuove lo sport. La scuola e lo sport sono i due principali pilastri dell’educazione umana. Sabaudia può considerarsi una città fortunata, sia per il buon livello cui è mantenuta la scuola e sia per lo sport sostenuto ai massimi livelli dalle Forze e Corpi Armati dello Stato. Il nome della città pontina è diventato famoso a livello mondiale per i titoli conquistati dai canottieri e canoisti che si allenano sulle acque del suo contestato lago. Merito principale della Marina Militare che nel 1958 decise di trasferire a Sabaudia la propria rappresentativa remiera che, in precedenza, si allenava a Roma, sul Tevere, per le Olimpiadi del 1960. Nell’ultimo ventennio a ogni elezione politica e amministrativa “l’Università del remo” capeggia nei vari programmi. Le reiterate promesse sono cancellate subito dopo la spartizione delle poltrone e, ripetutamente, gli elettori e gli abitanti dei paesi limitrofi restano delusi: la voce università serve solo per arricchire il programma elettorale. Nessuno dei proponenti ci crede. Manca la volontà di avviare il progetto e con essa una regolare proposta agli organi competenti. Forse è la volta buona. Di recente si è tenuta a Sabaudia una riunione sull’argomento promossa da un partito politico che da diversi lustri schiera propri soggetti nell’amministrazione comunale, con incarichi di assessori, delegati e semplici consiglieri. Hanno partecipato all’incontro esponenti del partito promotore, il Rettore dell’Università La Sapienza di Roma e il Sindaco di Sabaudia. Alla riunione non sono stati purtroppo invitati i rappresentanti delle Forze e Corpi Armati dello Stato che dirigono le attività del remo e della pagaia, cui l’università intende ispirarsi. Questi avrebbero potuto certificare al Rettore il numero degli atleti dei vari sodalizi che hanno dovuto aggiungere all’impegno sportivo il sacrificio di frequentare l’Università di Cassino per conseguire il Diploma Isef e quanti altri vi hanno rinunciato per le difficoltà di sostenere il grande sacrificio. C’è d’augurarsi che da tale riunione, finalmente, sia nato o nasca, un progetto reale per ottenere una risposta definitiva sull’università a Sabaudia: SI o NO, senza rinvii a dopo le prossime elezioni regionali. Nella regione Lazio sono numerose le sedi distaccate della Sapienza. Forse l’attività motoria, l’educazione fisica e lo sport non meritano? Qualora si voglia realmente realizzare una sede staccata dell’università La Sapienza, occorre formalizzare una richiesta ufficiale, ben motivata, mettendo contestualmente a disposizione gli spazi ove collocarla. Semplici sono le motivazioni. Oltre che nella vocazione di Sabaudia ad ospitare importanti manifestazioni sportive e numerosi campioni olimpici, per gli effetti sanificatori, sociali morali ed economici che lo studio e lo sport promuovono. Papa Giovanni Paolo II, in occasione dei numerosi incontri con delegazioni sportive, evidenziò che: lo sport riduce, se non elimina, il disagio sociale, ha l’effetto del grembiule indossato dagli alunni. Sul campo tutti gli atleti indossano la divisa della società, obbligatoria per la maggior parte dei sodalizi. Nello sport c’è sobrietà, il superfluo ha poca cittadinanza, niente eccessi ed esibizionismi indecenti e pacchiani. L’attività sportiva non è solo esercizio di muscoli ma scuola di valori morali e di educazione al coraggio, alla tenacia e al superamento della pigrizia e della trascuratezza. 
Lo sport non è solo organizzazione sociale, un podio per i più capaci, una vetrina per i campioni, un’azienda ad alta produttività diretta e indotta ma è, soprattutto, un progetto educativo per tutte le generazioni. A livello individuale è il segreto dominio di sé, una tensione crescente verso la perfezione. L’attività sportiva sviluppando e perfezionando le potenzialità fisiche e psichiche dell’uomo, contribuisce a una più completa maturazione della personalità. E’ un linguaggio universale che varca le frontiere delle nazioni, delle razze e della politica. I mezzi di comunicazione sociale rendono universale la conoscenza dei fatti sportivi; esaltando l’emotività dei cittadini, alimentano e diffondono le conseguenti espressioni emulative. Tra le motivazioni della richiesta occorrerà sottolineare come l’Unione Europea consideri lo sport quale importante fenomeno economico e sociale oltre che educativo. Una dichiarazione allegata al Trattato di Amsterdam definisce lo sport come “lievito dell’identità dei popoli”, e il Consiglio Europeo di Nizza (dicembre 2000) ha rilevato che le sue funzioni sociali in Europa devono essere prese in considerazione nell’applicazione delle politiche comunitarie. I Sindaci che si sono alternati nell’amministrazione della città dal 2000 ad oggi, hanno mai pensato alla possibilità di chiedere fondi europei per la realizzazione della “cittadella del mare” anche per metterla a disposizione dei tanti paesi europei che, dagli anni settanta, chiedono di essere ospitati in Sabaudia per gli allenamenti dei propri atleti per le competizioni internazionali ed olimpiche? Coraggio Signor Sindaco faccia i passi istituzionali previsti per realizzare l’università del remo a Sabaudia.  Potrebbe essere la volta buona e tutti i cittadini gliene sarebbero grati.
Sabaudia, 20 ottobre 2009                 Antonio Bencardino

Agosto 2009 - LE PORTE DELLA POLITICA, COME QUELLE DEL PARADISO, SI APRONO SOLO DALL’INTERNO.
A Sabaudia delusioni e sorprese si ripetono ad ogni elezione amministrativa. Coloro che sono ritenuti portatori di voti sono corteggiati da leader e caporali politici affinché entrino nei rispettivi schieramenti. Gli standard di pubblicità per comunicare agli elettori il curriculum professionale, culturale, morale e le buone intenzioni dei neo-candidati sono rispettati. Il consenso dichiarato di amici e conoscenti fa ben sperare nell’affermazione elettiva di alcuni di loro che, con grande entusiasmo e convinzione, si mettono in gioco per tentare di cambiare i bilanci sempre più negativi dell’amministrazione cittadina. Salvo rare eccezioni la soglia della casa comunale è preclusa agli estranei. I voti attribuiti ai neofiti, a prescindere da quelli ricevuti, non sono sufficienti per la conquista del seggio e, quasi sempre, tra i voti attribuiti e quelli ricevuti si verificano notevoli differenze.

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Lorenzo Ghiberti - Porta del Paradiso (Firenze, Battistero, 1425ca.) 

I voti ricevuti sono quelli espressi, nel segreto delle urne, dagli elettori a favore di ciascun candidato in lista. I voti attribuiti sono quelli che i “caporali” destinati ai seggi elettorali, attenendosi a precise disposizioni dei “colonnelli”, assegnano ai candidati della stessa lista, ovvero dello stesso schieramento politico. Il gioco è diabolico! I rappresentanti di lista vigilano sulla corretta assegnazione dei voti ai partiti politici marcati sulla scheda elettorale. Poco importa se, nei vari passaggi successivi, dalle schede agli elenchi definitivi, per ripetuti errori, i voti vengano attribuiti a Tizio piuttosto che a Caio o a Sempronio purché appartenenti allo stesso schieramento. Tacito accordo? Deve vincere Tizio, questo è l’ordine e Tizio vincerà. I poveri illusi, ligi al dovere, rispettosi di leggi, regolamenti e statuti, supportati dall’indiscussa onestà, talvolta acclamata da tanti onesti cittadini, che non accettano compromessi di ogni genere, sono lasciati fuori. Nessuno del partito che ha lottato per inserirli nelle proprie liste li cerca. Il loro ruolo finisce con la pubblicazione dei risultati definitivi. Per entrare nelle case della politica, di qualsiasi colore, il neofita deve essere ammesso e per tale ammissione deve rinunciare alle proprie idee mettendosi a disposizione quale “servo” della famiglia vincente. Purtroppo le porte delle case politiche sono come quelle del paradiso: si aprono solo dall’interno. I posti sono pochi e le persone idonee ad occuparli appartengono a poche famiglie nelle cui mani sta il destino della città. La volontà degli elettori non conta: votano un candidato della famiglia a Consigliere Provinciale e poi se lo trovano Assessore e Vice Sindaco della città.
Sabaudia, 22.08. 2009                                                                                                  Antonio Bencardino

Luglio 2009 - SABAUDIA TRA APRILIA E FONDI: RINNOVAMENTO O IRREVERSIBILITA’ POLITICA?

Sabaudia si trova tra Aprilia e Fondi, due città che da molti mesi occupano le prime pagine della stampa provinciale di Latina e, spesso, anche quelle della stampa nazionale. Aprilia era retta dal 22 gennaio scorso dal Commissario Prefettizio. Fondi nel febbraio 2008 appare terremotata da una inchiesta avviata dalla Direzione Investigativa Antimafia. Il rapporto della Commissione d’accesso al Comune di Fondi decreta lo scioglimento del Consiglio Municipale per infiltrazione della mafia. Il Prefetto di Latina conferma l’azzeramento del consiglio della città, sede del più importante mercato orto-fruttifero d’Italia. In un paese normale, lo scioglimento del Consiglio Comunale sarebbe avvenuto a tempo debito per consentire alla città di dotarsi di una nuova compagine amministrativa in occasione della tornata elettorale del 6 e 7 giugno 2009. I vertici politici provinciali, invece, hanno cercato di smentire il verdetto della Commissione Antimafia col risultato di trasformare il terremoto in cancro. Il 13 maggio 2009, a tempo scaduto, ai fini delle nuove elezioni, il ministro degli Interni confermava ufficialmente lo scioglimento del consiglio comunale di Fondi. Non è successo niente, all’infuori della promozione di alcuni politici della città inquisita a consiglieri della provincia di Latina. Il governo della città di Fondi è diventato, di fatto, intoccabile, politicamente irreversibile. Le decretazioni del Prefetto di Latina e quelle del Ministro degli Interni conservano il valore di semplici annunci. I cittadini di Aprilia hanno reagito al mal governo della città ponendo la loro fiducia in Domenico D’Alessio; questi disimpegnandosi dai due poli PDL e PD, ne ha proposto un terzo basato sulla legalità e trasparenza. I due criteri vincenti di legalità e trasparenza sono stati palesemente enunciati nelle nomenclature delle liste che hanno sostenuto la candidatura di D’Alessio a Sindaco della seconda città della provincia: FORUM PER APRILIA – APRILIA DOMANI – L’ALTRA FACCIA DELLA POLITICA e APRILIA FUTURA. Vanno al ballottaggio Ilaria Bencivenni del PDL e Domenico D'Alessio del Terzo Polo, con netto vantaggio della prima sul secondo. Poco meno del 20% degli aventi diritto deserta le urne del secondo turno elettorale. D’Alessio recupera lo svantaggio, raddoppia l’antagonista, 67,41% contro il 32,59%, ed è eletto Sindaco. D’Alessio è conosciuto per aver fatto parte del Consiglio Comunale in più municipalità, sia nella squadra di governo e sia in quella dell’opposizione. Il neo Consiglio d’Amministrazione di Aprilia non avrà vita facile, giacché orfano dei due poli: PDL al governo della provincia di Latina e PD alla Regione Lazio. Forse Sabaudia incorpora in sé entrambi gli elementi di condotta politica ed amministrativa ufficialmente riscontrati ad Aprilia e a Fondi. Essendo le tre città sotto la stessa regia politica, quale destino l’attenderà? Volterà pagina, come ha fatto Aprilia, scegliendo un nuovo percorso culturale e politico o continuerà a nutrirsi di palesi compromessi che la condurranno verso il cancro che ha colpito Fondi? Dio, due anni prima del terremoto, per bocca del profeta Amos, pastore del villaggio di Tekoa, disse: “Basta! Non voglio più sentire il frastuono dei vostri canti, il suono delle vostre arpe. Piuttosto fate in modo che il diritto scorra come acqua di sorgente, e la giustizia come un torrente sempre in piena” Amos 5:23,24. Come acqua di sorgente, non come Acqualatina! 
 
Sabaudia, 16 luglio 2009          Antonio Bencardino     

Giugno 2009 - Il diavolo si nasconde nella maggioranza

Due anni di guerra fredda tra rappresentanti della maggioranza hanno ottenuto l’impensabile risultato di peggiorare la vivibilità della città, reduce della guerra fratricida conclusasi con l’abbattimento dell’amministrazione Schintu. Nonostante la fusione di Alleanza Nazionale e di Forza Italia nel partito unico PDL, i due contendenti alla poltrona di sindaco, riservata al Centro Destra, hanno continuato imperterriti la pazza lotta mostrando entrambi i muscoli attraverso pannelli pubblicitari e articoli di stampa, evidenzianti la criticità politica della città. Solo la nomination dei due protagonisti ha segnato la tregua: uno sindaco l’altro consigliere provinciale. I giochi sono fatti e non ci sarebbe bisogno di votare! Siamo in un paese democratico e i cittadini hanno diritto di votare e il voto è stato espresso dal 77,81% degli aventi diritto. Non pochi per la crescente sfiducia verso i politici che mal governano, a tutti i livelli, le istituzioni. Sabaudia e gli altri enti della provincia di Latina sono ormai affrancati dal sistema: è sufficiente che i “colonnelli”, supportati dal potere economico e da quello politico, decidano e coordinino i “capisquadra” che, come in una gita, alzino i segnali per essere seguiti dalle masse drogate da un passato, di promesse e non solo. Gli elettori esprimono il loro consenso con lo stesso spirito con cui si vota una squadra al totocalcio o si giocano numeri al lotto. Il signor Maurizio Lucci è stato eletto sindaco al primo turno con 7.068 voti pari al 61,34%, ottimo risultato. Anche nelle ultime legislature/municipalità di Sabaudia sono state registrate maggioranze altamente qualificate a favore del Centro destra: Bellassai, Bellassai Bis, Schintu e Maracchioni. Quelle di Bellassai e Schintu sono finite anzitempo per volontà espressa da alcuni consiglieri della maggioranza che, forse, anelavano alla loro personale candidatura a primo cittadino. Il sindaco eletto dispone di ben sedici seggi su venti. Si direbbe una squadra di ferro. E' davvero una squadra oppure si tratta di un’accozzaglia di persone molto distanti tra loro e dal dettato costituzionale e istituzionale? Il 13 giungo 2009 la grande festa indetta dal sindaco in un luogo atipico. Via Principe Biancamano è letteralmente invasa dalle auto. Due serie di fuochi artificiali scandiscono la vittoria. Si bruciano soldi in un periodo di profonda crisi. Cosa si festeggia una partenza o un arrivo? In realtà sono presenti l’uno e l’altro evento. L’arrivo c’è stato per ordine imposto dall’alto della provincia. Le persone festeggiate sono due: il sindaco di Sabaudia Lucci e un consigliere provinciale Secci. Se, per ordine superiore, le candidature fossero state invertite, in questo o in altro luogo, si sarebbero festeggiate le stesse due persone: Secci sindaco e Lucci consigliere provinciale. Le due persone che, in maniera determinante, hanno fatto cadere l’amministrazione Schintu. Pensiamo che il diavolo si annidi nella maggioranza! La falsa partenza del sindaco Lucci se da una parte non promette bene dall’altra potrebbe creare la scossa di cui ha tanto bisogno Sabaudia. Quell’ordinanza sulla navigabilità del lago di Paola, primo atto ufficiale del neo sindaco, annullata dal Prefetto è davvero troppo. Due le possibilità o il sindaco non conosce le leggi o, ancor peggio, se ne frega. Nell’uno e nell’altro caso il prezzo da pagare è indefinito. Un’accurata e opportuna riflessione da parte del sindaco potrebbe essere davvero salutare per la nuova amministrazione e per il futuro della città. I vecchi consiglieri confermati e i nuovi eletti, inclusi gli assessori, potrebbero essere, finalmente, spinti, a confrontare le loro decisioni e le loro azioni al diritto, alle leggi e ai regolamenti, frenando il caos che da alcuni anni regna in città. Sul Parco Nazionale del Circeo e sul lago di Paola si è superata ogni misura: inutili prese di posizioni, dichiarazioni oltre i limiti legali e azioni prive di senso civico. C’è davvero bisogno di una salutare scossa. Sarà sufficiente quella registrata o dobbiamo aspettarci ancora una volta commissariamento ed elezioni anticipate? Caro Signor Sindaco i festeggiamenti sono stati organizzati per ringraziare i cittadini per la rinnovata fiducia a lei e al suo partito. Personalmente ritengo che l’unico modo per ringraziare gli elettori sia quello di governare bene la città. Non deluda i cittadini. Dopo aver percorso, per tanti anni e in più vesti, il territorio comunale sa esattamente dove e come intervenire per migliorarne la vivibilità. Da buon padre di famiglia, favorisca i processi di sviluppo della cultura del diritto e della convivenza civile. Sia imparziale nell’impiegare le risorse economiche della comunità. Promuova la partecipazione dei cittadini alla vita attiva della città, garantendo loro le pari opportunità. E’ suo dovere rendere il comune la casa di tutti e di favorire la partecipazione. Signor Sindaco promuova la salutare vigilanza reciproca tra i membri della sua municipalità per porre rimedio a eventuali errori. Non gara ma partecipazione sinergica tra tutti i consiglieri, inclusi, per quanto possibile, anche quelli che rappresentano l’assai limitata opposizione. In bocca al lupo.

      Sabaudia, 20 giugno 2009      Antonio Bencardino

- THE CORE: MIRANDO IN ALTO SI CRESCE


Al centro Francesca Zito

 THE CORE: MIRANDO IN ALTO SI CRESCE

 “Non è semplice fondare un'associazione di canottaggio,specialmente a Sabaudia”. Nonostante le difficoltà per trovare un luogo adatto per poter fondare una nuova realtà, per poter fronteggiare i classici problemi burocratici e la forte “concorrenza” delle società militari, la The Core sta crescendo pian piano con i suoi allievi. “Puntiamo specialmente sulla squadra giovanile, abbiamo quattro ragazzi (10-11 anni) che speriamo di portare avanti nel tempo, sino all'agonismo, più altri allievi divisi nelle varie categorie”. Sono le parole di Francesca Zito, giovane presidente di questo sodalizio che non si sottrae alle domande del cronista per presentare una realtà sportiva nata nel 2004. Questa associazione, però, non è sprovvista di una “storia sportiva”, poiché ha già partecipato a regate e  campionati con atleti che hanno sempre ben figurato. Inoltre la sua capacità organizzativa in competizioni di livello è comprovata dalle esperienze maturate nelle ultime annate: il campionato “ragazzi” del 2007, che ha nuovamente inserito il bacino di Sabaudia nel circuito dei grandi eventi, e il “Campionato Società” del 2008.  Le mire sono abbastanza alte, grazie anche ad un  Consiglio Direttivo composto da  persone con un glorioso passato nel canottaggio, tra cui il campione  Alfredo Bollati. La sua esperienza risulta spesso determinante in tutti i settori societari, ma l'autentica passione sportiva dei soci, che hanno materialmente contribuito alla costruzione della The Core, non è da meno. Con determinazione hanno realizzato un sogno che sembrava impossibile: quello di fondare una società remiera su un vecchio rudere circondato da rovi e rifiuti. Con pazienza e fatica hanno dedicato il tempo libero per dedicarsi al restauro di una sede fatiscente ed attrezzarla anche per i portatori di handicap. Va sottolineato, al proposito, che grazie alla The Core il campo di regata di Sabaudia è ufficialmente agibile anche per gli “adaptives”dopo la bella esperienza del Campionato italiano del 2007. Quali sono le prospettive future? E' sempre Francesca Zito a rispondere:  “Se si lavora bene i ragazzi vedono i risultati, e ...anche gli altri saranno attratti dal più giovane circolo di Sabaudia.”
Francesca Perelli Ufficio Stampa Comitato Lazio

SABAUDIA 75 ANNI
I 75 ANNI DI SABAUDIA

Sabaudia è una città giovane, nata 75 anni fa tra la zona delle grandi bonifiche che all'epoca sollecitarono tanto interesse ed il mare, nel cuore del Parco del Circeo. Ed è nel cuore ormai del mondo del canottaggio italiano per l'evolversi di tanti avvenimenti che la portarono al centro dell'attenzione del remo mondiale. E tra le tante ipotesi che scaturirono negli anni sessanta fu anche in predicato quale sede dei giochi olimpici remieri, poi fissata a Castelgandolfo. E fu anche sede di un mai dimenticato avvenimento remiero internazionale che negli ultimi anni di effettuazione ci ricordava lo scomparso giornalista Natale Bertocco, tanto amico di Sabaudia e dei canottieri. Ed ora, grazie anche all'azione congiunta dei centri remieri militari che hanno sempre valorizzato il suo bacino, Sabaudia sta ritornando all'attenzione organizzativa dei canottaggio italiano e chissà anche a più ampio respiro internazionale.
E come ogni avvenimento che si rispetti, le Poste Italiane su richiesta del Comune di Sabaudia mercoledì 15 aprile in Piazza del Comune allestiranno uno speciale gazebo filatelico dove dalle 9 alle 19 sarà possibile obliterare la corrispondenza, o documenti celebrativi dell'avvenimento con un particolare annullo ovale.
Ferruccio Calegari

SABAUDIA, GIOVANE CITTA' RICCA DI STORIA E DI STORIA REMIERA

Sabaudia – La Città di Sabaudia ha festeggiato il 75° anniversario di fondazione, una cittadina giovane quindi, ma il cui territorio richiama importanti riferimenti ad un passato certamente dai valori importanti. Ed a cura della civica amministrazione è stata realizzata anche una iniziativa filatelica, con l'uso di una cartolina celebrativa ufficiale, su cui è riprodotta “Nascita” una espressione di esaltazione dell'opera degli uomini che l'hanno realizzata ed un auspicio per le sue fortune, di Corrado Alvaro. Ma per i canottieri italiani il nome di Sabaudia ha un riferimento ben preciso, di storia sportiva e nella importante storia del canottaggio italiano. Ed è una simpatica “città giardino”, con un ottimo rapporto natura-architettura, con una leggera differenza rispetto alle altre città sorte nel periodo nella regione, godendo del privilegio di una connotazione turistica senza pari, grazie alla sabbia dorata delle sue spiagge, alle sue dune e alla natura selvaggia della sua foresta.
Quale migliore ambito per la realizzazione di centri sportivi remieri proiettati verso traguardi di eccellenza ed ecco nel 1958 affacciarsi sulle rive del lago pontino i canottieri della Marina Militare che al “Collegio Caracciolo” avevano posto le basi per un grande progetto in chiave olimpica, sia per una partecipazione agonistica diretta, che quale strumento di valorizzazione di un ambiente che mirava con buone chances ad ospitare i giochi remieri delle Olimpiadi di Roma (che poi furono basati sul lago di Castelgandolfo).
La buona semina attecchì comunque, portando il lago di Sabaudia ad essere riconosciuto come centro remiero di grande rilevanza ed ecco negli anni sessante l'evoluzione del Centro Remiero Forze Armate, aperto a tutti i canottieri delle varie armi. Seguirono poi gli arrivi del G.N. Fiamme Gialle, la nascita della sezione remiera del G.S. Forestale e più avanti anche le Fiamme Oro, gli atleti della Polizia di Stato. E in questo frattempo ecco svilupparsi anche una importante successione di gare internazionali, con la intitolazione nel 1965 al Trofeo Natale Bertocco, in memoria del giornalista che tanta passione aveva dedicato alla evoluzione del remo sportivo sul lago di Sabaudia. Più avanti, nel 1984, prendeva vita la vigorosa azione del Circolo Canottieri Sabaudia, frutto della passione di molti canottieri che avevano dedicato i loro anni giovanili a questo sport. E la passione continuava ad ampliarsi, creando spazi a nuove iniziative ed ecco nel 2002 affacciarsi alla ribalta agonistica anche il “The Core” Club, un circolo di appassionati che hanno voluto dire (e dimostrare) la loro voglia di esserci e di costruire. Potrebbe apparire impossibile, ma il canottaggio ha favorito uno sviluppo sportivo ed educativo eccezionale in una cittadina di 15.000 abitanti, nella quale hanno buone basi anche numerose altre associazioni che coprono un arco di attività ampio e interessante.
Ferruccio Calegari


                

VARIE NOTIZIE

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- Domenica 24 febbraio 2008 Presentazione gare fondo
-  febbraio 2008 - Circolo Canottieri Sabaudia apre l’attività
 - FONDO A SABAUDIA LE FOTO  - 1^ serie (M.P.)
 - 2^ serie (A.B.)
- 3^ serie (Lattanzi)
-- Giugno 2008 - 1° PREMIO NAZIONALE  DI PITTURA ESTEMPORANEA “Sabaudia tra paesaggio e natura”
- Febbraio 2009 - Assemblea sez. Sabaudia ANAOAI

LETTERA APERTA AI CITTADINI DI SABAUDIA

Cara Cittadina elettrice, caro Cittadino elettore della città di Sabaudia; i festeggiamenti del settantacinquesimo anno della città sono ancora in corso. Di secolo in secolo, di progetto in progetto, dopo numerosi tentativi, la bonifica dell’agro pontino diventava realtà. I nostri nonni, i nostri padri e alcuni di noi, hanno affrontato enormi sacrifici, fino a perderci la propria vita, per far respirare questa terra soffocata dall’acqua. Tra gli obiettivi della bonifica, la fondazione di Sabaudia. L'amore per il lavoro e quello per la Patria animarono i valorosi pionieri della bonifica. Grazie al loro generoso impegno, dove per secoli aveva regnato la miseria e la morte, s’istaurò prosperità e vita. La terra divenne coltivabile, quasi in una seconda e particolare creazione.  Il Signor Dio consentì all’uomo di coltivare quel terreno con “ogni sorta d’alberi graditi alla vista e buoni da mangiare” (Genesi 2: 9) e gli ricordò “col sudore del tuo volto guadagnerai il pane finché tornerai alla terra, perché polvere tu sei e polvere tornerai (Gen. 3:19). 
Il 5 agosto 1933 fu posta la prima pietra di fondazione, il 15 aprile 1934, a meno di un anno, avvenne l’inaugurazione della città di Sabaudia. Una città nuova ed originale pronta ad accogliere gente nuova, proveniente da diverse parti d’Italia, soprattutto, dai paesi del Centro-Nord. Uomini e donne forti e coraggiosi, armati di ferrea volontà, smisurato spirito di sacrificio, profondo amor proprio e grand’onestà. A questi requisiti naturali per partecipare all’appoderamento dei terreni, si aggiungeva per le aspiranti famiglie la particolare condizione: di avere nella oro compagine almeno un reduce della Grande Guerra. Dalle famiglie che avevano partecipato direttamente alla difesa della Patria e che popolarono, con l’orgoglio nel cuore, la nuova città, sono nati i nuovi nuclei e le nuove generazioni. I Figli, i nipoti e i bisnipoti di quei primi abitanti di Sabaudia, integrati da militari, finanzieri, forestali, poliziotti e loro discendenti, compongono ora le liste dei candidati e quelle degli elettori per le prossime amministrative del 6 e 7 giugno 2009. Gli amministratori di Sabaudia vantano origini davvero esemplari ed affidabili. Nelle ultime municipalità, purtroppo, l’onestà, l’operosità, la modestia, il rispetto delle leggi, l’impegno ad operare con lealtà, con sudore e spirito di fratellanza, sono stati sopraffatti da sete di potere, prepotenza, droga dei soldi, e da  avidità senza limiti, accompagnati, spesso, da esaltazione di se stessi, profonda ignoranza e, ancora peggio,  suffragati dal consenso elettorale. La quasi totalità di coloro che sono proposti o si propongono quali candidati all’amministrazione della città sono addestrati più a distruggere che a costruire. Il loro obiettivo primario è quello di conservare le proprie poltrone, e conquistarne possibilmente altre attraverso i sostegni dall’alto (provincia, regione, parlamento nazionale ed europeo). Per fortuna, al gioco della caccia alla poltrona hanno partecipato e partecipano anche persone degne di stima e ben preparate, ma la loro dignità e capacità ad amministrare la cosa pubblica è stata, spesso, ostacolata dai ricatti di alcuni componenti la stessa squadra.
 Il sistema politico attuale non consente la formazione di squadre omogenee e compatte. Il Consiglio Comunale, indipendentemente dal sindaco eletto, è di solito composto da “yes men” (senza alcun peso) e da “oppositori mascherati nella maggioranza”. Gli yes men non producono ma lasciano fare. Gli oppositori interni vogano contro e producono distruzione. I potenziali oppositori del sindaco sono, di solito, rintracciabili nelle liste civiche che appoggiano il sindaco dell’uno o dell’altro schieramento politico. Sono i consiglieri eletti da queste liste civiche che impediranno il buon governo della città. I candidati sindaci, purtroppo, non hanno la forza di rifiutare l’appoggio di persone poco affidabili. Accettano tutti i gruppi e tutti i voti, scendendo a compromessi disastrosi a danno del benessere dei cittadini. Il sindaco dovrà infatti soddisfare le richieste di quei ricattatori che con le liste civiche gli hanno consentito di conquistare la poltrona. La città precipita sempre più giù, nella decadenza morale, civile ed economica. 
Manifesti, gigantografie e volantini invaderanno la città. Senza vergogna, sono presentate le solite facce come se fosse la loro prima apparizione in politica. Tra loro naturalmente il futuro sindaco. Cara elettrice, caro elettore, tu conosci quasi tutti i candidati perché da tanti anni li voti o li eviti. Fino al sei di giugno hai tempo per riflettere per chi votare. Ciascun candidato ha scritto la propria storia con gli atti compiuti durante il suo mandato. Cerca di leggere la storia di ciascuno con occhio limpido e mente aperta e serena. I candidati a sindaco sono sei: tre di Centro-Destra e tre di Centro-Sinistra. Scegli la persona che più ispira la tua fiducia ed esprimergliela direttamente. Non fidarti delle liste impropriamente dette civiche. Quelle liste sono composte di persone che non hanno trovato posto nella lista del candidato sindaco. Grazie al voto di preferenza solo voi, elettrici ed elettori, potere annullare gli effetti delle disastrose liste civiche. Alle ultime elezioni politiche gli elettori hanno cancellato diecine di partiti e gruppi parlamentari, rendendo governabile il paese. Mi auguro che anche la città di Sabaudia sia resa più governabile mediante la cancellazione delle fantomatiche liste civiche. Meno liste concorrano alla composizione del Consiglio Comunale più salda e compatta sarà la squadra di governo. Passa in rassegna tutti i candidati a sindaco e a consigliere ed abbi il coraggio di scegliere la persona piuttosto che il partito d’appartenenza. Soprattutto scarta le persone che fondano la loro fortuna politica sul senso della discordia e della guerra continua. Un sincero in bocca al lupo!
Sabaudia, 15.05.2009 -
Antonio Bencardino

Diritti e Doveri dei Cittadini

La Costituzione italiana riconosce ai cittadini una serie di diritti: civili, economico-sociali, politici, religiosi etc. I diritti civili tutelano la libertà individuale e collettiva. I diritti economico- sociali comprendono la proprietà privata, il diritto al lavoro, all’istruzione, alla salute eccetera. I diritti politici garantiscono l’attività politica attiva e passiva e l’accesso agli uffici pubblici. I diritti religiosi consentono la libera professione della propria fede.
Nonostante questi chiari e solidi pilastri della Costituzione, usufruire tacitamente di un bene e di un servizio pubblico diventa sempre più difficile se non raro. La prepotenza politica, la sete di denaro, la tendenza alla malavita, la cattiva educazione, la corsa senza meta e la noia che, sempre più, assale i giovani del secolo, spingono agli abusi più variegati e spesso atroci. Le persone oneste ma più deboli ne pagano le conseguenze e di solito con gravi danni per loro ed i propri congiunti.
La corsa senza meta è la più dannosa perché logora la persona, l’ambiente e la società di cui fa parte. Le istituzioni che, oltre a dare l’esempio con i comportamenti e le azioni delle persone che le rappresentano, devono, in concreto, rendere quanto più visibili possibile, i limiti dei diritti ed i confini dei doveri di coloro che operano nei vari settori della vita collettiva in un determinato territorio.
A quattordici anni si prende il patentino per condurre il motorino, a diciotto la patente per la guida dell’auto. Per meritare tali titoli occorre conoscere il codice della strada con le sue regole speciali e i segnali stradali. Le istituzioni hanno l’obbligo di rendere visibili e praticabili tali regole e il dovere di farle rispettare “erga omnes” contro tutti, come recita il diritto. Un esempio lo troviamo applicato sul ponte Giovanni XXIII che collega la città di Sabaudia alle sue famose dune. Fino a qualche anno fa tutti, automobilisti, motociclisti, ciclisti e pedoni transitavano sul ponte con libero arbitrio, secondo la sensibilità di ciascuno. L’istituzione delle due piste ciclabili, l’esistenza di marciapiedi laterali e di due carreggiate stradali, espongono in bella vista i limiti del diritto e i confini del dovere, per i soggetti che transitano sul ponte a piedi, in bicicletta, in moto o in automobile. L’uso del ponte è finalmente chiaro e in modo inequivocabile. In caso di sovraffollamento, come succede in ogni stagione balneare, i confini sono ben segnati, occorre solo rispettarli e farli osservare. Ovviamente ad ogni diritto corrisponde un dovere. Col semaforo verde si passa per diritto, si guarda a destra e a sinistra per constatare che gli altri osservino l’obbligo, il dovere di fermarsi. A Sabaudia non ci sono i semafori, ma le regole del traffico sono le stesse, quelle vigenti nelle città con semafori. I segnali sul ponte certamente non assicurano il rispetto delle regole del traffico, ma consentono a tutti di notare i trasgressori e di attribuirne chiaramente le responsabilità in caso di  incidenti.
Per assurdo, immaginiamo di porre in bella vista in tutta la città i diritti e i doveri dei cittadini indipendentemente dai collegamenti e dalle simpatie politiche e dalle attività svolte da ciascuno. Al diritto dei pedoni di camminare liberamente sotto i portici, sugli altri marciapiedi e godersi il panorama dei viali della città razionale, dovrebbe corrispondere l'obbligo per i commercianti di non usarli come depositi d’acqua minerale, saponi, carta igienica e materiali per ogni uso e consumo. I gestori dei bar si sentirebbero obbligati a gestire gli spazi pubblici per i cittadini in maniera consona ai loro bisogni. Praticamente meno aggressiva verso l’immagine della città e più gradevole per i suoi abitanti. Gli organi amministrativi, nel rispetto del diritto, non dovrebbero concedere ciò che per legge non può essere concesso, senza danneggiare nessuno e senza tollerare abusi. Basterebbe richiamare alla memoria la semplice definizione di diritto più acclamata da illustri studiosi e autori di testi scolastici: <<Il diritto è l’insieme delle condizioni che consentono all’arbitrio di ciascuno di coesistere con l’arbitrio degli altri, secondo un principio generale di libertà>> Perché non orientare l’organizzazione sociale della città secondo una adeguata concezione del bene comune? Rispettare i diritti degli altri e i propri doveri fa bene alla società e quindi a noi stessi.
            Sabaudia, 12 Marzo 2009                                                                                                           Antonio Bencardino

La piscina cede il passo alla farmacia

La piscina a Sabaudia? Venti anni di rinnovato tormento per i cittadini e di logoramento per le istituzioni. Dalla fine degli anni ottanta, la costruzione della piscina spicca in tutti i programmi politici di coloro che anelano alla guida della città. L’importante struttura avrebbe dovuto completare l’impiantistica degli sport nautici, a costo zero per il comune. L’abusata nomenclatura di “Sabaudia città dello sport”, nacque come auspicio, proprio dall’attività remiera importata nella cittadina pontina dalla Marina Militare, alla fine degli anni cinquanta, a ridosso delle olimpiadi di Roma. In Agosto 1992 il progetto piscina olimpica coperta, promosso e sviluppato dallo Stato Maggiore della Marina Militare, era pronto e finanziato con sette miliari e ottocento milioni di lire. Mancava il Nulla Osta dei Vigili del Fuoco di Latina e il benestare del comune. La cosiddetta zona ex Brigantino, in Via Oddone, di fronte all’allora sede della Scuola centrale Remiera della Marina Militare, avrebbe ospitato la struttura parzialmente interrata. Il finanziamento era assicurato dal Comitato Sportivo Militare Italiano nell’ambito del protocollo d’intesa Forze Armate – CONI ed il sottoscritto partecipò alla riunione deliberativa in merito su delega dello Stato Maggiore della Marina. Il finanziamento era previsto in due tranches, senza soluzione di continuità. Con i primi quattro miliardi si sarebbe realizzata una piscina funzionante scoperta e con i tre miliardi e ottocentomilioni successivi si sarebbe completata l’opera. L’opera era politicamente appoggiata dal Deputato Rodolfo Carelli. La piscina olimpica avrebbe chiamato a Sabaudia le squadre nazionali, e non solo, consentendo ai cittadini di frequentarla, almeno per le ore contemplate dalla tipologia del finanziamento. Con varie motivazioni la costruzione della piscina non fu appoggiata dai politici locali. Politicamente avrebbe forse fruttato più come progetto che come opera realizzata. Da alcuni mesi il cavallo di battaglia politica “piscina” è stato posto in pensione, ormai non ci crede più nessuno. I cittadini potranno accoglierla, semmai sarà realizzata, semplicemente come atto dovuto dall’amministrazione.
Il nuovo cavallo di battaglia ormai è stato individuato “la farmacia comunale”. Molte pagine di giornali e siti informatici sono alimentati da tale argomento. Per ora si parla solo del sito ove ubicarla: Sabaudia Centro, Sabaudia Nord – 167,  zona Arciglioni, zona Molella o in altro posto.
Il territorio di Sabaudia è molto vasto. Ovviamente la sua ubicazione non può prescindere né dal suo specifico profilo e né dall’esistenza delle farmacie private. Gli altri problemi connessi all’istituzione e alla gestione di una farmacia comunale saranno affrontati nei prossimi anni. C’è spazio e tempo.
Si affacciano diversi quesiti. Tra questi i più importanti potrebbero essere:
a)      la definizione della missione di una farmacia pubblica che non potrà limitarsi alla semplice vendita dei farmaci ma, dovrà occuparsi anche, e soprattutto, delle politiche sociali ed educative;
b)      l’individuazione di personale idoneo ad occupare il ruolo di presidio socio-sanitario, rapportandosi con i cittadini nelle varie situazioni di disagio sociale;
c)      l’assistenza o teleassistenza agli anziani appartenenti alle fasce più disagiate (ho incontrato, in area Sabaudia Nord-167, persone anziane e sole che non erano in condizioni di procurarsi un farmaco e, talvolta, a somministrarselo);
d)      lo sviluppo di interventi a favore dei tanti cittadini stranieri sparsi nel territorio per facilitare il loro rapporto con le strutture socio-sanitarie;
e)      un servizio d’attività collaterali alle ASL per la tutela della salute e del benessere sociosanitario della collettività.
I problemi sono tanti e bisognerà affrontarli con la massima cautela, nella certezza di istituire una struttura all’altezza dei tempi, economicamente autosufficiente, e socialmente utile. Non si tratta di programmare le attività estive che si chiudono con le stagioni e rimangono aperte alle polemiche politiche ed economiche.
Sabaudia, 19 Febbraio 2009                                                                                                           Antonio Bencardino

 

L'assemblea dell'ANAOI ha confermato, per acclamazione, il presidente uscente Fabrizio Malgari alla guida della sezione di Sabaudia. Anche per acclamazione  sono stati confermati i tre Consiglieri: Franco Berra, Michelangelo Crispi e Saverio Minervini. Il presidente Malgari ha caldamente sollecitato tutti ad esercitare la massima promozione a favore dell'associazione e in particolare ha chiesto la partecipazione attiva dei sodalizi sportivi che annoverano nelle rispettive squadre atleti olimpici ed azzurri. Congratulazioni vivissime di marcantonio colonna (M.P)

 

HENNAIO 2009 RASSEGNAZIONE  IMPOTENZA O GRIDO DI DOLORE?

 “Cambiano le stagioni i problemi restano”.  Nel numero di novembre del periodico 6diSabaudia il Generale Salvatore A. Bellassai evidenzia lo stato di deriva della città di Sabaudia che, più si addentra nei problemi urbanistici, finanziari, commerciali, culturali, ambientali, della sicurezza, eccetera, senza mai risolverli, “continua a rivoltarsi nel letto di spine dei suoi storici problemi”. 
Impotenza, dolore o rassegnazione? Per quanto mi riguarda una  grande, grandissima delusione. Il Gen. Bellassai, prima di rivestire l’importante carica di primo cittadino, è stato il “governatore”  di un piccolo comune inserito nel più vasto comune di Sabaudia. La Scuola Artiglieria Contraerei di Sabaudia, da lui diretta, in alcuni periodi, ha superato abbondantemente la soglia di mille anime mentre centinaia di comuni italiani, che esprimono una giunta, contano meno di mille abitanti. 
Gli “Enti Militari” e gli “Enti Locali” devono osservare le leggi dello Stato, salvaguardate dalla Costituzione, e nel cui ambito  gli uni e gli altri devono essere amministrati. La differenza è rappresentata dai controlli che sono esercitati sia nella sfera professionale, morale e dei comportamenti sia in quella logistica e amministrativa. A parte la rigida formazione di chi è a capo di un’Istituzione Militare, la continua vigilanza dei cosiddetti “diretti superiori” obbliga a tutti i militari il rispetto e l’attuazione delle norme e delle leggi, indipendentemente dal loro sovrapporsi. Ad esempio una struttura militare non avrebbe mai consentito di  raggiungere il degrado del palazzo delle poste Mazzoni, fiore all’occhiello della città di Sabaudia  Dopo una petizione a difesa del palazzo postale, in compagnia del Sindaco protempore, ho potuto esaminare  intonaci, pavimenti e infissi divelti, porte scardinate, fili elettrici scoperti, profonde fessure nelle strutture che consentivano le infiltrazioni di acqua piovana ponendo a serio rischio le incolumità di coloro che nell’ufficio dovevano compiere il proprio dovere. E tante altre anomalie erano visibili anche all’esterno. Il sindaco e il direttore dell’ufficio postale di turno, entrambi responsabili, perché non hanno provveduto a disporre per l’ordinaria manutenzione? Confermato che “la pianificazione del territorio comunale è prerogativa esclusiva dell’amministrazione comunale”, perché i problemi urbanistici sono così peggiorati?
E’ storia di questi giorni. In alcune grandi città, le amministrazioni comunali non sono controllate per mancanza di “controllori”. Appare che il  più furbo gestisca la cosa pubblica solo per trarne vantaggi personali, godendo di una sorta di impunità.
Il Codice Civile per la maggior parte dei politici è considerato quasi  un romanzo scritto male, mentre quello Penale diventa per loro sempre più stretto e viene spesso superato godendo di analoga impunità.
Nell’ambiente militare o si rispettano le norme o si viene cacciati via. Una volta era così e spero che lo sia tuttora. Al massimo all’Ufficiale e al Sottufficiale che non rispettavano le norme, per fatti non eccessivamente gravi, era data la possibilità di dare le dimissioni. In politica non è così. Chi vive sul bord-line è premiato perché prende voti da tutte le direzioni e che alla fine, in un modo o nell’altro, devono essere pagati a caro prezzo dai cittadini.
Mi perdoni il Generale Bellassai ma, al posto di stagioni porrei amministrazioni e al posto di restano, crescono: “Cambiano le amministrazioni e i problemi crescono”. Ai danni prodotti da una Giunta si sommano quelli prodotti dalla successiva. Con l’attuale Giunta “ci avviamo in ordine sparso alle ormai non tanto lontane elezioni provinciali e comunali”. Aggiungerei le elezioni europee nell’election day del 7 giugno 2009.
Dov’è finita la squadra composta nella primavera del 2007: Forza Italia, Alleanza per Sabaudia (originata dai dissidenti in Alleanza Nazionale), D.C. – UDEUR – Pensionati– Nuovo PSI,  UDC e Alternativa per Sabaudia - Mussolini? Che ne è del programma che, al ballottaggio, attirò nella squadra la Margherita di Amedeo Bianchi e la Lestra per Sabaudia  di felice Pagliaroli?
Il programma esiste ed é impresso sulle dodici pagine del pieghevole. Il sindaco eletto, il compianto Sandro Maracchioni, aveva acceso la speranza di una vera svolta, supportata da un programma completo e dettagliato, inclusa una Delega per la verifica dell’attuazione del programma di governo”. Insieme alla nomina di Assessori e Delegati, nella sua piena lucidità, il neo sindaco, detta il testamento: “Un programma che insieme abbiamo discusso contrada per contrada, categoria per categoria, fondato su regole certe, chiare e precise, che realizzeremo con passione ed impegno”. Chiederò agli Assessori il massimo impegno ed una massiccia presenza in comune, soprattutto agli inizi, perché la macchina governativa deve ripartire al più presto. Gli Assessori hanno carta bianca, risponderanno a loro stessi, all’Amministrazione, ma soprattutto ai cittadini. Non prevaricherò il loro lavoro” Solo qualche assessore di prima nomina si è ispirato parzialmente al programma.
La squadra, se di squadra può davvero parlarsi, si è dissolta sin dai primi sintomi che annunciavano il triste destino di Sandro. Una vera squadra avrebbe rispettato il “testamento”. Sul tavolo: programma da tutti condiviso, disponibilità finanziaria, lista delle attività da sviluppare secondo un preciso ordine prioritario, e via ai lavori per soddisfare i bisogni più urgenti dei cittadini. Certamente la sicurezza e la pulizia della città sarebbero risultate prioritarie e avrebbero salvato  l’immagine della città evitando la catastrofe “spazzatura” e “raccolta differenziata”. Purtroppo non è stato così: la guerra fredda avviata tra i soggetti della stessa maggioranza, per bloccare tutto ed impedire che persone della stessa squadra guadagnassero in visibilità verso gli elettori, alimentata inoltre  dai  consiglieri che dall’opposizione desideravano transitare al gruppo di governo, ha trasformato in fumo il dettagliato programma.  Il programma meritava maggior rispetto, soprattutto da parte di coloro che avevano  partecipato alla sua stesura con pieno sentimento, incluso il mio. in un periodo di gravi crisi sia nei partiti di destra che in quelli di sinistra. Tanto gravi da partorire ben otto candidati a sindaco e diciassette liste. 
Sin dall’inizio della legislatura, il generale Bellassai si sofferma sul mal governo della città, senza provocare alcun cambiamento migliorativo. Evidentemente nemmeno il Generale, già Sindaco di Sabaudia, già Commissario dell’Ente Parco Nazionale del Circeo, già Comandante di una cittadina militare e attuale Presidente del Consiglio Comunale della città, riesce a soffiare una folata d’aria calda su tanto freddo che vincola la squadra. Ciò mi addolora profondamente poiché nemmeno  un personaggio così completo, nella triplice formazione di militare, amministratore pubblico e politico dichiara la propria impotenza ad evitare l’impatto con la saturazione e l’irreversibilità dei problemi che assillano la giovane città.
Quali speranze per il futuro? Il cambio delle nomenclature politiche, purtroppo, non muta le capacità e l’onestà delle persone. Occorre una seria riflessione da parte di tutti eletti ed elettori. Gli eletti se non hanno la capacità e la forza di rispettare e far rispettare le leggi nazionali e locali, incluso lo statuto del comune, facciano un passo indietro e gli elettori, indipendentemente dalle promesse dei politici di turno (posto di lavoro al figlio, alla moglie, ad altri parenti , concessione di licenze impossibili e eccetera) abbiano il coraggio di non votare persone che per decenni hanno operato male Al Generale Bellassai, persona che ho sempre stimato e stimo, esperto conoscitore dei problemi di Sabaudia,  proporrei di aprire al pubblico una tavola rotonda, a tempo indeterminato, per discutere e capire perché una popolazione di prevalente origine contadina, militare e paramilitare abbia generato ed educato le persone che, invece di far crescere la città,   hanno creato il “letto di spine” su cui è costretto a rivoltarsi.  Da tale disanima dovrebbe, e potrebbe, scaturire la “riscossa” di cui ha tanto bisogno la città. Non c’è tempo da perdere.
         Sabaudia,  12 gennaio 2009 -                                                               Antonio Bencardino

Asfalto con l’ombrello

Venerdì 21 Novembre 2008, mi affaccio al balcone e ritorno indietro nel tempo. Torno agli anni verdi della mia vita a bordo delle navi militari; su quelle Unità che partecipavano alle complesse e lunghe esercitazioni interalleate. Le Navi erano scelte in base alle loro dimensioni, per i rispettivi armamenti e per il loro nome. Non potevano sottrarsi alla parata finale e, spesso, ad ospitare il briefing conclusivo dell’esercitazione. Dopo diversi giorni di navigazione le lamiere presentavano alcuni punti di ruggine che, ovviamente, ne danneggiavano l’immagine. Il nostromo e i suoi nocchieri erano sempre pronti a truccare la bella “Signora”: raschietta, pennello, rullo,  pittura e via. Non importava se piovesse: i marinai indossavano le apposite tute parapioggia e la nave avrebbe atteso il rientro in porto ove sarebbe stata sottoposta, bella asciutta e soleggiata, ad un  trattamento ex novo e con tutti i requisiti della tecnica. Si trattava di un’emergenza e l’emergenza andava gestita al meglio.
Nella strada sottostante il mio balcone, che dovrebbe chiamarsi “Via dei Girasoli” come già deliberato dall’Amministrazione Comunale, è scattata l’emergenza. “Occorre asfaltare”. Sono passati troppi anni, troppe legislature tartassate dalle richieste collettive e individuali degli abitanti, dopo il dirottamento ad altre zone della città dei soldi destinati a quella strada.
“Emergenza, emergenza”: non si può più aspettare! Anche se piove non importa. Poco interessa se non ci sono le apposite cunette ed i canali destinati a raccogliere l’acqua. L’asfalto caldo, insieme all’acqua piovana, scivola sulla strada in pendenza. I rastrelli e il rullo compressore  lo fermano e lo comprimono sopra un fondo stradale poco adatto a riceverlo e affatto idoneo a garantirne la necessaria rigidezza.


La futura Via dei Girasoli il giorno dopo, 22 Novembre.
 Ben visibili le pozzanghere ancora piene.

Dopo oltre due secoli di studi e di ricerche sul fondo stradale, sulla composizione dell’asfalto e dopo i tanti esperimenti sulla sua posa effettuati dagli ingegneri, il francese Pierre Tresaguet (1716-1796) e lo scozzese John Loudon MacAdam (1756-1836), nella città di Sabaudia, costruita con l’architettura razionale, l’asfalto viene applicato senza il benché minimo raziocinio. Chi farà il collaudo? Chi autorizzerà il pagamento alla ditta appaltatrice? Quanto durerà l’asfalto? E, in fine, quanti e quali altri lavori pubblici sono effettuati con simile spregiudicata approssimazione al di fuori di ogni controllo da parte degli organi competenti?
Sabaudia, 12.12,2008                                                                                           Antonio Bencardino

L’onorevolezza degli onorevoli Deputati e Senatori e l’opinione pubblica

Onore? E’ la buona reputazione acquisita con l’onestà, la coerenza ai propri principi, la dignità, il prestigio e, soprattutto, la coscienza del valore sociale e morale delle virtù che l’hanno procurata. Onorevole significa “degno d’onore”. All’inizio dell’ottocento l’aggettivo era associato, spontaneamente, senza atti ufficiali a quei cittadini che, per elezione o per nomina, si erano assunti l’onere e l’onore di rappresentare e servire i loro simili nella gestione della cosa pubblica. La principale ricompensa per detti cittadini era l’onore di rappresentare il popolo.
Il vocabolo onore è rimasto immutato nel suo alto significato. Il suo derivato onorevole, attraverso gli anni, ha perso il valore che rappresentava in quanto attribuito a persone i cui comportamenti non sono risultati né risultano minimamente onorevoli.
Ci risulta che in parlamento aspettino di essere discussi e deliberati alcuni Disegni di Legge tendenti ad abrogare tale titolo per i senatori e per i deputati siano essi in carica o lo siano stati nelle passate legislature.
E’ preclusa alcuna funzione di controllo da parte dell’opinione pubblica nei confronti degli onorevoli Deputati e Senatori. Gli atti del Parlamento risultano blindati ed è solo grazie ad alcuni illustri e coraggiosi giornalisti e scrittori, che cittadini riescono a forare la blindatura ed a conoscere almeno in parte ciò che dovrebbe essere costantemente di dominio pubblico.
Alcuni mesi fa, mentre nelle piazze italiane, all’ombra di Montecitorio e di Palazzo Madama, alcune categorie di lavoratori manifestavano per ottenere un aumento mensile di ottanta - novanta euro, gli onorevoli aumentavano le proprie prebende di oltre milleduecento euro al mese; un aumento corrispondente allo stipendio mensile di un comune mortale lavoratore italiano.
Sappiamo che la maggior parte dei parlamentari è entrata in politica perché tale attività è diventata, senza alcun dubbio, il mezzo più sicuro per acquisire status, ricchezza e potere. I cittadini Si chiederebbero però una maggiore sensibilità verso la collettività che regge il sistema e più rispetto della nostra Costituzione che, molto chiaramente, elenca i diritti ed i doveri di tutti, siano essi onorevoli o poveracci.
 Purtroppo quasi tutti i politici vanno alla ricerca di benefici personali nello svolgimento di qualsiasi attività senza alcuna considerazione per i principi ideali e morali che sono i pilastri della Costituzione.
La fragilità delle strutture partitiche e la debolezza della loro disciplina alimentano, oltre ogni misura, l’opportunismo nei nostri onorevoli a tutti i livelli: ministri, sottosegretari e amministratori degli enti locali. Tale libero esercizio dei nostri onorevoli contribuisce alla creazione e al mantenimento di situazioni di crisi (ad esempio il debito pubblico è in continua crescita). Un’altra grande opportunità è offerta agli onorevoli da leggi e leggine, votate quasi sempre all’unanimità, e dai poteri sovrani attribuiti alle giunte delle elezioni di Camera e Senato, è quella del cumulo degli stipendi o delle indennità o competenze. E’ stato evidenziato da più organi di informazione che sono ben 172 (centosettantadue) gli onorevoli che occupano più poltrone e spesso male non potendo godere della facoltà dei santi di essere contemporaneamente  presenti in luoghi diversi. Qualche onorevole addirittura arriva a gestire quattro incarichi: senatore o deputato della Repubblica, sindaco di una città, consigliere di una provincia e di un comune diverso da quello in cui è sindaco. Una vera collezione di incarichi, manca solo un incarico presso qualche regione! Quattro incarichi e quattro stipendi, alla faccia dei comuni lavoratori – elettori che con un misero stipendio di circa 1200 € devono camparci una famiglia.
Tutto alla luce del sole, tutto legalizzato, nessuna incompatibilità. Non solo sono onorevoli due, tre volte e altrettante volte onorati da lauti stipendi ma, talvolta alle cariche politiche si aggiungono le presidenze o le direzioni di alcune istituzioni ingoia soldi dei contribuenti. Gli interessi economici sono alla base di tutto. Soldi, soldi, denari, puliti, semipuliti o sporchi: non importa tanto non odorano e non hanno colore. Qualche volta viene scoperta qualche fonte di guadagno e la puzza è tale da confondere tutti i nasi degli italiani. Abbiamo assistito al disastro di Napoli. Gli italiani tutti hanno gridato allo scandalo e, fiduciosi, sperano non accada più che dietro false ideologie a sfondo ecologico o altro, si nascondano sporchi interessi e di vasta portata, tanto vasta da consentire che la famosa città del sole venisse sommersa da immondizia e da insulti.
Sabaudia, 14 Ottobre 2008    -  Antonio Bencardino

A Pechino gli sport minori hanno salvato l’Italia

Il Coni, coadiuvato dalle Federazioni ha costituito la squadra olimpica destinata a rappresentare l’Italia nella kermesse olimpica di Pechino: 346 atleti appartenenti a 34 discipline sportive, più i numerosi accompagnatori. In Italia, travisando lo spirito olimpico originale, le grandi speranze sono fondate sugli sport professionistici e non sull’atleta. Più capitali girano intorno ad una squadra più alto è il numero degli interessati, più alta è l’esaltazione, la strumentalizzazione e la tolleranza. Proprio a ridosso delle olimpiadi abbiamo assistito agli avvenimenti di Napoli e Roma collegati allo sport maggiore per eccellenza: il calcio. Treno assalito da pazzi scatenati, normali passeggeri in possesso di biglietti ferroviari fatti scendere da coloro che, rifiutandosi di acquistare i biglietti, devastavano il treno per centinaia di migliaia di euro. All’ombra del calcio tutto è ammesso. Le autorità autorizzano la partenza del treno e i teppisti con la falsa divisa dei tifosi possono continuare, indisturbati, la loro opera di distruzione. Pechino conferma che è l’atleta a fare la differenza. E’ l’atleta che porta le medaglie. L’atleta rappresenta, da sempre, l’uomo che lotta per superare i propri limiti affrontando, con rigore, ogni sacrificio. Quanti visi coperti di dolori e sofferenze abbiamo visto al termine di una gara, prima della gioia irradiata dalla vittoria?
Abbiamo visto crescere il medagliere italiano grazie alle discipline sportive normalmente escluse dai riflettori e che godono di scarsa attenzione dei media, come il tiro con l’arco, il tiro a segno, la scherma, la lotta greco-romana, il pugilato, lo judo, il canottaggio, la canoa, eccetera. Di seguito il quadro sinottico delle medaglie conquistate dall’Italia nelle olimpiadi di Pechino:

DISCIPLINA

SPORTIVA

MEDAGLIA

 ORO

MEDAGLIA ARGENTO

MEDAGLIA BRONZO

TOTALE

 Atletica marcia

1

-

1

     2

Canoa

-

1

1

     2

Canottaggio

-

1

-

     1

Ciclismo

-

1

1

     2

Lotta greco-romana

1

-

-

     1

Judo

1

-

-

     1

Nuoto

1

1

-

     2

Pugilato

1

1

1

     3

Scherma

2

-

5

     7

Taekwondo

-

1

-

     1

Tiro a volo

1

2

-

     3

Tiro con l’arco

-

1

-

     1

Vela

-

1

1

     2

TOTALE

8

10

10

   28

Gli sport maggiori hanno raccolto, in pubblicità e notorietà sulle promesse, prima della partenza per Pechino, poi sono piombati nell’oblio. Tra gli sport maggiori e quelli minori stanno le quattro medaglie, una d’oro e l’altra d’argento nel nuoto femminile e quelle d’oro e di bronzo nella marcia, rispettivamente, dei 50 km. maschili e dei 20 km. femminili.
Gli sport minori sono anche conosciuti come sport poveri. E sono davvero poveri. Gli atleti che li praticano non potrebbero continuare nella loro passione, scalare le varie classifiche e arrivare alle olimpiadi se lo Stato non andasse loro incontro. Il nono posto conquistato dall’Itala, su 204 nazioni, è stato festeggiato presso il Capo dello Stato. Il Presidente  Napolitano ha ricevuto gli atleti e i loro rappresentanti, rigorosamente in divisa. Aeronautica Miliare (A.M.), Carabinieri (CC.CC.) Guardia di Finanza (FF.GG.), Pubblica Sicurezza (FF.OO), Corpo Forestale dello Stato (Forestale) e Polizia Penitenziaria (Fiamme Azzurre). Dei quaranta atleti che hanno contribuito alla composizione dell’importante medagliere, ben trentuno indossano una divisa. Di loro soltanto due sono di provenienza delle Società/Enti cui appartengono attualmente: Simone Venier – Canottaggio - delle FF.GG. e Francesco D’Aniello – Tiro a Volo – delle FF.OO.
Quasi tutte le olimpiadi hanno evidenziato che gli sport poveri sono poveri solo in soldi, sono ricchi d’iniziative basate sul volontariato e la passione. La passione e la costanza nello sport producono sempre cose positive. La passione degli atleti in erba, se ben supportata da quella di allenatori e dirigenti, fa superare le barriere provinciali, regionali e nazionali e apre, per prima, le porte delle Forze Armate e dei Corpi Armati dello Stato e successivamente quelle mondiali che possono portare dritto alle olimpiadi e alle medaglie. Gli enti locali, in particolare i comuni, e le scuole potrebbero fare davvero tanto per consentire l’attività di massa dalla quale potrebbero scaturire veri campioni in queste attività minori, non professionistiche. Consideriamo la scherma che non richiede grandi impianti e ha portato ben sette medaglie da Pechino.Forse una breve riflessione sulla città di Sabaudia può chiarire l’idea. Da circa venti anni il Circolo Scherma Sabaudia, attualmente rappresentato da Alfonzo Gramegna che copre anche la carica di Delegato Provincia Latina della Federscherma, chiede alla città in cui opera un impianto idoneo da mettere a disposizione di Maestri qualificati e dei loro allievi e non l’ottiene. Forse  non è un problema di mezzi ma solo un fatto culturale, ovvero l’incapacità dei governatori di turno di capire l’importanza della richiesta. Adesso il Maestro Andrea Damiano allena i suoi allievi in un impianto di fortuna presso una palestra amica. Tra gli allievi una grande promessa under 14: Edoardo Panfilio. Lo spadista Edoardo, seguito dal padre, è molto impegnato sia negli studi che negli allenamenti. Occupa i primi posti nel merito scolastico e il quarto posto (su 296) nella classifica della categoria  di appartenenza a livello nazionale. L’atleta vive con la famiglia a Sezze, segue due allenamenti settimanali presso la società di Sabaudia e uno a Formia presso gli impianti olimpici del CONI. I sacrifici che il giovane accetta sono basati su una profonda motivazione. Coraggio  Edoardo, continua a crescere, ci sarà una divisa che ti aspetta  e qualche amministrazione comunale che ti proclamerà figlio suo prediletto.
Sabaudia, 22.09.2008 -                                                                              Antonio Bencardino

I PARTITI POLITICI, I LORO STATUTI E IL CAPORALATO

I partiti politici, come ogni altra associazione ufficialmente costituita, fondano la loro attività sul proprio statuto. Nello statuto sono riportati gli scopi e le finalità del partito. Sono elencati le modalità e i mezzi da usare per raggiungere suddetti scopi e finalità. Gli Organi Sociali e quelli di controllo spiccano in ogni Statuto con le relative attribuzioni. Particolari figure statutarie sono destinate a vigilare sull’ottemperanza delle norme che si sono date in sede istitutiva e sull’eventuale opportunità di aggiornarle sull’onda dei veloci cambiamenti che il progresso tecnologico e la società impongono. E’ molto interessante ed istruttivo leggere gli statuti dei partiti politici. A fattore comune hanno gli articoli che descrivono gli scopi e le finalità. Essi sembrano scritti dalla stessa mano, con un italiano scorrevole ed elegante, con santi principi di moralità, spirito di amore universale e, soprattutto, protesi verso il futuro aperto a tutti e con le pari opportunità sancite dalla nostra Costituzione. 
Spesso gli statuti rimangono fermi alla loro prima edizione. Non serve cambiarli, di massima non vengono rispettati. I limiti di uno statuto sono sanciti dal Codice Civile e vigilati dalla Costituzione. 
Lo statuto viene richiamato dai soggetti affiliati in occasioni di liti interne, comunemente causati dalla gestione del potere. Un soggetto può attivamente avvalersi di una norma solo se la conosce. Non tutti gli iscritti ad un partito, per scelta o per capacità, sono nelle condizioni di conoscere ed interpretare una norma, un regolamento. I soggetti danneggiati generalmente soccombono più per ignoranza che per scelta. L’esperienza dello scrivente, maturata sin dagli anni ottanta, su contatti personali diretti con politici d’ogni livello, è tale da poter confermare che la maggior parte degli iscritti ad un partito non conosce lo statuto di riferimento da rispettare e fare rispettare. Dai consiglieri circoscrizionali, comunali, provinciali, regionali, ai deputati italiani ed europei, ai senatori, pochi di loro conoscono lo statuto. Di fatto gli statuti dei partiti non servono più, hanno perduto gran parte del loro valore e della loro importanza. Ad esempio gli Organi Sociali e di Controllo hanno perduto il carisma e il controllo che emanavano  una volta. Sui giornali, soprattutto quelli locali, possiamo leggere delle conferenze stampa tenute da persone che ignorano lo statuto e il  rispetto per i lettori. Tali soggetti parlano anche in nome del partito e nessuno interviene per smentirli. Ai tempi di Fanfani, Berliguer, Pertini, giusto per fare qualche nome che focalizzi il periodo della prima repubblica,  ciò non accadeva. Potevano prendere la parola solo coloro che venivano preventivamente autorizzati o delegati con tanto di mandato e con le relative istruzioni. 
Oggi, nella cosiddetta seconda repubblica non è più così. E’ subentrato il caporalato politico. Contano, come sempre, soltanto le poltrone e le poltrone si conquistano e si mantengono con i voti. Non importa da dove i voti provengono. Nemmeno il loro frazionamento all’ennesima misura importa. Contano i voti cosi come per l’imprenditore agricolo contano i pomodori e i cocomeri raccolti,  i materiali trasportati. Non ha alcun’importanza per mano di chi vengono raccolti i prodotti agricoli e su quali spalle vengono trasportati i materiali. I caporali politici possono appartenere a qualsiasi ideologia, a qualsiasi gruppo, a qualsiasi moralità. E’ sufficiente che indossino la casacca del partito e, magari mantenendosi nell’ombra, in occasione delle elezioni portino voti. Lo statuto non serve, nemmeno l’iscrizione al partito serve. Talvolta nemmeno coloro che rivestono cariche istituzionali in rappresentanza dei rispettivi partiti hanno rinnovato l’iscrizione. Tanto la conta degli iscritti si fa raramente e solo quando si devono definire i vari livelli dei caporali.  Il caporalato politico è un fenomeno di sfruttamento delle persone con metodi illegali. Il caporale politico è colui che, indossata la divisa di un partito, va alla ricerca di disperati che in cambio di promesse di posti di lavoro o di benefici economici, danno il loro voto. Nella rete del caporale cade anche il benpensante che, in buona fede, vinto dalla dialettica e spregiudicatezza del caporale pensa di cambiare il mondo con il suo voto dato a quel partito. 
L’illegalità si manifesta sotto varie forme: quasi mai sono soddisfatte le promesse e quelle poche, pochissime volte che vengono mantenute si toglie ad un cittadino per dare al finto protetto. In assoluto tutto ciò che viene concesso a titolo di favore, è illegale perché il politico di turno di suo non ha nulla da gestire tranne il denaro e i beni pubblici. E’ attingendo a queste fonti che quasi tutti i politici si arricchiscono. Quanto più alto è il numero dei voti ricevuti da un partito, maggiori saranno le entrate legali e illegali e più vaste saranno le percentuali di soldi, beni e servizi da distribuire a generali, colonnelli e caporali. Il caporale può rivestire anche cariche importanti, dalle deleghe agli assessorati. Dipende esclusivamente dai voti che porta, il resto non conta. Il lettore può facilmente individuare i caporali che operano a Sabaudia.
            Sabaudia, 10 Agosto 2008 -                                               Antonio Bencardino

UN GRANDE PROGRAMMA CHE CONQUISTA FINANCHE L’OPPOSIZIONE MA NON DECOLLA 

Il programma è la definizione del percorso per raggiungere un determinato obiettivo, in relazione alle risorse disponibili, delle attività da intraprendere e dei tempi necessari per realizzarle. Il programma è dunque il punto di partenza con rotte ben definite per raggiungere gli obiettivi in esso fissati: punto d’arrivo.
Il programma elettorale per una città raccoglie i problemi esistenti e mai risolti aggiungendovi quelli nuovi riguardanti in particolare l’usura delle strutture e gli aggiornamenti sociali in costante evoluzione. E’ come affermare che il programma elettorale d’ogni aspirante sindaco e della sua squadra si basi sull’inefficienza operativa del governo precedente ottenendo così la fiducia degli elettori che stanchi del passato, ancora una volta, credono alle promesse per un futuro migliore. Le strutture di Sabaudia parlano da sole: strade dissestate, quartieri abbandonati, canali di bonifica inefficienti, proprietà comunale (terreni e fabbricati) mal definite, urbanizzazione primaria e secondaria dei borghi e delle periferie in continua precarietà, abusivismo edilizio sempre attivo, marciapiedi delle vie principali e del centro storico occupati da mercanzie d’ogni genere con grave danno all’arredo urbano, impianti sportivi mal tenuti ed inesistenti per alcune discipline, patrimonio storico e culturale non valorizzato, opere pubbliche insufficienti e poco idonee per la vivibilità della città sia dei residenti che dei visitatori, strutture sanitarie inadeguate e così via. Gli aggiornamenti sociali sono negati dalla politica. Per motivi diversi governo ed opposizione sono accomunati in tale negazione. Gli eletti, una volta sulla poltrona, dimenticano programma e promesse. Assessori, Delegati, Presidenti di Commissioni e tutti coloro che fanno parte del Consiglio Comunale, sono assillati dall’unico pensiero di conservare le rispettive poltrone. Sono tutti pronti a cambiare partito, a costituire false liste civiche e rinnegare anni, decenni di militanza politica. L’attrazione fatale del politico è il denaro. "Il denaro è un virus: dopo aver corrotto l’anima di chi lo possiede, va in cerca di nuove vittime da contagiare"(Carlos Ruiz Zafon).
Con l’elezione a sindaco di Alessandro Maracchioni si era accesa la speranza di una vera svolta per la città. Maracchioni da più anni in politica, come lui stesso ha dichiarato durante la campagna elettorale, non è stato colpito dal "virus denaro", cioè non si è arricchito invitando i cittadini, in assoluta trasparenza, a visitare la sua casa. La sperata svolta era supportata da un programma completo e dettagliato, tale da conquistare anche parte dell’opposizione e, soprattutto, contenente una clausola affrancante e convincente: "L’istituzione della Delega per la verifica dell’attuazione del programma di governo". Il controllo di gestione è indispensabile se davvero si vogliono conseguire gli obiettivi stabiliti nel programma. Nel presentare il programma "Insieme per la nostra città" Maracchioni scriveva: "Un programma che insieme abbiamo discusso contrada per contrada, categoria per categoria, fondato su regole certe, chiare e precise, che realizzeremo con passione ed impegno". E, all’inizio del suo mandato: "Chiederò agli Assessori il massimo impegno ed una massiccia presenza in comune, soprattutto agli inizi, perché la macchina governativa deve ripartire al più presto. Sabaudia è una città splendida ed ha diritto a riprendere al più presto il più alto tenore di vita. Gli Assessori hanno carta bianca, risponderanno a loro stessi, all’Amministrazione, ma soprattutto ai cittadini. Non prevaricherò il loro lavoro, ma sarò un compagno di squadra che li spronerà a dare sempre il massimo". L’impegno è grande e l’opposizione è quasi azzerata perché il programma è troppo convincente. Qualche settimana dopo l’insediamento del nuovo governo compaiono i primi segni della grave malattia del primo cittadino. Sabaudia vive la grande tragedia. Il sindaco è costretto ad assentarsi per motivi di salute. Alla presenza del programma ben definito e delle chiare e complete deleghe del sindaco è giusto ricercare i motivi per cui la Giunta Comunale non ha seguito le rotte già tracciate per rendere operativo il programma. Indipendentemente da qualsiasi ipotesi dobbiamo costatiamo che i "giochi politici" sono stati ripresi all’ombra di una sottile "guerra fredda". Le elezioni politiche hanno rivoluzionato la nomenclatura dei partiti.
A Sabaudia c’è la corsa a chi rappresenterà chi. Tante le candidature, si pensa a nuove squadre e cambiano i rapporti tra le persone. Si passa dagli insulti più spinti agli abbracci più stretti. Le eventuali dimissioni del sindaco per motivi di salute porteranno a nuove elezioni. Ci saranno le elezioni provinciali ed europee ed occorre essere pronti! Quelle comunali potrebbero agevolare fortemente i candidati alle elezioni provinciali ed europee. Infatti, è noto che, all’elezione del sindaco partecipa la più alta percentuale degli elettori. Le due schede aggiunte non si rifiuterebbero.
Sabaudia, 16 luglio 2008                                                             - Antonio Bencardino -

1° PREMIO NAZIONALE  DI PITTURA ESTEMPORANEA
“Sabaudia tra paesaggio e natura”

Grande successo ha riscosso il Primo Premio Nazionale di Pittura Estemporanea: “Sabaudia tra Paesaggio e Natura” svoltosi nella città pontina Domenica 1 giugno 2008. Alle otto del mattino i primi artisti varcano l’ingresso municipale per l’iscrizione e la timbratura della propria tela. Nella corte comunale di Sabaudia ad attenderli gli addetti del Comitato Organizzatore presieduto da Antonino Prili con Vicepresidente l’artista Franco Borretti, Segretario Antonio Bencardino e tesoriere Anna Giovanna Assorati. Apre la lista dei partecipanti Walter Carturan e la chiude Mauro Montini, quarantatreesimo iscritto.
Il concorso indetto dal Presidente della Pro-Loco Sabaudia Prili e organizzato con la collaborazione dell’Associazione Culturale Nuova Immagine Latina presieduta da Borretti  e dell’Ufficio Cultura di Sabaudia diretto da Daniela Carfagna, si è autofinanziato ricorrendo al collaudato sistema del “Premio Acquisto”. In sintesi lo speciale sponsor, nel dare il relativo importo ha acquistato, a scatola chiusa, l’opera che si è classificata al posto corrispondente al premio che ha pagato. Otto i premi in palio. La giuria presieduta dal poeta Rodolfo Carelli e composta dal pittore Addis Pugliese, dal crito d’arte Riccardo Fiore, dall’architetto Rita Sabatino, dalla giornalista Lucia Micali e dal fotografo Luigi Passero, ha assegnato il primo premio di euro 650 al pittore Marcello Merosi di Roma con la seguente motivazione, espressa dal critico d’arte  Fiore di Latina: “L’intensità trasmessa dalle figure esalta la tecnica ed i colori scelti dall’autore. Lo spettatore non può fare a meno di seguire le ragazze nella loro ricerca, e di essere rapito dai capelli sciolti al vento”. Ecco l’opera acquistata dalla Pro-Loco Sabaudia:


Opera di Marcello Merosi vincitrice del primo premio

Il secondo premio di € 500 è andato all’artista Massimo Papa di Nettuno, il terzo di € 350 - acquistato da “La Terrazza Ristorante” - a Gino Di Prospero di Latina, il quarto di € 300 – acquistato da “La Capricciosa Ristorante e Pensione – a Valerio Libralato di Latina, il quinto di € 250 – acquistato da “Libri e Collezioni di Alfredo Urbinati – a Fernanda Freddo di Fonte Nuova, il sesto di € 200 – acquistato da “De Vitis Ottica” – ad Armando Sodano di Latina, il settimo – acquistato da “Forno a Legna di Mezzomonte” – a Marco Carloni di Roma, l’ottavo ed ultimo premio di € 150 – acquistato dal “Signor Aldo Di Maggio di Sabaudia” – a Luigia Gabrielli di Guidonia. A tutti i vincitori, oltre al previsto premio, è stata consegnata una targa personalizzata. Dei diciotto Comuni partecipanti, ben cinque sono stati premiati. Un ringraziamento particolare va a coloro che hanno riposto la loro fiducia sia negli artisti che nel comitato organizzatore acquistando i premi, ai titolari di piccoli esercizi commerciali e ai privati cittadini che con le loro offerte hanno consentito di coprire il secondo premio di € 500, rimasto invenduto, e parzialmente le spese di gestione del concorso.
L’importante evento culturale si è svolto sotto il patrocinio del Comune di Sabaudia e della Provincia di Latina. Un sentito ringraziamento va al Presidente della Provincia pontina Armando Cusani per la targa ricordo assegnata alla manifestazione. Un meritatissimo grazie va alla Dottoressa Daniela Carfagna e alle sue collaboratrici per avere sostenuto la manifestazione, prodotto il programma-invito e provveduto alla sua spedizione. La parte contabile e tecnica è stata rigorosamente e brillantemente curata da Silvana Russo della Pro-Loco di Sabaudia.
L’estemporanea di pittura si è conclusa con la cerimonia di premiazione presso la corte municipale bene allestita e addobbata con piante e pannelli concessi dal Corpo Forestale dello Stato. In detta sede il Delegato al Turismo e alla Cultura Giovanni Secci, soddisfatto per l’ottima riuscita della manifestazione, ha espresso il proprio consenso ringraziando sia gli artisti presenti con la propria opera, sia i promotori del concorso e sia tutti gli appassionati che con i loro lunghi applausi hanno suggerito un futuro incontro di pennelli e colori nell’amena città di Sabaudia. Grazie Giovanna Assorati per aver tanto insistito e tanto lavorato per questa manifestazione ben riuscita.
            Sabaudia, 20.06.2008 - Antonio Bencardino

Sabaudia Nord “Porto Franco” per i costruttori.

Circa venticinque anni fa nacque il nuovo quartiere denominato “zona 167” e successivamente anche “zona Sabaudia Nord”. La prima pietra fu posata avvalendosi della legge 167 del 18 Aprile 1962: “Disposizioni per favorire l’acquisizione d’aree fabbricabili per l’edilizia economica e popolare”. Dalla posa di quella prima pietra, che inaugurò l’apertura del primo cantiere, l’acquisizione d’aree fabbricabili è stata sempre agevolata ma non per l’edilizia economica e popolare ma per quella libera ed arbitraria. Quasi un’edilizia franca; edilizia franca dalle leggi, dai regolamenti, dalle norme e soprattutto dai controlli. Per rendersi conto di ciò è sufficiente percorrere Via Cesare del Piano, da Via Principe Biancamano a Via Carlo Alberto. Si incontrano marciapiedi sottodimensionati con pali dei fili elettrici o telefonici che impediscono finanche il passaggio, in sicurezza, di un passeggino per bambini; cantieri sempre attivi che continuano a costruire in maniera disordinata e compatta. Eppure le leggi esistenti in materia urbanistico-edilizia sono davvero tante. Le più significative e allo stesso tempo le più trasgredite sono: Decreto Ministeriale del 2 aprile 1968 n. 1444 che detta, tra l’altro,  precise norme sui limiti inderogabili di distanze da rispettare tra fabbricati e tra essi e le strade, legge del 9 gennaio 1989 n. 13 sulle barriere architettoniche e legge 28 febbraio 1985 n. 47 sulle norme di controllo dell’attività edilizia e su quella urbanistica.
Al Municipio di Sabaudia, si sono alternati Sindaci appartenenti alle diverse ideologie politiche, culturali e professionali e con loro Assessori ai Lavori Pubblici, all’Urbanistica, all’Ambiente, alla Sanità e ai Servizi Sociali, e Presidenti della Commissione all’Urbanistica, Arredo Urbano, Ambiente e Assetto del territorio. Nessuno di loro ha sentito l’obbligo legale o il dovere civico di intervenire per frenare gli abusi sull’edilizia. Hanno lasciato ampia libertà sia per gli abusi palesi, sotto gli occhi di tutti e in netto contrasto con le leggi di cui sopra, e sia per quelli nascosti, sofferti dagli ignari acquirenti di appartamenti che, in corso d’opera, si vedono trasformati i lavatoi e gli stenditoi in attici e scantinati ad uso condominiale in altro.


Sezione di palazzo demolita dopo reiterata contestazione di un privato cittadino
e marciapiede sottodimensionato in Via Cesare del Piano

In particolare i costruttori che operano in Sabaudia Nord godono, stranamente, da sempre della copertura politica che rende la zona franca dai controlli. Copertura politica che manca agli abitanti del quartiere e con essa la copertura finanziaria. In Sabaudia Nord ogni intervento, ovvero promessa di intervento, viene somministrato come l’osso al cane. Le norme esistenti vengono disattese e, ove possibile cancellate. I controlli effettuati in altre zone della città, di solito sollecitati dalla parte politica opposta al governo cittadino protempore o per guerre intestine, hanno spesso trovato gli Amministratori Comunali pesantemente coinvolti. I controlli sollecitati dai cittadini, che mal sopportano gli abusi, si limitano spesso a verificare la rispondenza tra il progetto presentato e la licenza rilasciata dal comune, senza  alcun controllo circa la rispondenza tra la licenza rilasciata e le leggi/regole in vigore. Peccato, un paese nato con caratteristiche prettamente agricole è stato trasformato in un centro di speculazione edilizia a danno della tranquillità dei cittadini residenti.
      Sabaudia, 19 giugno 2008 - Antonio Bencardino

La meritocrazia nel quarantesimo anniversario della sua scomparsa.
A Sabaudia tutti sanno e nessuno reclama

Quaranta anni fa l’Italia viveva il sessantotto, un anno che ha modulato il modo di vivere e di pensare di molti italiani e ha modificato la vita di tutti. Il sessantotto pone un sipario tra il passato e il futuro. Nel passato, prima del sessantotto, il capo famiglia esercitava ancora alcuni poteri patriarcali. I figli erano educati al rispetto delle gerarchie sia nell’ambito della famiglia, primo luogo di sviluppo e di crescita dei bambini, che in quello della scuola. Dall’asilo all’elementare, alle medie inferiori e superiori ed all’università. L’insegnante, durante l’orario scolastico, assumeva il ruolo del pater familias e gli studenti ne rispettavano l’autorevolezza derivante da superiorità morale e intellettuale. Gli studenti della scuola media inferiore per accedere a quella superiore dovevano superare i cosiddetti “esami di ammissione”. All’università il fuori corso era consentito solo ai “figli di papà” che, grazie alle disponibilità economiche, potevano rinunciare al lavoro dei figli. Quando gli insegnati entravano in classe tutti gli studenti scattavano in piedi per dimostrare il loro rispetto e la loro prontezza ad apprendere. Gli stessi studenti sui pullman, sui treni e altrove, quando seduti, si alzavano per cedere il posto alle donne in cinte ed alle persone anziane. Gli uomini cedevano i posti alle donne anche se coetanee, solo per spirito cavalleresco. A scuola il primo impatto col ragionamento era rappresentato dalle tabelline da imparare a memoria. Il per, il diviso, il più e il meno, insieme al mandare a memoria tante poesie, erano il pane quotidiano dello studente. L’esuberanza dannosa per i compagni di classe era controllata. La svogliatezza e la poca volontà di impegnarsi erano corrette stimolando gli allievi con i premi che si guadagnavano in base alle valutazioni del merito di “lodevole” e “ottimo”. Purtroppo, talvolta, al posto dell’autorevolezza è subentrata l’autorità. Alcuni insegnati, privi d’ascendente, passarono dal ruolo di pater familias a quello di potestà. Il progresso economico, tra l’altro, causò negli italiani debolezza e rilassamento dei costumi. Le autorità, dilaniate dalle diverse correnti di pensiero, lasciarono sempre meno libertà agli studenti. Gli studenti si ribellarono fino ad assumere atteggiamenti spudorati e distruttivi. Le università furono occupate dagli studenti che rifiutavano non solo l’autorità ma anche l’autorevolezza. I più ribelli rifiutavano finanche i consigli dei genitori, restavano fuori casa giorno e notte e praticavano liberamente il sesso fino allora considerato tabù. Intervennero i partiti politici, prevalentemente di sinistra, che pur di conquistare consensi alimentarono ogni compromesso. Le loro azioni si svilupparono principalmente nel diritto civile. Nacquero leggi e leggine quasi tutte svanite a parte lo Statuto dei lavoratori, tuttora in discussione anche presso i sindacati. Fare una legge non costava e non costa nulla (oggi si parla di abrogare migliaia di leggi inutili). Mentre per sostenere le riforme delle strutture economiche e sociali c’è bisogno di denaro. Inneggiare ai diritti senza parlare di doveri è accattivante e attira i giovani sempre più idiosincratici per i doveri. Si lottò per l’eguaglianza ma si usarono armi che uccisero il merito. Con discorsi plebiscitari e di parte si spinsero i giovani verso un’incontrollata disobbedienza. Il sessantotto ha trasformato il “popolo di poeti, artisti, eroi, santi, pensatori, scienziati, navigatori e di trasmigratori” in tanti naufraghi alla deriva. Tutti uguali, tutti capaci, tutti hanno diritto a diplomarsi e a laurearsi. Tutti; per gli incapaci, i ciucci e per chi non ha voglia di studiare si ricorre al voto politico,: il sei o il diciotto. Voto appunto politico perché di sociale non ha nulla. Inizia una rincorsa al ribasso culturale. I profili scolastici vengono ridotti al minimo: non riesci ad imparare le tabelline, non sei capace di ragionare e gestire le quattro operazioni matematiche; nessun problema, c’è la calcolatrice. La calcolatrice richiede l’uso di un dito, non c’è bisogno del cervello. Non è necessario imparare a memoria e sapere. E’ opportuno, nemmeno necessario, aver il pezzo di carta che attesti il diploma o la laurea (titoli spesso acquistati presso istituti e università disposti a venderli). Dal marasma inaugurato nel sessantotto e ingigantito negli ultimi quaranta anni i “naufraghi” si salvano solo se individualmente soccorsi dai padri e dai padrini. L’Italia è tornata al vecchio medioevo. Il nepotismo e il clientelismo imperano in tutti i settori ed in tutto il territorio nazionale. Il talento e il merito sono stati azzerati. Le uniche scialuppe di salvataggio sono rappresentate dai legami di parentado e politici. Non è una novità che i figli dei notai, degli avvocati, dei medici, dei farmacisti, degli imprenditori, dei manager ecc. possono facilmente accedere ai rispettivi albi professionali, indipendentemente dai loro talenti e dai loro meriti. Le scialuppe clientelari fornite dai politici portano in salvo molti, moltissimi disperati ma non tutti. Qui riappare il concetto del merito: non quello dell’individuo che è alla ricerca di un lavoro, di un impiego, bensì il merito, vero o falso, del politico di riferimento. I politici gestiscono le assunzioni che vanno dagli amministratori delegati, ai manager industriali, ai direttori di grandi imprese, fino ai concorsi per vigili urbani o per spazzini, oggi detti, nell’ipocrisia generale delle nuove nomenclature, operatori ecologici. E a Sabaudia? Il paese è piccolo, tutti sanno e nessuno reclama. Tutti aspettano il proprio turno, per essere assunti, che per molti non verrà mai.
Sabaudia, 18 maggio 2008   - Antonio Bencardino 

Riuscirà il nuovo governo a rimettere in moto l’Italia?

Nella fase transitoria, dalla caduta del governo Prodi alla campagna elettorale per eleggere il nuovo parlamento, i principali rappresentanti dello stato, dal presidente della Repubblica, al presidente del Senato, della Camera e a quello della Corte dei Conti, tutti hanno pubblicamente ammesso che il mal governo non ha colori e spazia dall’estrema destra all’estrema sinistra passando per il centro. Costatiamo che i membri dei primi governi italiani nati nel dopoguerra erano uniti, se non altro, dal bisogno di migliorare la vita di tutti assai precaria. E tutti si sono impegnati per creare un ambiente più sano e una vivibilità migliore per poterne raccogliere i frutti a piene mani. Oggi i costituzionalisti sprigionano emozioni da tutti i pori quando parlano delle loro gesta d’amore o di dissenso basati in ogni caso sui principi in cui allora credevano fermamente. Chi più e chi meno, tutti loro hanno fatto crescere l’Italia fino al miracolo economico degli anni sessanta. In seguito i nostri politici si sono ubriacati di benessere e hanno abbandonato il buon senso, l’amor proprio, la propria dignità, diventando  avidi, assetati di ricchezza non proporzionata al loro lavoro e alle loro capacità. Di elezione in elezione gli inganni, le menzogne, le spregiudicatezze sono stati alla base delle loro rinnovate promesse e quasi mai mantenute. Alla caduta del governo Prodi, prima dell’apertura vera e propria della campagna elettorale, tutti i parlamentari dalle televisioni, dalle radio e nelle piazze hanno denunciato il totale fallimento della politica italiana, ovvero hanno ammesso il loro fallimento.  D’altra parte se l’unità d’intenti non c’era tra i partiti della coalizione di governo come poteva esserci tra i loro rappresentanti?
Dai discorsi sentiti in quei giorni sembrava che fosse comparsa la lucidità nei nostri governanti ma non era vero. Tanto è che importanti rappresentanti dello Stato, ciechi e sordi, hanno continuato a giocare la loro partita senza capire minimamente le necessità della nazione e insieme i bisogni dei cittadini. E’ stato un po’ come l’ammalato di cancro che viene reiteratamente informato sulla gravità del suo male che purtroppo dovrà tenersi per l’incapacità del medico a curarglielo.
Alcuni giornalisti hanno informato gli italiani, con dati alla mano, che il nostro paese è gravemente malato. Manca il senso della misura in tutti i settori gestiti dalle varie Caste sotto il controllo diretto o indiretto della politica. L’Italia è in sofferenza perché la sua classe politica, a tutti i livelli, è  avida, egoista, incapace, prepotente e chi ne ha più ne metta. A pagare sono i governati non i governanti. Sono i cittadini condannati a morire di crepacuore per non poter reagire agli abusi e ai soprusi, a morire per mano di chi va a rubare nelle case e nei negozi o per mano della delinquenza organizzata.Il Presidente della Corte dei Conti Tullio Lazzaro, che ha le funzioni di giurisdizione sull’impiego legittimo del denaro pubblico, accompagnato dal Procuratore Generale della magistratura contabile Furio Pasqualucci, in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Giudiziario del Febbraio 2008, denunciò che “la corruzione è ampiamente diffusa” ragion per cui “la Repubblica vive un momento di malessere e incertezza” e anche “il non agire degli amministratori pubblici può generare danni    incalcolabili” (vedi immondizia di Napoli e l’Alitalia ad esempio). Lazzaro richiama inoltre “le   crescenti sovrapposizioni di competenze tra amministratori centrali ed enti locali.” Tali sovrapposizioni creano “dismonicità e conflitti non risolvibili”. Non manca la stoccata contro gli “aumenti incontrollati nella spesa corrente, alla base reati di concussione, corruzione e tangenti, specie nei lavori pubblici, nelle pubbliche forniture e nella sanità, confermate dalle tante sentenze di condanna”. Tutti questi mali sono stati ampiamente commentanti da tutte le forze politiche che, stando al governo o all’opposizione, hanno contribuito a crearli. Tutti i candidati alla poltrona del Primo Ministro, durante la campagna elettorale hanno proposto delle ricette per guarirli. Ad urne chiuse ci domandiamo: riuscirà il nuovo governo sotto la guida del presidente Berlusconi a mettere in moto il malato cronico, ovvero l’Italia? Ci auguriamo proprio di sì e con tutto il cuore anche perché finalmente noi elettori italiani siamo riusciti a fare ciò che i politici da anni hanno promesso e mai attuato. Abbiamo realizzato il sogno di due grandi partiti (poli) – PDL e PD – con tre partiti minori: Lega Nord e Italia dei Valori già coalizzati rispettivamente col governo e con l’opposizione e l’UDC che controlla dall’esterno.
Non sarà facile perché, purtroppo, la corruzione è capillarmente diffusa in tutti i comuni italiani. Sabaudia non si salva da questo antico male che penetra nelle più piccole cellule statali e non solo. Il pubblico denaro versato dai cittadini attraverso le tasse, bene primario della collettività, spesso viene speso come se fosse proprietà esclusiva delle persone destinate a gestirlo. Ci auguriamo che il nuovo governo persegua davvero lo sviluppo dell’Italia con la riduzione degli sprechi. Ciò è possibile solo attraverso una solida rete di protezione alla finanza pubblica da parte della magistratura contabile e il blocco delle risorse che si stanno sperperando da parte della Corte dei Conti.
Sabaudia, 18 aprile 2008                                                                                Antonio Bencardino 

La politica è arte o scienza?
La politica come arte trova facile accesso nei processi mediatici.


Non è facile definire concettualmente la politica perché ha diverse accessioni. Due le fondamentali: a) arte di governo; b) scienza del governo. La politica consiste nel promuovere la vita collettiva, il bene del gruppo, la socialità attraverso l’opera di singoli particolarmente dotati di senso politico. In questo senso la politica è azione e prende alimento dalle attività pratiche. Ma d’altra parte la politica è scienza, vale a dire intendimento del reale in cui opera il politico e su cui incide la sua azione. La politica come scienza non esige di promuovere la vita collettiva con l’azione attraverso una speciale tecnica o arte ma vuole teorizzare il suo oggetto attraverso le leggi nei suoi vari schemi. Ciò che nell’arte politica è personale nella scienza politica diventa oggettivo e investe la collettività, la società, lo stato. La politica opera in un mondo continuamente mutevole ed è a questo mondo che deve adattarsi l’azione politica. L’azione politica cosciente promuove in modo più o meno attivo la vita collettiva e imprime allo Stato una direzione più o meno decisiva e positiva. Più cosciente è l’azione più preciso è il senso della sua determinatezza economica, migliori saranno i risultati. Ma l’azione cosciente può essere esercitata da soggetti interiormente educati sulla base di cultura storica, di disciplina morale e via dicendo.
Quale risposta alla domanda: la polita è arte o scienza? Non è facile rispondere in quanto l’arte politica è personale mentre la scienza politica è universale. L’astuzia dell’uomo politico in generale e di quello italiano in particolare, è quella di interpretare il proprio ruolo innovando la propria arte non secondo coscienza ma secondo la convenienza personale, senza pensare al bene della collettività e al senso universale della politica. Così le leggi emanate, spesso, non sono dettate dalla scienza politica ma dal potere politico del momento. Tanto è che ad ogni cambio di governo alcune leggi fresche di stampa, vengono stravolte nella loro applicazione se non addirittura annullate. Ciò comporta sperpero di energie ma, soprattutto, di denaro pubblico. L’arte del soggetto politico attuale è tanto più redditizia quanto più riesce a far passare per vere le cose decisamente false e viceversa, a seconda che le stesse cose siano sostenute da lui medesimo o dall’avversario politico. Il politico, frequentemente, opera come il commerciante di opere d’arte che cerca e spesso riesce, grazie all’ingenuità dell’acquirente, a far passare per autentiche opere false traendone un vantaggio economico smisurato. La differenza sostanziale è che il truffatore d’opere d’arte danneggia solo l’acquirente mentre il truffatore politico danneggia l’intera società e più marcatamente coloro che hanno riposto in lui la propria fiducia. Fino a qualche anno fa era più facile vendere una menzogna politica che una opera falsa. Oggi, grazie ad alcuni scrittori e giornalisti, gli italiani sono stati informati sull’arte persuasiva della nostra classe politica che, da abusi in soprusi, hanno costituito la nota CASTA che bada in primis ai propri membri e ai loro familiari e, in seconda battuta, ai loro amici. Tuttavia la misura non è mai colma e la buona fede dei cittadini viene sfruttata per dipingere veri falsi politici in autentici paladini della società. Si sa, nella “libera arte” tutto è ammesso, finanche decorare le città con montagne di immondizia e sostenere che l’artista politico ha operato bene e rimane al suo posto per completare l’opera. L’arte politica trova facile accesso nei processi mediatici in cui si formano le decisioni imperative che guidano la comunità nel bene e nel male. La dialettica politica, al suo più alto livello artistico, sfonda ogni specchio e va oltre, essa non viene riflessa nei suoi reali contenuti e il soggetto che l’esercita la considera un valore assoluto e, mettendola in atto, comporta conseguenze a volte disastrose per la collettività. Che dire degli artisti politici di Sabaudia? E’ bene lasciare la libera interpretazione ai cittadini. Ci sono in bella mostra quadri di tutte le epoche, dalla fondazione della città ad oggi. Ogni politico, passato e presente, ha dato le sue pennellate e si vedono. Coloro che desiderano veder crescere un quadro, a sfondo urbanistico, si portino in Via Cesare del Piano. Potranno constatare dal vivo che l’opera iniziata dai nostri artisti un quarto di secolo fa prosegue alacremente, se possibile in peggio, con più vigorose pennellate.
            Sabaudia, 15 marzo 2008 - Antonio Bencardino

La tolleranza non è senza limiti

La maggior parte dei dizionari della lingua italiana definiscono la tolleranza come “la capacità di resistere a condizioni sfavorevoli  o potenzialmente dannose”. Dall’illuminismo, noi occidentali che abitiamo i cosiddetti paesi evoluti, abbiamo sviluppato il senso della tolleranza collocandolo in quel positivismo che chiamiamo vivere civile, ragionevole e pacifico. Si, perché la tolleranza è il fondamento di ogni convivenza democratica.
Nella nostra Italia però la tolleranza ha raggiunto livelli che rasentano la saturazione. Dalla tolleranza politica a quella sindacale, da quella religiosa a quella morale a quella sessuale, da quella del diritto a quella del clientelismo e così via fino ad arrivare alla tolleranza dell’eccessivo divario economico e salariale tra soggetti che vivono nella stessa terra, hanno gli stessi diritti e che attingono alla stessa fonte di risorse alimentata dalla collettività. Ma la tolleranza non è senza limiti, è come una spugna che assorbe sempre liquidi fino a quando non vi è totalmente immersa. Ecco molti, moltissimi di noi italiani siamo stati immersi nel grande mare della tolleranza (…nelle condizioni sfavorevoli e dannose) dal quale abbiamo assorbito soprusi e maltrattamenti di ogni genere raggiungendo la quasi saturazione. E i nostri governanti? Sordi, ciechi e muti. Nessuna azione atta a cambiare la situazione e rispettare e fare rispettare il dettato costituzionale: “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera  e dignitosa” (art. 36 della Costituzione).
Se per dignità si intende comportamento responsabile, misurato ed equilibrato di essa ne troviamo ben poca nei nostri politici e nella classe dirigente italiana. E’ principalmente colpa loro se circa un terzo delle famiglie italiane, come riscontrato dagli istituti statistici e confermato dalla realtà quotidiana, versano in una situazione affatto dignitosa. Molte famiglie non riescono più ad alimentarsi adeguatamente, non riescono a coprirsi di cenci consoni allo stato sociale che esse hanno raggiunto attraverso mille sacrifici. E allora reagiscono avendone ben donde. Fino a quando la fontana sgorga acqua per dissetare tutti nessuno si lamenta. Ma se l’acqua viene a mancare perché il vicino, autoritario e privilegiato, la usa per la propria piscina ad uso suo esclusivo o per innaffiare il proprio giardino lasciando morire di sete gli altri allora subentra, se non altro, il senso di conservazione che madre natura ha fissato in ogni essere vivente.  E’ come dire che per difendere la propria vita si diventa intolleranti e tutto può accadere. Si, proprio tutto, perché chi si sente diverso dai privilegiati, a furia di tollerare il peso della diversità, diventa violento e cerca di eliminare la causa della sua fatica: il tollerato. La tolleranza condotta agli estremi è da considerarsi la strada maestra che porta alla violenza. Ne è prova la situazione che sta vivendo la città più tollerante del mondo: Napoli. Se si applicasse l’articolo 36 della Costituzione per il governatore della regione Campania, i Commissari nominati per la gestione del problema rifiuti e il Sindaco di Napoli “retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del loro lavoro”, quali potrebbero essere la loro retribuzioni?
E se si applicasse lo stesso concetto per coloro che li hanno nominati? Quanto dovrebbero pagare costoro per sanare i danni procurati dai loro beniamini? No, nessuno di loro paga niente. Pagano solo ed esclusivamente gli elettori che li hanno eletti, loro malgrado e senza colpa, perché i nominativi delle persone  da eleggere sono stati imposti dalla casta per la propria sopravvivenza. La cosa più triste è che pagano anche e soprattutto i bambini e i ragazzi che non possono esprimere alcuna volontà. Molti di loro sono costretti a respirare l’aria viziata dai rifiuti putridi, non possono uscire per le strade, non possono frequentare la propria scuola e spesso soffrono la fame perché i loro genitori essendo disoccupati o mal pagati non godono di una “retribuzione  sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera  e dignitosa”. Occorre un intervento correttivo nella classe politica perché l’Italia tutta non venga colpita da questa o quella emergenza gravida di sofferenza e violenza che annulla ogni tolleranza. A proposito a che livello è la tolleranza dei Sabaudiani?
            Sabaudia, 2 Febbraio 2008                                  Antonio Bencardino

 

 

FONDO A SABAUDIA

  LE FOTO   - 1^ serie (M.P.)  - 2^ serie (A.B.) - 3^ serie (Lattanzi)


Stefano Zappalà

27/02/2008 - Sabaudia - Dal Parlamento Europeo a Sabaudia: un salto all'indietro, per chi, come lui, porta la cittadina pontina nel cuore. È uno Stefano Zappalà sereno e all'insegna degli amarcord quello che si consegna ai taccuini ai margini dei Campionati Italiani di Gran Fondo. Da quasi due lustri parlamentare europeo - eletto nelle fila di Forza Italia e confluito poi nel Ppe - il 67enne politico d'origini catanese non nasconde il profondo legame con Sabaudia, dove ha lavorato per anni nella locale caserma dell'Artiglieria Contraerei. 
Dopo aver snocciolato i perché del partito unico, nella necessità "di semplificare la politica e migliorare il rapporto coi cittadini", Zappalà non ha mancato di enunciare l'esigenza di passare dal bipolarismo al bipartitismo, “che è poi - ha detto - l'organizzazione politica fatta propria dai paesi più avanzati". Un passato da sportivo nel suo curriculum prepolitico: "avendo frequentato l'Accademia Militare di Modena, ho svolto con buon successo diverse discipline. A Sabaudia ho comandato diversi reparti, dal 1965 al 1973, e a questa città mi legano tanti piacevoli ricordi”. Il quadretto che sortisce dalle dichiarazioni di Zappalà non è poi cosi idilliaco per il centro pontino: tante, a detta dell'eurodeputato, le differenze col passato. Impietosa la sua disamina: "oggi regna una grande confusione nelle varie competenze tra l'Amministrazione, l'ente parco, la Regione e tutte quelle svariate normativa interpretate in maniera eterogenea. Tutto ciò ha fatto si che alcune situazioni si siano modificate e la disponibilità di alcune strutture si sia ridotta. Auspico un futuro più chiaro, in maniera che tutte le bellezze naturali, dal parco al lago, si trasformino in una risorsa e non in un motivo di decadimento. Al giorno d'oggi troppi vincoli fanno si che non vi sia una fruizione compatibile con lo sviluppo, mentre le risorse naturali andrebbero preservate secondo una programmazione che permetta poi alla collettività di trarre benefici dal territorio". Niente canottaggio nel suo passato da sportivo: "purtroppo è una disciplina che pur amando e apprezzando non ho mai avuto modo di praticare; da giovane mi sono dilettato tra l'equitazione e la corsa campestre, ma consiglierei a tutti di entrare a far parte del fantastico mondo remiero".
26/02/2008 - Sabaudia - Un connubio granitico quello tra sport e turismo. Un connubio reiterato nella giornata di domenica 24 febbraio, in occasione del Campionato Italiano di Gran Fondo. Oltre 470 gli equipaggi che si sono misurati lungo il fascinoso bacino lacustre di Sabaudia. In tanti coloro che hanno assistito alle prove direttamente dal Ponte Giovanni XXIII, a testimonianza dell’appeal del canottaggio e della forza attrattiva che lo sport può avere per la ridente cittadina pontina. Tutti questi aspetti non sono passati inosservati agli occhi di  di Domenico Di Resta, Presidente della Commissione Turismo della Regione Lazio. 
Le sue dichiarazioni, ai margini delle regate, sono un vero e proprio inno all'incantevole bellezza di Sabaudia. "Ancora una volta questa città ha confermato di saper abbinare al meglio sport di qualità e turismo. Il canottaggio ha una radice decennale in queste zone e ha da sempre avuto il grandissimo merito di far di Sabaudia un punto di riferimento per il turismo internazionale, facendo da centro catalizzatore anche nelle stagioni meno affollate, in quella sorta di destagionalizzazione del turismo che rappresenta uno degli obiettivi più importanti della fascia costiera laziale. La presenza invernale e primaverile di numerosi equipaggi stranieri non passa di certo inosservata e crea un indotto per tutto il circondario. Certe tendenze vanno capite, apprezzate e, soprattutto, stimolate. Non si può negare che certi sport diano lustro al territorio e il canottaggio rappresenta una sorta di ambasciatore per un Parco Nazionale del Circeo che va sempre più valorizzato. La Regione, in tal senso, sta dando un forte contributo a tali iniziative: abbiamo da poco approvato la nuova legge regionale sul turismo, che punta a valorizzare il settore come sistema totalizzante, partendo dai suoi elementi più importanti, non ultimo lo sport. Nel passato non si sono colte appieno le potenzialità delle attività sportive, ma in questi ultimi tempi stiamo mettendo a punto gli elementi attuativi che vanno nella direzione di migliorare ancora di più il sodalizio sport - turismo. Un turismo moderno e rispettoso dell’ambiente e Sabaudia - conclude Di Resta - può davvero trasformarsi in un centro d’avanguardia dove sperimentare un innovativo progetto di sviluppo turistico".
21/02/2008 - Sabaudia - Domenica 24 febbraio, sul lago di Paola, si svolgeranno le prime gare di canottaggio di quest’annata. E tra i concorrenti, accanto ai vogatori italiani, sono già inseriti 3 team internazionali, come, Germania, Belorussia e Finlandia, che dispongono di atleti di valore che contribuiranno a rendere più vivace la competizione sportiva. Si tratta di un avvenimento, organizzato dal Circolo canottieri, patrocinato dalla FIC e dalla FITEL, dagli Enti pubblici, Regione, Provincia e Comune di Sabaudia, dal Consorzio di Bonifica di Latina con la collaborazione del Centro Sportivo della Marina Militare, che introduce l’intensa stagione remiera. Il programma prevede che dalle ore 8 alle 9, nella mattinata di domenica, verranno distribuiti i numeri di gara, mentre, alle 8, si svolgerà il peso dei Timonieri delle diverse imbarcazioni. Alle 10-11.15, in base agli equipaggi iscritti, è previsto lo svolgimento del 1° Gruppo Campionato Italiano Gran Fondo; alle 11.15-12.15, sempre in base agli iscritti, è prevista la regata nazionale, aperta agi equipaggi stranieri, con il promozionale del Singolo. Nel corso della manifestazione, alle 11, si effettuerà la premiazione del concorso scolastico artistico “ Canottaggio e Ambiente”, al quale hanno partecipato con molteplici lavori gli studenti delle scuole di Sabaudia. In questo caso si può a ragione parlare della scuola che si avvicina al mondo dello sport remiero. Un’attenta giuria, composta da esperti del mondo artistico e da rappresentanti del mondo sportivo e dell’associazionismo dovranno selezionare i lavori per definire una classifica con la proclamazione dei vincitori dell’edizione 2008. L’iniziativa, sempre guidata dal presidente del Circolo, Antonio Di Criscienzo, si svolge con il patrocinio dell’Assessorato Provinciale allo Sport, del Comune di Sabaudia, della FIC, della FITEL e dell’AEDE provinciale. Poi, alle 11.40, la sezione locale dell’ANAOAI, presieduta da Fabrizio Malgari, premierà alcuni personaggi dell’ambiente sportivo marinaro che si sono distinti nei loro ambiti. Le gare proseguiranno alle 11.45, con la partenza della regata promozionale 4 yole “Specialolympics” e, a seguire, alle 12.15, ci sarà la premiazione delle gare per il 1° Gruppo e per la seconda edizione del Trofeo dedicato a Mauro Ceccarelli. Tra le 12.30 e le 14, ci sarà la premiazione del 2° Gruppo campionato Italiano Gran Fondo. Alle 14, infine, si eseguiranno le premiazioni del 2° Gruppo e Campionato Italiano Gran Fondo presso la Torre d’arrivo del Centro Sportivo Remiero della Marina Militare. Di fronte alla giornata organizzata per dare lustro al canottaggio, un’attività che nella località pontina vanta una tradizione consolidata, il delegato comunale allo Sport Giampiero Fogli si è così espresso. “Saluto i vogatori, i dirigenti e gli allenatori delle rappresentative che saranno presenti al Campionato Italiano di Fondo di Canottaggio, che avrà luogo a Sabaudia il 24 febbraio 2008, sullo specchio d’acqua del lago di Sabaudia. Ringrazio inoltre il Presidente della Federazione Italiana Canottaggio, con il quale condividiamo la stessa idea e concezione dello sport. Insieme abbiamo organizzato le gare che si disputeranno a Sabaudia. In un momento delicato come quello che stiamo attraversando, riportare nella nostra città le gare del Canottaggio è motivo di lustro sia per lo sport che per l’Amministrazione, questa iniziativa rappresenta a mio avviso una salutare boccata d’ossigeno per il canottaggio italiano. Gli atleti sono il futuro del nostro paese: dobbiamo, tutti insieme, costruire quelle condizioni che rendano lo sport una vera agenzia educativa”. Gli atleti delle nazioni della Serbia e del Mexico rappresentano inoltre altri due team di atleti di rilievo che in questo periodo si stanno allenando presso il Circolo Canottieri, ma che, non prendendo parte alle gare di canottaggio, saranno quasi sicuramente presenti come osservatori. Mario Tieghi
16/02/2008 - Sabaudia - - 23 24 febbraio 2008 - Concorso artistico per i Campionati di fondo. E’ il caso di parlare della scuola che si avvicina al mondo dello sport remiero ed in questo caso il gemellaggio è già avvenuto da tempo ma si perpetua meglio in occasione delle gare di voga che si svolgeranno prossimamente a Sabaudia in occasione del Campionato di fondo di canottaggio, fissato per sabato e domenica prossimi. “Canottaggio e Ambiente” è infatti il titolo del Concorso artistico per gli studenti delle Scuole primarie e secondarie bandito per tale appuntamento sportivo. Gli organizzatori prevedono, come l’anno precedente, una numerosa partecipazione di giovani che si esprimeranno per l’evento con i personali lavori sul tema del concorso. Per le ore 16 di sabato 23 febbraio è stata convocata la giuria, composta da esperti artistici e da rappresentanti del mondo sportivo e dell’associazionismo che dovranno selezionare i lavori. L’iniziativa viene svolta con il patrocinio dell’Assessorato Provinciale allo Sport, del Comune di Sabaudia, della FITEL e dell’AEDE. La piena soddisfazione per l’attività messa in campo viene espressa dai soci del Circolo Canottieri Sabaudia, a cominciare dal presidente Antonio Di Criscienzo, per il fatto che diversi giovani delle scuole del comprensorio seguiti dai loro docenti si sono cimentati in un argomento così attuale.

Mario Tieghi

Gennaio 2008 -VOLONTARIO? SI  GRAZIE, COSA MI DAI IN CAMBIO?

Nei mesi scorsi abbiamo assistito ad un braccio di ferro tra alcune associazioni di volontariato e l’amministrazione comunale di Sabaudia. Oggetto del contendere: assistenza al traffico da parte di alcuni volontari a favore degli studenti in entrata e in uscita dagli istituti scolastici, previa corresponsione di un “rimborso spese forfetario” a cura del comune. L’attività di volontariato fu sospesa, ritirando gli uomini, perché veniva a mancare  “la possibilità di garantire il rimborso spese ai volontari impiegati”. Attenzione, gli uomini furono ritirati, semmai avrebbero dovuto cessare l’attività spontaneamente! Le spese effettivamente sostenute potrebbero essere quelle relative all’acquisto dei carburanti per la propria auto o moto usate per raggiungere le scuole. 

Sappiamo che: il volontariato è un’attività libera e gratuita svolta per ragioni di solidarietà e di giustizia sociale; il volontariato è un servizio che viene fatto per libera scelta, che non è frutto di costrizione od obbligo, esso nasce dalla spontanea volontà dei cittadini di fronte a problemi non risolti o non affrontati dalle Istituzioni; il volontariato può essere prestato individualmente in modo più o meno episodico, o all'interno di una organizzazione strutturata che può garantire la formazione dei volontari e il loro coordinamento. 

L’attività di volontariato, dunque, per essere tale deve essere: GRATUITA, SPONTANEA e, PERSONALE e deve essere svolta per ragioni di SOLIDARIETA’. Se viene a mancare anche uno solo di questi requisiti fondamentali non è più volontariato ma, anche se utile, è un’altra cosa.

Quante altre cose in Italia vengono fatte passare per attività di volontariato? Tante, davvero tante. Tante quante da indurre il governo a produrre la Legge-Quadro sul Volontariato n. 266 dell’11 agosto 1991, unica in Europa. Leggiamo i primi articoli di questa legge?

Art.1.  Finalità e oggetto della legge. La Repubblica italiana riconosce il valore sociale e la funzione dell’attività di volontariato come espressione di partecipazione, di solidarietà e pluralismo, ne promuove lo sviluppo salvaguardandone l’autonomia e ne favorisce l’apporto originale per il conseguimento delle finalità di carattere sociale, civile e culturale individuato dallo Stato, dalle regioni, dalle province autonome di Trento e di Bolzano e dagli enti locali.

Art. 2. Attività di volontariato. 1) Ai fini della presente legge per attività di volontariato deve intendersi quella prestata in modo personale, spontaneo e gratuito, tramite l’organizzazione di cui il volontariato fa parte, senza fini di lucro anche indiretto ed esclusivamente per fini di solidarietà.

2) L’attività del volontariato non può essere retribuita in alcun modo nemmeno dal beneficiario. Al volontario possono essere soltanto rimborsate dall’organizzazione di appartenenza le spese effettivamente sostenute per l’attività prestata, entro limiti preventivamente stabiliti dalle organizzazioni stesse.

3) La qualità di volontario è incompatibile con qualsiasi forma di rapporto di lavoro subordinato o autonomo e con ogni altro rapporto di contenuto patrimoniale con l’organizzazione di cui fa parte.

Si sa come finisce in Italia. Fatta la legge trovato l’inganno! La legge è spesso tradita da giochi di potere con l’obiettivo del “lucro indiretto”. Lo scrivente ha sperimentato personalmente, a Roma e a Sabaudia, che il puro volontariato non esiste. La politica riesce ad intrufolarsi anche nelle espressioni più intime dell’animo umano. Dall’azione volontaria scaturisce una gratifica unica ed insostituibile per la persona che la compie. Nel volontariato puro la persona si sente ed è finalmente autonoma e libera nelle sue decisioni ed azioni, nel senso che interviene quando e con quanto può, senza aspettarsi nulla in cambio al di fuori delle gratifiche morali. Ma l’Italia pullula di “sindacalisti” disoccupati in cerca di adepti. Sono i sindacalisti della politica che riescono a strumentalizzare, per non dire distruggere, finanche il volontariato. Peccato perché l’attività di volontariato reca grandi benefici, tanto più grandi quanto più è volontaria, sia a chi la riceve che a chi la offre e sia all’intera società.

            Sabaudia 15.01.2008 -                                                                                               Antonio Bencardino

 Circolo Canottieri Sabaudia apre l'attività con la gara del 24 febbraio 2008

28/01/2008 - Sabaudia - Per tutto il periodo invernale il bacino di Sabaudia è stato solcato da molte imbarcazioni guidate da atleti impegnati nell’abitudinaria preparazione di allenamenti. Ed anche quest’anno accanto ai forti atleti del luogo, legati ai circoli militari delle fiamme Gialle, del Corpo Forestale dello Stato, delle Fiamme Oro, della Marina Militare si sono visti i vogatori stranieri, provenienti da diverse nazioni dell’Ue ed anche extraCee. Un suggestivo spettacolo per chi si trova ancora oggi a transitare sul il ponte Giovanni XXIII. Uno spettacolo di forza e di giovinezza legato alla pratica di uno tra gli sport più antichi del mondo. E’ il caso di affermare che la stagione sportiva remiera è ormai alle porte. In verità, domenica 24 febbraio prossimo, sul lago di Paola si svolgeranno le prime gare di quest’anno. E nelle batterie dei concorrenti sono già inseriti 4 team internazionali, come, Germania, Belorussia, Finlandia e Austria, che contribuiranno a rendere più effervescente l’aria della competizione sportiva. Antonio Di Criscienzo, presidente del Circolo Canottieri di Sabaudia, investito direttamente per l’organizzazione della gara, è molto chiaro nel parlare dell’intera programmazione: “ Per il nostro Circolo sarà un’annata intensa ed io spero nella piena sensibilità e disponibilità degli Enti Locali e Nazionali per far crescere queste manifestazioni, a cominciare dal primo avvenimento sportivo di febbraio. Mi auguro poi che questa manifestazione divenga una classica ambita e di alto valore tecnico. Ritengo inoltre che per attrarre l’attenzione si dovrebbe pensare ad istituire premi e gettoni con lo scopo di valorizzare l’evento sportivo o anche materiale vario, come imbarcazioni, remi, componenti remo ergometrici etc., che potrebbero rappresentare un utile viatico pubblicitario per le ditte del settore remiero”. E per la circostanza, è stato bandito un concorso artistico dedicato al canottaggio e all’ambiente, che coinvolgerà il mondo scolastico. Un appuntamento di rilievo, patrocinato dalla FIC e dalla FITEL, dagli Enti pubblici, Regione, Provincia e Comune di Sabaudia, dal Consorzio di Bonifica di Latina, che apre così l’intensa stagione remiera.

Mario Tieghi

 

Sabaudia e lo sport

Da diversi anni la città pontina viene definita la città dello sport. Ciò grazie alla risonanza internazionale che il canottaggio e la canoa hanno prodotto. Difatti già dagli anni cinquanta Sabaudia fu messa sotto i riflettori dello sport mondiale perché candidata ad ospitare le olimpiadi di Canoa e Canottaggio del 1960. Tre i bacini in gara, tutti nel Lazio: il lago di Sabaudia, il lago di Castel Gandolfo e il progettato bacino della Magliana, mai nato. Come è noto vinse Castel Gandolfo con la Benedizione di Papa Giovanni XXIII. Grazie alla Marina Militare, che portò i suoi equipaggi iscritti alle olimpiadi ad allenarsi a Sabaudia, iniziò l’ascesa del Lago di Paola verso la notorietà mondiale. Nacque la prima Società di Canottaggio e Canoa: la Scuola centrale Remiera della Marina Militare in seguito affiancata dal Centro Remiero delle Forze Armate. Ad olimpiadi ultimate Castel Gandolfo iniziava il suo tramonto, mentre a Sabaudia si trasferivano gli atleti delle Fiamme Gialle, validi avversari di quelli della M.M. Molti titoli mondiali, europei e italiani furono conquistati dagli equipaggi che sul Lago di Sabaudia raggiungevano la migliore performance. Sotto la regia della Marina Militare fu istituito il Trofeo Internazionale Natale Bertocco. Di anno in anno le aste per issare le bandiere delle Nazioni partecipanti aumentavano superando la prima decina. La Suola Forestale dello Stato fu incoraggiata dalla M.M. ad intraprendere l’attività remiera. In un primo tempo gli atleti forestali furono ospitati presso gli impianti della M.M. insieme a quelli della Polizia di Stato. Successivamente entrambi i sodalizi si resero autonomi e parteciparono e tuttora partecipano a trainare Sabaudia verso vette sempre più alte, tanto alte da far definire immeritatamente Sabaudia “Città dello Sport”. Alcuni ex atleti in uniforme diedero vita alla prima Società NON militare o para militare: il Circolo Canottieri Sabaudia. Il Trofeo Bertocco importò nella città lagunare molti vessilli internazionali contribuendo a far conoscere il bacino e la sua idoneità per gli allenamenti nell’intero anno solare. Per contro gli equipaggi pontini confermavano la validità degli allenamenti praticati sulle acque chete del lago conquistando medaglia su medaglia. Anni di gloria dello sport militare dislocato a Sabaudia. Ma come hanno reagito le amministrazioni comunali negli ultimi cinquanta anni? Certo Sabaudia da sola non avrebbe potuto fornire i mezzi necessari per far decollare il proprio lago a “Centro Internazionale di Canottaggio” nato come idea della M.M. ma poi realizzato nella città di Piediluco. Avrebbe dovuto però sensibilizzare gli organi superiori della provincia, della regione, e perché no, della nazione giacché in parlamento la regione Lazio e la stessa città di Sabaudia erano ben rappresentate. Per la verità la Marina Militare è stata buona ambasciatrice della città sui campi olimpici ed internazionali (vorrei sommessamente ricordare che la Marina Militare è l’unica Forza Armata, di quelle che operano nel territorio sin dai primissimi anni della fondazione della città, che non abbia ottenuto la cittadinanza onoraria. E come sappiamo la cittadinanza onoraria viene offerta e non chiesta!).
Anche con  la palla a volo la bandiera di Sabaudia, nelle mani di Giani, è andata in giro per il mondo. La prima reazione della città verso questo campione in erba fu il risentimento verso la società di appartenenza dell’atleta che aveva osato varcare i limiti del dilettantismo obbligando la città a fornire un campo da gioco coperto idoneo alla categoria. Diverse altre discipline sportive sono state e tuttora vengono esercitate nel territorio in cui manca una vera cultura dello sport e con essa i relativi impianti. Il calcio, privilegiato quanto a numero d’impianti, versa anch’esso in mediocrità per le mancate manutenzioni degli impianti medesimi.
Alla luce di quanto sopra può mai Sabaudia diventare la città dello sport? Personalmente ritengo di si, a patto che l’amministrazione, in sinergia con tutti gli operatori produttivi, commerciali e del terziario, tenda a rispettare “la carta dei diritti dei ragazzi allo sport” sancita dall’ONU a Ginevra nel 1992. Ecco quali sono i diritti dei giovani cristallizzati in suddetta carta:

  1. il diritto di divertirsi e giocare;
  2. il diritto di fare sport;
  3. il diritto di beneficiare di un ambiente sano;
  4. il diritto di essere circondato ed allenato da persone competenti;
  5. il diritto di seguire allenamenti adeguati ai giusti ritmi;
  6. il diritto di misurarsi con giovani che abbiano le stesse possibilità di successo:
  7. il diritto di partecipare a competizioni adeguate alla propria età;
  8. il diritto di praticare sport in assoluta sicurezza;
  9. il diritto ai giusti tempi di riposo;
  10. il diritto di partecipare e giocare senza necessariamente dover essere un campione.

Ecco.  Sabaudia deve avere di coraggio di esercitare il diritto in tutte le attività e verso tutti e, a piccoli passi, avviare e concludere programmi chiari tesi a conquistare a pieno titolo l’appellativo di “città dello sport”. Sabaudia ne ha tutte le potenzialità. La spinta maggiore dovrebbe scaturire dall’assoluta realtà che intorno allo sport c’è molto indotto.

            Sabaudia, 29.01.08 -                                                                                   Antonio Bencardino

Quanto più la Società è evoluta tanto più è difficile la convivenza
(OTTOBRE 2007)

Madre natura vuole che ogni organismo vivente interagisca con altri membri della stessa specie dando luogo a vari livelli di comportamento sociale. Gli esseri umani svolgono le proprie attività in funzione di molti fattori convergenti quali lo stato sociale, la condizione economica, il livello d’istruzione, la cultura religiosa, le preferenze personali, l’ambiente in cui vivono, eccetera.
Gli esseri animali invece svolgono le loro attività nella cooperazione globale intraspecifica  modulata da stereotipate esigenze funzionali del loro tipo di società: essi devono lavorare, mangiare e rispettare (e rispettano!) le regole gerarchiche. Tra gli animali non c’è contratto, non c’è burocrazia. L’ordine gerarchico è stabilito con corpo contro corpo, volto contro volto, astuzia contro astuzia. Si tracciano così gli spazi delle concessioni e degli obblighi che hanno il valore dei diritti e dei doveri, delle competenze. Nel corso dei conflitti ciascun membro del gruppo si ricorda di chi gli è superiore e di chi gli è inferiore e si comporta di conseguenza. Una volta stabiliti i rapporti è raro che si verifichino nuovi combattimenti. L’individuo di alto rango gode di certi vantaggi ma esercita la protezione del gruppo nei confronti dei predatori e tiene l’ordine sociale. Purtroppo, non è così per l’uomo.
Gli esseri umani, attraverso una storia evolutiva lunga milioni di anni, sono stati spinti ad unirsi in gruppi sempre più grandi. Dall’organizzazione egualitaria delle Bande e delle Tribù, di società in società sempre più grandi e più complesse, è nato LO STATO che supera l’omogeneità etnica e linguistica.
Già nel 493 d.C., un decennio dopo la fine dell’Impero Romano e quattordici secoli prima di Vittorio Emanuele II, di Garibaldi e della breccia di Porta Pia, Teodorico, goto civilizzato, superò le alpi e fondò il primo Regno d’Italia, con capitale Ravenna. Il sovrano illuminato diede ottima prova di sé: restaurò acquedotti, abbellì Ravenna, garantì la sicurezza, promulgò leggi-quadro uguali per tutti (l’Editto di Teodorico, alias Costituzione), razionalizzò l’agricoltura con una redistribuzione delle terre e, soprattutto, promosse la convivenza multietnica, lottizzando compiti e doveri: ai Romani affidò la cultura e l’amministrazione statale, ai Goti l’ordine pubblico e la difesa, ai Greco-Bizantini le opere pubbliche e l’arte.
Oggi l’Italia è governata da politici in costante lotta tra loro che rendono difficile la convivenza dei cittadini. Ciò è forse dovuto al fatto che le genti che nei secoli hanno popolato la nostra penisola (Longobardi - Goti – Greci, Normanni, ecc) ci hanno trasmesso non solo arte e cultura ma anche i loro dna di conquistatori.
A differenza degli animali i nostri governanti, di fatto, non riconoscono il loro leader democraticamente eletto. Tutti si sentono leader perché ritengono che non esiste più la gerarchia. A livello nazionale, regionale, provinciale e comunale le prime espressioni dei politici membri dell’opposizione dopo il risultato elettorale sono: mandiamoli a casa, non sanno governare. Il nuovo governo, sin dalla sua nascita, viene delegittimato sfruttando principalmente il malcontento dei cittadini accumulato nel periodo in cui l’attuale opposizione aveva governato.
I nostri politici, senza distinzione d’appartenenza partitica, lottano per essere eletti e non  per migliorare la vita dei cittadini ma per entrare a far parte dell’ormai metabolizzata CASTA e sfruttarne tutti i vantaggi. Oggi le notizie importanti sono opportunamente filtrate per controllarne la circolazione all’interno del governo e tra le masse. Il coraggio e la professionalità d’alcuni operatori addetti alle comunicazioni hanno provocato l’allargamento delle maglie del filtro di controllo spingendo verso una certa trasparenza e facendo in modo che alcuni dati importanti, relativi al governo e ai suoi membri, raggiungessero “la piazza”.
I cittadini stanno reagendo con un chiaro messaggio diretto a tutti i politici d’ogni ordine e grado:  non è più possibile governare contando sull’acquiescenza di masse analfabete, fiduciose ed obbedienti, ma soprattutto abituate da secoli ad un “ordine” che, di furbizia in furbizia, di abusi in abusi, si riproduce di generazione in generazione e, raggirando Costituzione e leggi, appare  immutabile. Giorno, dopo giorno sta emergendo una grande novità che pone in evidenza che  il consenso popolare ai politici può essere negato e pertanto deve essere da questi continuamente conquistato e mantenuto. Il pensiero è rivolto a tutti, grandi e piccoli politici perché come leggiamo in S. Luca 16:10, “chi è fedele in cose di poco conto è fedele anche nelle cose importanti. Al contrario, chi è disonesto nelle piccole cose è disonesto anche nelle cose importanti”. Già, il fenomeno popolare in corso decantato dai politici come di antipolitica in realtà è di antiladrocinio perché, spesso, di ladrocinio legalizzato si tratta!
            Sabaudia, 18.10.2007                                                              Antonio Bencardino

Bisogna conoscere bene il passato per costruire un buon futuro

(NOVEMBRE 2007)

Alle 10,30 di sabato 27 ottobre u.s. nel contesto della sesta edizione del “Premio Musicale Internazionale Giuseppe Verdi” nella sala del museo Emilio Greco, si è tenuta una conferenza su “Verdi e Garibaldi, due grandi protagonisti del Risorgimento”.
Sotto la ben consolidata regia della dottoressa Daniela Carfagna, responsabile del Settore Cultura, è stata bandita una ricca tavola di cultura che ha coinvolto personaggi illustri del mondo universitario e altri rappresentanti del patrimonio culturale di Sabaudia.
Pochi, pochissimi i commensali. Non sappiamo se per scarsa pubblicità dell’evento o per anoressia culturale dei sabaudiani. Certo è che in più occasioni a Sabaudia si cerca di distribuire pillole di cultura e in campi variegati e la risposta è quasi sempre deludente, molte sedie restano vuote.
Gli oratori che si sono alternati al microfono hanno fatto toccare con mano molti aspetti delle vicissitudini che hanno portato all’unità d’Italia, intesa come unità politica, territoriale, burocratica ma non certamente sociale.
Ai due grandi protagonisti del Risorgimento, Verdi e Garibaldi, sono stati affiancati altri pilastri, appartenenti ai due mondi “della cultura” e “delle azioni” come Ugo Foscolo e Mazzini, Giacomo Leopardi e Cavour ed altri ancora.
La conferenza sarebbe stata un ottimo capitolo della storia patria per gli studenti che per programma devono studiare. Avrebbero sentito da esperte voci come tanti altri personaggi del Risorgimento, all’unisono con Verdi e Garibaldi, illuminarono le menti, riscaldarono i cuori e diressero i passi dei giovani di allora verso l’unità d’Italia fino al sacrifico estremo della loro vita.
Purtroppo nessuno studente tra i pochissimi partecipanti. Già il sabato mattina gli studenti sono liberi dagli impegni scolastici e i loro insegnanti, i loro genitori, i rappresentati del Consiglio Giovani di Sabaudia, sono liberi anche loro?
Nel passato, di concerto con le famiglie, gli insegnanti quali procacciatori del sapere sfruttavano ogni occasione per rendere più ricettivi e interessati gli alunni. In ogni occasione, ad ogni importante ricorrenza della memoria storica veniva organizzata la partecipazione attiva della scuola e per ogni evento festeggiato veniva assegnato un tema ad hoc e spesso i migliori saggi venivano ufficialmente premiati con pomposa cerimonia; la visione del futuro, sulla conoscenza del passato, ne risultava migliorata.
Costatata l’inappetenza dei giovani la società dovrebbe sentire il bisogno di fare ogni sforzo per  alimentarli culturalmente e sensibilizzarli, soprattutto, al valore della Patria. Già Orazio scriveva “Dulce et decorum est  pro patria mori” (dolce e bella cosa è morire per la patria). Secoli più tardi il nostro Giacomo Leopardi declamava nel suo canto All’Italia “Oh venturose e care e benedette  - le antiche età che a morte – per la patria correan  le genti a squadre”. I nostri padri fecero parte di dette squadre e, grazie al loro  sacrificio  abbiamo raggiunto un posto di rilievo nel mondo e un livello di vita che gran parte del resto del mondo c’invidia.
Oggi la parola “Patria” è stata rimossa e sostituita da quella più generica di “Paese”. In una nazione in cui prevale l’individualismo, l’intereresse personale e di parte il senso della Patria non esiste più. I giovani soprattutto, anche a causa dell’abolizione della leva militare, non conoscono più il significato della parola Patria. Negli ambienti militari, nelle cerimonie ufficiali, nelle competizioni internazionali sportive, ecc. i colori della nostra bandiera e le note del nostro inno, grazie soprattutto al Presidente Ciampi, appaiono più chiari e più scanditi ma non tutti li vedono e le ascoltano. E’ una questione di sentimento e di cultura. E allora anche una semplice conferenza promossa dal Maestro Mauro Petrucci potrebbe essere trasformata in una grand’opportunità di promozione civica e culturale.
L’unità d’Italia, come si evince dal censimento del 1861 che annoverava poco meno di ventiduemilioni d’abitanti (esclusi Lazio e Veneto), è stata realizzata da un popolo che contava il 78% di analfabeti, laureati però in senso patrio. Oggi una piccola percentuale dei cinquantotto milioni di abitanti, in gran parte laureati, diplomati e lo stesso alfabetizzati, si sente in qualche modo parte di un’organizzazione collettiva, legata ad un territorio, ad una identità, ad una cultura. Grazie a quanti attraverso le conferenze, le poesie, gli scritti, l’etere e i bit, distribuiscono pillole di cultura tese a ripristinare il senso di appartenenza alla nostra Patria. Grazie  a tutti i Relatori della conferenza, grazie maestro Petrucci, grazie dottoressa Carfagna.
            Sabaudia, 20 novembre 2007                                        Antonio Bencardino

La  scuola italiana al 36° posto nella scala PISA-OCSE, e  quella di Sabaudia?
(DICEMBRE 2007)

 “Abbiamo diplomato nove milioni di impreparati, ora si cambia. I debiti si recuperano, i bulli si bocciano, i genitori non facciano i sindacalisti dei figli”. Così ha esordito il ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni in un’intervista rilasciata a “Il Messaggero” nei primi giorni di Dicembre.
L’intervista è scaturita dalla sconvolgente notizia, ma non tanto sconvolgente giacché da molti anni si parla di emergenza scolastica in Italia, che nel rapporto PISA-OCSE del 2006 il bel paese risulta collocato alla 36^ posizione su 57 paesi Industrializzati.
PISA (Programme for Internazional  Student Assessment) è l’acronimo che definisce un programma di valutazione degli apprendimenti degli studenti quindicenni lanciato dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) nel 1997 e attualmente in corso di svolgimento.
La notizia è tanto più sconvolgente perché PISA si propone di misurare le competenze degli studenti collegando i risultati al contesto familiare e a quello scolastico, senza trascurare gli interessi e gli atteggiamenti  dei quindicenni nei confronti della scuola e dello studio.
Due gli strumenti di rilevazione: “Questionario studente” e “questionario scuola” cui sono chiamati a rispondere tutti gli studenti impegnati in PISA e tutti i capi d’istituto delle scuole coinvolte nell’indagine.
Attraverso il questionario studente sono raccolte informazioni sulle condizioni socioeconomiche e culturali delle famiglie di appartenenza, sulle attività che lo studente svolge a casa e a scuola, sul suo atteggiamento nei confronti dello studio in generale e della lettura e della matematica in particolare, sulla sua familiarità con il computer, sulle sue strategie di studio, con particolare riguardo all’autoregolazione dell’apprendimento e alla stima di sé.
Attraverso il questionario scuola sono raccolte informazioni sulle caratteristiche dell’istituto scolastico (dimensioni attrezzature, gestione finanziaria, ecc.) e sulla sua organizzazione (clima di scuola, di classe, relazione docente studente e pratiche didattiche).
Il discorso sul degrado scolastico è legato principalmente al mutamento del modello di vita che negli ultimi settant'anni ha visto la nostra nazione passare velocemente da una civiltà contadina ad una industriale e post industriale.
Una volta il rappresentante della saggezza e dell’intelligenza  del vivere era il pater familias, contadino da sempre e depositario, grazie alla sua decennale esperienza, dei segreti della natura e del corretto agire dinanzi a problemi ripetitivi e uguali sempre a se stessi. La scuola era un privilegio riservato a pochi.
Oggi, in una società in continua accelerazione filosofica, etica e tecnologica, il peso dell’esperienza pregressa, del già vissuto, è andato riducendosi sempre più, mentre la scuola è un diritto esteso a tutti.
Quello che conta oggi non è più l’aver già affrontato un certo problema, ma l’avere appreso in maniera adattiva lo stile flessibile con cui si affrontano problemi sempre più nuovi e diversi.
L’esternazione del ministro conferma che i programmi scolastici d’ogni ordine e grado, da diversi anni, tendono al ribasso e non sempre vengono normalmente svolti. Le scuole italiane attualmente lottano contro il fenomeno del bullismo, contro cioè quell’insieme di comportamenti in cui qualcuno fa o dice cose per avere potere su un’altra persona e dominarla. Il bullo utilizza comportamenti coercitivi per farsi temere. Più bulli si costituiscono nel cosiddetto branco, pronto non solo alla sottomissione del compagno di scuola ma anche alla distruzione delle infrastrutture e degli arredi.
Il progetto didattico è spesso sacrificato a causa del bullismo. Non si premia più l’alunno meritevole, anzi chi studia con profitto viene minacciato dai bulli fino a portarlo al suicidio com’è accaduto di recente ad Ischia. Oggi viene premiato il demerito, fissando a priori la percentuale degli studenti da promuovere, indipendente dal livello di preparazione raggiunta. Tuttavia la scuola, per la sua funzione educativa e di socializzazione che riveste, rimane il luogo privilegiato per interventi a carattere preventivo e di promozione del benessere collettivo. A questo punto facciamoci una domanda: la scuola di Sabaudia, presa singolarmente, che posto occuperebbe nella scala di valutazione PISA? Personalmente sono convinco che guadagnerebbe qualche posizione. La convinzione scaturisce dal fatto che nell’ultimo trentennio, per motivi diversi connessi allo sport, alla ricerca e alla promozione sociale e del diritto, ho avuto modo di incontrare e collaborare con Presidi, Direttori Didattici, Insegnanti e personale non docente. Tutti, tranne qualche rarissima eccezione, hanno sempre dimostrato competenza, rigore e disponibilità, svolgendo al meglio la propria professione di educatori. Purtroppo, talvolta, chi opera nella scuola potrebbe essere tentato a lasciarsi andare a fronte di condotte politiche, non sempre illuminate. La scuola dovrebbe avere un trattamento privilegiato, sia sul piano dei finanziamenti che su quello morale, perché essa rappresenta il nostro futuro in Italia e nel mondo. Auguri a tutte le scuole.
            Sabaudia, 12.12.2007                                                                               Antonio Bencardino


Sezione di Sabaudia

            Venerdì 16 novembre 2007 alle ore 18,00 preso il ristorante “ IL DOLLARO” è stata indetta l’Assemblea Generale dei Soci per discutere i seguenti punti all’ordine del giorno:
-          Comunicazioni del Presidente;
-          Premiazioni dei medagliati ai campionati del Mondo 2007;
-          Situazione Finanziaria (Consigliere Crispi),
-          Programma attività 2008;
-          Varie ed eventuali.
               Al termine della riunione , ore 20,00 circa si terrà una riunione conviviale alla quale potranno partecipare famigliari ed amici.
               Il menù sarà il seguente:
                                                                 *  *  *  *
                                                     Antipasto di montagna
                                                                  *  *   *  *
                                                            Pasta al forno
                                                                  *   *   *  *
                                                            Grigliata mista
                                                                  *   *   *  *
                                                 Patate al forno e insalata mista
                                                                  *   *   *   *
                                                               Acqua e vino
                                                                  *    *   *   *
                                                       Panettone e spumante
                                                                   *   *   *  *
                                                               Grappa e caffè
         Il costo della cena per i Socio e Signora sarà di €. 16,00 pro capite.
         Non Soci €. 23,00 .
         Tutti coloro che intendono partecipare sono pregati di versare l’intera quota entro mercoledì 7 novembre 2007 ai consiglieri:
-          Malgari F. – Tel. 0773 515893 – 3393349429
-          Crispi   M. -         320 7529244
-          Berra    F.  -         347 8732927
-          De Santis F.        0773 510196
                                                                         Il Presidente di Sezione
                                                                            Fabrizio MALGARI

Sabaudia e Archimede nel 2007 (di Antonio Bencardino)

“Un corpo immerso in un fluido riceve una spinta dal basso verso l’alto uguale al peso del volume del fluido spostato”. In un momento in cui ci poniamo molte domande sul nostro futuro economico, sociale e politico, il vecchio principio di Archimede, che tutti abbiamo studiato, può forse aiutarci a capire più efficacemente verso quale meta sta dirigendo l’Italia e, in particolare, Sabaudia.
Renzo Lonoce in “Sabaudia, i giorni tra le bianche torri”, traccia la storia della giovane città e della sua gente e la definisce “un gigantesco scafo in un popolo di scialuppe” (per scialuppe si intendono, tra l’altro, le imbarcazioni di salvataggio!).
Consideriamo Sabaudia, città dei laghi, una grande vasca in cui, nel tempo, si sono immersi i vari personaggi che hanno contribuito a scriverne la storia sul piano economico, culturale, industriale e politico. Tutti sappiamo che quando entriamo in una vasca da bagno il livello dell’acqua sale e il nostro corpo diventa più “leggero”. Spesso, però, come sostiene Piero Angela, non ci rendiamo conto che questa regola semplice ed essenziale vale anche per ogni altro avvenimento o situazione nella vita. In economia, in politica, nella società continuamente vi sono “corpi” che vengono immersi in “fluidi” provocando una serie di cambiamenti di livelli e di equilibri. Importante è ricordare che ogni elemento influenza tutti gli altri  e ne è a suo tempo influenzato.
Ogni persona, ogni “corpo” ha le sue dimensioni umane, culturali, morali, intellettuali, sociali e politiche. Tutte queste qualità e quelle non menzionate, costituiscono il “peso” del soggetto immerso, che provocherà la corrispondente “spinta” secondo il principio di Archimede. Nel corso degli anni quali crescite nella città abbiamo registrato in virtù delle varie spinte totalizzate? Secondo Renzo Lonoce,  che per tanti anni ha scritto la cronaca quotidiana della città pontina, le pagine più buie sono state scritte da: “portaborse, politici distratti, affaristi spregiudicati, squali dell’edilizia tutti immersi nella stessa pece degli affari”. Aggiungerei: complici i politici non distratti.
Notevole la longevità politica dei personaggi. E’ mancato un ricambio generazionale della classe politica e questo ha finito per incancrenire gli stessi problemi, mai risolti. Dalle prime consultazioni democratiche  del 1946, nel salone consiliare si sono alternate persone propense più a salvaguardare la propria sopravvivenza politica che a promuovere la crescita della città. Ciò è confermato dai Consigli Comunali quasi fotocopia dei precedenti, col semplice passaggio dal tavolo del governo a quello dell’opposizione. Dopo il cambio di guardia tra i vecchi schieramenti politici e il Polo della Libertà, le cose non sono affatto cambiate, è semplicemente cresciuto, a dismisura, il livello di litigio tra i membri dell’opposizione e quelli del governo.
L’acqua contenuta nella vasca Sabaudia ha subito il fenomeno della quasi cristallizzazione e ad ogni cambio di governo la sagoma del “corpo” da immergere è già schematizzata, i “pesi” cambiano poco e tendono al ribasso delle “spinte”. L’assuefazione al sistema è tale da non provocare positive reazioni. E’, per esempio, come immergersi in un lago invece che in una vasca, l’aumento del livello dell’acqua non è percettibile.
Per rendere meglio l’idea, ipotizziamo di collocare ogni soggetto in una sua vasca personale. Tutte le vasche sono differenti l’una dall’altra come sono diverse le persone che le occupano. Poniamo tutte le vasche in collegamento tra loro. Nella realtà tutte le persone che lavorano, ovvero dovrebbero lavorare per un obiettivo comune, sono tra loro collegate. A questo punto subentra l’altro importante principio dei “vasi comunicanti” secondo il quale “in recipienti collegati si ha sempre lo stesso livello di un liquido indipendentemente dalla forma e, soprattutto dalla quantità di fluido presente” in ciascuna vasca
Ignorando spesso il principio di Archimede crediamo che certe “immersioni” possano avvenire senza che il livello salga, o senza che vi siano “spinte” dal basso verso l’alto. In realtà, invece, esistono sempre delle reazioni automatiche, rese oggi più complesse e più attive dal crescente  ritmo di sviluppo della nostra società.
Tante vasche immerse nella vasca madre: tutte tendono e si stabilizzano al livello più basso. E’ una legge di natura. Così abbiamo potuto registrare colossi politici che non sono riusciti a sollevare le sorti di Sabaudia perché ovunque e comunque gli elementi e le situazioni si rimescolano, si livellano e condizionano concetti tradizionalmente ben definiti relativi alla cultura, all’economia, alla tecnologia  e alla politica.
            Sabaudia, 19.09.2007                                                                         Antonio Bencardino

Due sindacalisti – Due Miti – Due profonde delusioni

Il movimento politico sindacale è nato per ridurre (non potendolo impedire) lo sfruttamento del proletariato da parte dello stato e dare più potere economico ai lavoratori. Principale strumento: lo sciopero generale, riconosciuto come lotta pacifica e legale.
Già lo sciopero generare! Ma chi può portare in  piazza due, tre milioni di persone per dimostrare il proprio dissenso? Possono farlo coloro che di chiacchiera in chiacchiera, di conferenza in conferenza, di sciopero in sciopero, riescono a catturare l’attenzione e il rispetto dei lavoratori, struttura portante dell’economia, e dei parlamentari, rappresentanti dello stato. Dei lavoratori perché ripongano in loro la fiducia richiesta: fidatevi di me, fidatevi del sindacato e avrete tutelati i vostri interessi, i vostri diritti di lavoratori, le vostre speranze. Dei politici perché vedano in loro gli unici intermediari capaci di sedare gli animi che loro stessi hanno cercato di esasperare al massimo livello.
Il gioco del tira e molla, lo studio accurato dei bisogni dei lavoratoti e delle richieste dei politici suggeriscono ai segretari dei sindacati il relativo barcamenarsi per tenere accesa la speranza nei primi e tranquillizzare i secondi. Di anno in anno la stima dei lavoratori verso il loro carismatico rappresentante e pseudo protettore aumenta. Di governo in governo la forza contrattuale dei capi dei sindacati cresce. L’appoggio ad un partito politico piuttosto che ad un altro fa la differenza. I Segretari Sindacali, usando come pedine i lavoratori, giocano con gli Scioperi Generali minacciandoli, promuovendoli, preparandoli e, spesso, annullandoli, fino a diventare dei miti. (Il filosofo F. Bacone - XVII secolo - ha avvalorato la tesi per la quale il mito nasconde in sé delle verità; il mito sarebbe perciò conoscenza, benchè di grado inferiore rispetto alla verità razionale).
Certo è che sia Franco Marini che Fausto Bertinotti, navigando nei vari mari sindacali e politici sono diventati due grandi miti. I media pensavano che una volta al governo questi due loro rappresentati di lungo corso, avrebbero finalmente visto riconosciuti alle loro categorie alcuni dei diritti sanciti dall’art 3 della nostra Costituzione: tutti i cittadini hanno pari dignità sociale…..E’  compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale  che limitano la effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese.
Marini e Bertinotti sono diventati la seconda e la terza carica della Repubblica, rispettivamente presidente del Senato e presidente della Camera dei Deputati. Che delusione: solo i parlamentari e i politici (tutti) sono soddisfatti di loro. Quanto ai lavoratori e ai pensionati non solo sono rimasti nel loro stato di bisogno e di miseria ma è stata tolta loro la speranza di accedere ad un futuro migliore attraverso la lotta sindacale. Ci volevano le denunce di due giornalisti autori del libro la Casta perché i due ex segretari sindacalisti ammettessero timidamente, con parole e concetti diversi, che i privilegi di tutti i politici hanno superato ogni limite a spese di tutti gli italiani, ricchi e poveri.
Marini nell’insediarsi al Senato ha detto “sarò il presidente di tutto il Senato e in un dialogo fermo e mai abbandonato sarò il presidente di tutti voi….”  
Bertinotti invece ha dedicato “alle operaie e agli operai”, la sua elezione a presidente della Camera. Tutto qui, di più non possono fare, perché qualsiasi intervento a favore dei lavoratori andrebbe contro la Casta di cui sono i Capi.
            Sabaudia, 18.08.2007
                                                                                                                      Antonio Bencardino

 

 

Una nuova Delegazione della Lega Navale Italiana
Abbiamo avuto notizia circa una nuova Delegazione della Lega Navale Italiana "Sabaudia - Latina" con sede in Sabaudia ed avente quali scopi quelli propri istituzionali della LNI.
Ricordiamo con l'occasione che, da oltre 30 anni, grazie alla disponibilità della Marina Militare, operano con successo e soddisfazione da parte dei frequentatori, i Centri Estivi LNI di canottaggio, canoa e vela. (M.P.)

Su Via Cesare del Piano Piccolo intervento ma grande segnale civico

       I ciclisti e i motociclisti, nonché gli automobilisti, che percorrono Via cesare del Piano, da qualche giorno corrono meno rischi rispetto all’ultimo anno trascorso. Finalmente, dopo numerose segnalazioni e sopralluoghi, è stato ripristinato l’asfalto sul tratto di strada pieno di buche e dislivelli che si sono accentuati nel tempo in relazione agli interventi effettuati per gli allacci di acqua, gas, elettricità e telefoni da parte di ditte appaltatrici, a dir poco, non professionali e non controllate.  Altri due piccoli interventi sulla stessa Via hanno quasi azzerato, provvisoriamente, due pericolosissimi dossi, a breve passo, createsi per il cedimento del suolo stradale.
Minimi interventi per migliorare la sicurezza non solo dei residenti a Sabaudia Nord ma anche di tutti coloro che attraversano Via Cesare del Piano diventata ormai un’arteria di intenso traffico.
Grazie Signor Sindaco, grazie Signor Assessore ai Lavori Pubblici per aver disposto questo piccolo intervento che rappresenta per noi abitanti un grande segnale perché attesta la presenta delle Istituzioni in questo nostro quartiere per decenni abbandonato al suo destino di “lontana” periferia.
Grazie dall’abitante in Via Cesare del Piano Antonio Bencadino.
            Sabaudia. 4 Agosto 2004

 

L’Apparire sorpassa l’Essere e l’Avere
- di Antonio Bencardino -

Sabaudia, 16.07.2007 

Nel mondo antico, le rappresentazioni delle categorie sociali erano raffigurate secondo Schemata. Ogni categoria aveva la sua specifica caratterizzante Schemata, per cui un conflitto tra questi  poteva portare alla luce anche il conflitto sociale e politico. Il rapporto tra apparire ed essere, fu un nodo estremamente controverso nella vita culturale del V e IV secolo a.C. Tale rapporto rappresenta, oggi, una sensazione di pericolosa attualità, come scrive Maria Luisa Catoni nel suo libro sulla Schemata. I media del nostro tempo, privi di controllo etico, veicolano codici violenti e di standardizzazione politica, pensando a modo loro quanto attiene la certezza nello Stato.

Nel nostro mondo c’è davvero tanta confusione. Ad esempio la Schemata specifica dei politici comprende due sotto-Schemata: quella dei politici all’opposizione e l’altra dei politici al governo.

La prima appare costituita da persone illuminate che non solo conoscono tutti i problemi che assillano la società ma possiedono anche le formule risolutive per ognuno di essi. Coloro che sono al governo, invece, non riescono a vedere chiaro e brancolano nel buio.

Escono alla luce solo allo scadere del loro mandato. L’opposizione sa ad esempio che è necessario ridurre le spese politiche. Troppi Senatori, troppi Deputati, troppe macchine blu, troppi benefit, troppi viaggi aerei, eccetera a favore di parlamentari, consigli regionali, consigli provinciali, consigli circoscrizionali e consigli comunali. Eccessive spese di rappresentanza e troppi Enti inutili. Rilevare il da farsi è prerogativa esclusiva dell’opposizione. Come se  all’opposizione ci siano ottimi medici che scoprono le più strane e atipiche malattie ma che non possono curare per mancanza di mezzi. I mezzi sono nelle mani del governo, ma purtroppo, non sa usarli. D’altra parte qualora tutte le malattie venissero sanate i medici resterebbero disoccupati!

Il governo può fare approvare una legge sulla riduzione dei parlamentari. Con la mente e il cuore offuscati dal potere la legano ad una pesante zavorra, in modo da dare all’illuminata opposizione la possibilità di promuovere e far vincere un referendum abrogativo. Così tutto rimane come prima, con gli Italiani  più poveri per le spese sostenute sia per fare  che per abrogare  la medesima legge (v. legge pubblicata nella G.U. n. 269 del 18 novembre 2005 e abrogata dall’ultimo referendum  l’estate scorsa). L’opposizione di allora pur riconoscendo la validità della modifica costituzionale, riferendosi alla zavorra, la bocciò con la promessa di proporla migliorata.  Durante la campagna elettorale la riduzione dei parlamentari fu presentata come una priorità assoluta mettendo, finalmente, d’accordo sia i componenti del governo che quelli dell’opposizione.

Ad urne chiuse gli ex oppositori sostituiscono i governatori e viceversa. Il potere opera sul nuovo governo, costituito da ex illuminati, oscurandone opportunamente le menti. Con l’arte dell’apparire coerenti e fedeli alle promesse fatte, i Senatori Salvi e Villone presentano un Disegno di Legge che contempla la riduzione di ben 360 parlamentari contro i 177 bocciati dal referendum. Essendo i due illustri personaggi passati dall’area illuminata dell’opposizione a quell’offuscata del governo, legano la proposta legislativa ad una pesantissima zavorra “la soppressione delle province italiane”, ben sapendo  che il Disegno di Legge rimarrà tale per sempre. E come si potrebbe arrivare ad abrogare le province in un periodo in cui gli stessi parlamentari ne propongono l’aumento di numero? Ne conseguirà che la riduzione dei parlamentari nemmeno questa volta vedrà la luce. I politici recitano infatti l’unica cosa che per loro conta è l’apparire saggi, determinati, onesti e protettori del popolo.

Al di là dell’apparire comunque resta l’Essere. La società può anche soggiogarci con messaggi a 360 gradi; l’insofferenza, la ricerca di altro, il bisogno di risposte, sono chiari sintomi che non è l’apparire quello che ci serve, ma l’essere. Ma “essere” non è semplice come “apparire”. Non bastano quattro sedute in palestra, quattro lampade il  mese, creme anticellulite e interventi di chirurgia plastica per Essere. Non basta avere l’ultimo modello di video cellulare da migliaia di euro, la Rolls-Royce, la Lancia Thesis o altre cose d’alto valore commerciale per Essere. Essere è difficile, perché presuppone uno studio ulteriore dei propri limiti, caparbietà, apertura mentale ed umiltà. Alcune categorie decisive della sapienza politica classica possiamo comprenderle deducendole anche da un vaso antico, o da un rilievo o da una statua, grazie alla Schemata.

La nostra sapienza possiamo tramandarla attraverso la nomenclatura d’alcune Vie  e di qualche aula parlamentare, come quella del Senato della repubblica, dedicata ad un giovane colpito a morte durante una dimostrazione contro l’ordine costituito.                                                                                                                  

 

TEMPO DI SEMINA

- di Antonio Bencardino -

Sabaudia, 21.06.2007

Bisognerebbe istituire “un Ministero del Disturbo, una fonte istituzionale di scompiglio, uno scardinatore del tran tram e del compiacimento”. Non è una idea balzana  o una provocazione, conferma Armando Massarenti, John Dewey, filosofo e pedagogista statunitense, dice sul serio.
Un simile Ministero lo abbiamo visto all’opera, e in piena efficienza a Sabaudia, in occasione delle ultime elezioni amministrative, in  particolare al primo turno di domenica 27 Maggio.
I seggi elettorali e gli spazi circostanti sono stati gestiti come “bancarelle improvvisate” destinate al “baratto” di cose non ben definite, che  rappresentavano però un valore importante per ciascun elettore. Facsimili elettorali, accompagnati da velate minacce, venivano infilati nelle mani di ignari elettori che si erano recati alle urne solo per senso civico. Pressioni psicologiche venivano esercitate nei modi più “democratici” Ad esempio è molto democratico trovare nei pressi dei seggi un medico che sfoglia  l’elenco dei “pazienti”, assistiti sanitari……gli iscritti. Purtroppo non c’erano veterinari  con gli elenchi degli imprenditori che operano nella zootecnia e non perché gli animali non votano, perché le aziende erano state già visitate!
Il Disturbo al voto è stato imperante a Sabaudia, seppure in assenza del relativo Ministero proposto da Dewey.
Abbiamo visto di tutto: dal volantinaggio selvaggio ai volantini anonimi, alle effige di candidati, appartenenti ad importanti Istituzioni, esposte sui bidoni della spazzatura, dalle minacce esplicite alle conseguenti denunce. Al ballottaggio il Disturbo è diminuito ma ha continuato la sua opera.
L’epistemologo austriaco Karl Popper sostenne che “Le elezioni non servono per decidere chi comanda ma per esprimere un giudizio sul governo precedente”. I cittadini hanno espresso il loro giudizio. Alessandro Maracchioni è stato eletto Sindaco della città di Sabaudia con un margine di poco meno del 13%. Siamo entrati nella stagione Maracchioni.
Molti i campi, approntati durante la campagna elettorale, su cui seminare ed operare. In primis quello sociale che esce offuscato e massacrato dalle lotte intestine e dai personalismi. Il territorio lasciato alla deriva, senza regole e senza programmi. Il campo del turismo pigro e senza attrattive. Lo sport che brilla di luce propria grazie alle istituzioni militari e paramilitari e a qualche finanziatore privato (sponsor). Tutte le Associazioni sportive operano, al limite delle possibilità, nella cosiddetta città dello sport. La trasparenza e l’efficienza particolarmente eclissati. Insomma in tutti i campi: dall’agricoltura all’ambiente, dalla sanità alla sicurezza, dalla scuola alla cultura, dalla viabilità al demanio, dai trasporti all’occupazione, dalla casa al territorio al turismo, dal pubblico al privato, c’è molto da fare. Come dice il neo sindaco, “Oggi Sabaudia ha bisogno di volare in alto, ma per fare ciò occorre voltare pagina e restituire alla nostra città dignità e prestigio”.
La democrazia non si esaurisce nel momento del voto. Dewey asserisce che “le capacità innovative della democrazia dipendono dalla sua capacità di includere un numero sempre maggiore di soggetti nella gestione diretta dei problemi che li riguardano”.
Certo non è facile fare uscire la città dalla grande crisi che attraversa. La democrazia non si esaurisce nel momento del voto, ma deve costituire un insieme mobile di procedere di procedure attraverso le quali mettere i cittadini nelle condizioni di affrontare direttamente i problemi che li riguardano. Il Leader Marcchioni ha a disposizione in primis la Giunta , il Consiglio e suoi Assessori. Seguono i funzionari, gli impiegati  e gli operatori, a tutti i livelli, che  compongono la macchina comunale. Poi si allarga lo sguardo su tutti i Cittadini dei quali Alessandro Maracchioni si è più volte dichiarato sindaco.Il  sindaco è il capo del Team di governo della città, in lui gli elettori hanno posto la propria fiducia.  Egli, con l'incarico di capo, deve sentirsi in dovere di agire sempre con diligenza e perizia e in obbligo di vigilare sulla diligenza e la perizia amministrativa di tutti i componenti il consiglio, indipendentemente dal fatto che abbiano incarichi di governo (maggioranza) o di controllo (opposizione). La reciproca vigilanza tra i componenti di una squadra è sempre salutare perché pone rimedio agli eventuali errori. Per rispettare la volontà degli elettori maggioranza ed opposizione devono lavorare in sinergie per il bene dei cittadini. Le capacità individuali, i talenti personali, possono emergere solo se tutti i componenti della squadra che si chiamerà “Consiglio Comunale”, “Giunta Municipale”, Commissione per…..”, ecc., lavorino  di concerto, in ruoli compensativi e non in ruoli opposti.
Un’idonea squadra di governo i programmi li propone e li attua nel corso della propria legislatura e passa il testimone, se necessario, per quelle attività di più largo respiro.
Presto partirà la semina da parte della Squadra Maracchioni nei vari settori. I cittadini incominceranno a raccoglierne i frutti e fra cinque anni decideranno se premiare il Sindaco e la sua Squadra confermandoli al governo oppure girare nuovamente pagina. Auguri Signor Sindaco, auguri a tutta la squadra, auguri alla splendida città di Sabaudia.

 

AL COMUNE DI SABAUDIA

Alessandro Maracchioni vince il ballottaggio 
ed é il nuovo Sindaco di Sabaudia

Complimenti vivissimi a lui ed a quanti lo hanno sostenuto nella difficile campagna elettorale

In prima linea il Comandante Antonio Bencardino

Vice Sindaco e Assessore alle Politiche e Opere Pubbliche: Maurizio Lucci (Alleanza per Sabaudia);
Assessore alle Politiche di Attività Produttive ( commercio, artigiano e industria) Rita Bartolini (UDC);
Assessore alle Politiche Sociali Ceci Ermenuando ( Alternaite per Sabaudia lista Mussolini)
Assessore alle Politiche Economiche (Bilancio) Gabriele Iodice ( F.I.)
Assessore alle Politiche dell’Istruzione (Scuola) Felice Pagliaroli ( Lestra)
Assessore alle Politiche dell’Urbanistica Antonio Mantuano (UDC)
Saranno successivamente consegnate Deleghe sia interne che esterne. Tre novità per i consiglieri, Zappalà Stefano e Chiarato Alberto per Forza Italia, mentre per Alleanza per Sabaudia un nome nuovo nel campo politico sabaudiano, Fogli Giovanni Pietro.
Fissato per il prossimo 2 luglio il primo Consiglio Comunale dove avverrà la nomina del Presidente e di due Vicepresidenti del Consiglio Comunale, non escludendo la possibilità che a ricoprire una delle cariche sarà un membro dell’opposizione. La presenza di due vicepresidenti è una novità per Sabaudia visto che ha superato i 15.000  abitanti.

Risultati elezioni amministrative. 
Ballottaggio tra Schintu e Maracchioni

  Sabaudia - Nonostante sia stata buona la percentuale dei votanti pari al 79,28% dei 14.938 votanti aventi diritto. si dovrà andare al ballottaggio.
Le sezioni erano quindici dislocate su tutto il comune di Sabaudia, decisive le sezioni di Bella Farnia e San Donato.
Adesso il tutto è rimandato al...ballottaggio che si terrà il 10 e 11 giugno tra Alessandro Maracchioni (F.I) con 38,23%, contro Salvatore Schintu (AN) 31,58%.

 

(Antonio Bencardino)

Abbiamo avuto l'occasione di leggere alcune  idee e quesiti posti dal Comandante Antonio Bencardino  sulla situazione di Sabaudia oltre che sul piano politico sulle impostazioni che dovrebbero essere date dalle amministrazioni comunali e provinciali.
Dobbiamo chiedere scusa ai nostri  lettori per il ritardo nella pubblicazione del pensiero di Antonio Bencardino un personaggio che da oltre 25 anni  ha sempre lavorato nel sociale battendosi per difendere i diritti dei cittadini, nei comitati di quartiere,nelle organizzazioni di volontariato. Il tutto improntato ad onestà e validità propositive.  

CHIARIMENTI

PER GLI ABITANTI DI SABAUDIA NORD
Saputo della mia candidatura a consigliere municipale alcuni abitanti del mio quartiere mi hanno chiesto: qualora non eletto, darai la tua disponibilità per ritornare, eventualmente, alla presidenza del Comitato?  

La prima risposta è stata: non lo so!
Riflettendo però ho maturato la risposta, che è:  NO.

La riflessione mi pare lucida: se i cittadini non mi votano per eleggermi loro rappresentante nel Consiglio Comunale vuol dire che non hanno fiducia in me e allora perché imporre loro la mia presenza  sotto altre vesti e con meno possibilità di operare a favore del quartiere e della collettività?
                                                                        Io amo i fatti non le chiacchiere.
A tale proposito riporto le azioni da me intraprese, verso l’Amministrazione Comunale, a favore del nostro quartiere, quale semplice cittadino prima, e come Presidente del Comitato Promozionale Permanente Sabaudia Nord “COPPESAN”, dopo l’istituzione del Comitato di quartiere. Se hai fiducia nel Comandante
                                                 Antonio          BENCARDINO 
                                  VOTA:      Forza Italia
                                                                               SCRIVI:  BENCARDINO
                                                                                                             per
                                                          sindaco MARACCHIONI

- - - - - - - - - - -AZIONI DI BENCARDINO VERSO L’AMMINISTRAZINE COMUNALE
(
documentazione disponibile su richiesta)

QUALE SEMPLICE CITTADINO:

Data

Oggetto

Destinatari

25.05.2004

 

Nota sulle varianti in corso d’opera che trasformano lavatoi condominiali in attici

Presidente Consiglio Comunale

02.03.2005

Petizione sulla Concessione XXI – Via Cesare del Piano (firmata da 53 residenti)

Sindaco e Assessori Urbanistica e Territorio

23.11.2005

Petizione per la ristrutturazione del Palazzo delle Poste di MAZZONI (firmata da 603 cittadini)

Sindaco di Sabaudia
Presidente Regione Lazio

02.01.2006

Richiamo alle leggi sull’urbanistica, non rispettate, in Sabudia Nord

Assessori Lavori Pubblici e Urbanistica

20.02.2006

Risposta  e preoccupazione espressa al Sindaco sul Palazzo Postale per fondi assegnati e non impiegati

Sindaco

04.03.2006

Assemblea pubblica presieduta dal Sindaco, presenti gli assessori ai Lavori Pubblici,  all’urbanistica e all’ambiente, nonché i Tecnici

Responsabili.

Tutti i cittadini intervenuti nel Centro Polifunzionale in Via delle Mimose

15.06.2006

Sollecito azioni per attività promesse nell’assemblea pubblica del 4 marzo 2006

Sindaco – Assessori  e uffici interessati

 

QUALE PRESIDENTE DEL COMITATO DI QUARTIERE “COPPESAN”:

08.09.2006

Istituzione del Comitato di Quartiere

(La stampa accende i riflettori sul nostro quartiere)

Gli abitanti che hanno aderito

01.12.2007

Concorso scolastico a premi sullo Statuto del Comune di Sabaudia (articoli 36 e 37)

Gli studenti Medi-superiori – ultime classi elementari

25.01.2007

Rinnovo richiesta interventi urgenti quartiere Sabaudia Nord - zona167, non attuati dalla amministrazione sfiduciata

Commissario

Prefettizio

24.04.2007

Premiazione concorso scolastico e assegnazione Attestato di Partecipazione

Vincitori e studenti interessati

27.04.2007

Bencardino si dimette da Presidente del Comitato di quartiere e si candida a Consigliere Comunale - Forza Italia - sindaco Maracchioni

GLI

ELETTORI

 

Egregio Dr. Salvatore SCHINTU
Sindaco Città di Sabaudia
La presente Petizione è composta da                                       Consiglio Comunale Città di Sabaudia
N 10 fogli e n. 19 pagine con 603 firme                                   e, per conoscenza:
Presidente Regione Lazio

Acquisita al protocollo di Sabaudia il 23 NOV 2005

OGGETTO:     PETIZIONE PRO-CONSERVAZIONE DESTINAZIONE D’USO PALAZZO
                        DELLE POSTE DI MAZZONI NELLA CITTA’ RAZIONALE DI SABAUDIA

L’architettura razionalista che, settanta anni fa, diede vita alla Città di Sabaudia ha reso la Città Pontina universalmente famosa e attraente per studiosi e turisti.
In sede di progetto gli Autori ritennero razionale dotare la neocittadina di:
- Palazzo Comunale;                                       - La Torre Civica;
- Hotel Sabaudia al Lago;                                - Il Palazzo delle Poste;
- La Caserma dei Reali Carabinieri;                 - L’Ospedale e l’Opera Nazionale Maternità Infanzia;
- Il Mattatoio, il Serbatoio Idrico, il Campo Sportivo, il Mercato Coperto e altre opere minori.
Girando per la Città si può notare che alcune delle strutture di fondazione non esistono più o, nella migliore delle ipotesi, hanno cambiato destinazione d’uso.
Architettura razionale significa architettura rispondente a criteri di funzionalità fondata su un ragionamento rigoroso e sistematico che mette al primo posto le esigenze quotidiane dei Cittadini.
E’ obbligo morale degli Amministratori Comunali in carica conservare, e migliorare se possibile, l’architettura e la destinazione d’uso degli immobili costruiti e destinati, razionalmente, alle varie funzioni per soddisfare i bisogni degli abitanti.
All’inizio del Suo mandato Signor Sindaco, al di là di ogni considerazione sul Piano Economico Finanziario e di Bilancio, molti cittadini accettarono di buon grado il ripristino architettonico dell’impianto di illuminazione del centro-città e della “Vittoria Marciante” di Nagni-Vecchi, posta sopra l’ingresso del Palazzo Comunale.
Oggi i Cittadini sono preoccupati per l’iniziativa che ha portato l’ufficio postale fuori del proprio ambiente razionale con la prospettiva di trasformare la struttura in una passività per la Città.
La Città se davvero è razionale deve conservare per quanto possibile le proprie originalità.
Ci rivolgiamo  a Lei, Signor Sindaco, perché il Palazzo delle Poste, con tutti i suoi spazi originali possa continuare a vivere come struttura attiva, aggiornata negli arredi per consentire un miglior uso da parte degli utenti in attesa del proprio turno. Il Palazzo delle Poste deve continuare a vivere sentendo il calpestio dei suoi utenti, il rumore dei soldi che in esso transitano in un sistema unico con la Città. Solo tenendolo in vita i visitatori, italiani e stranieri, possono visitarlo come organismo vivente, se non per altro, per acquistare i francobolli e gli altri prodotti postali. Sicuramente sarà più visto, ammirato e frequentato conservando la funzione d’uso di Ufficio Postale attivo anziché come Ex Ufficio Postale, Museo od altro. Per la memoria ci sono già due Musei: quello Greco e il Museo del mare. I residenti hanno bisogno di servizi razionali così come li intravidero, con profonda lungimiranza, i progettisti della Città di Sabaudia, razional-futuristi.
Signor Sindaco, Consiglieri, tutti, non assumetevi la responsabilità storica di smembrare ulteriormente la Città Razionale che tutto il mondo ammira e ci invidia.
                     FIRMA LEGGIBILE                                                         RESIDENZA LEGGIBILE

SEGUONO 603 (seicentotre) FIRME

Dott. Salvatore Schintu Sindaco Città di Sabaudia Propria sede

innanzitutto desidero ringraziarLa, anche a nome di alcuni firmatari della petizione pro palazzo postale, per la Sua cortese attenzione riservata alla mozione civica relativa alla ristrutturazione del palazzo e al ripristino della sua destinazione d’uso.
Personalmente ho accettato l’irreversibilità della destinazione d’uso ad ufficio postale. Sono rimasto però molto amareggiato nel constatare l’avanzato degrado dell’importante struttura in occasione del sopralluogo che Lei gentilmente ha voluto concedermi ed accompagnarmi. L’amarezza è scaturita soprattutto dalla considerazione che nel corso degli anni, né l’amministrazione comunale e né i direttori dell’ufficio postale, abbiano sentito la necessità di esercitare la forza istituzionale, verso il Ministero delle Poste, affinché venisse almeno garantita la manutenzione ordinaria che compete ad ogni struttura aperta al pubblico.
Lo stato di degrado del palazzo mi ha colpito perché sono convinto che tutto quanto esiste nel territorio italiano rappresenta un bene della nazione, dei cittadini e, quindi, anche mio. Sono altrettanto convinto che lo Stato nel corso degli anni ha dettato, attraverso le leggi e i regolamenti, le disposizioni relative alla conservazione dei beni strutturali e strumentali. Mi è difficile accettare che il Ministero delle poste abbia potuto abbandonare qualsiasi intervento di manutenzione, lasciando i locali in condizioni invivibili senza patire alcuna persecuzione legale ed amministrativa.
Il comune di Sabaudia è stato soccombente per tanti anni, ma perché? Difficile dare una risposta esaustiva! I danni del passato sono generalmente riconducibili alla mancata applicazione di una norma. Purtroppo, però, né automatica e né facile è l’individuazione dei reali responsabili dei danni per aver disatteso la norma.
I processi sono comunque inutili, perciò è meglio pensare al futuro.
La documentazione che gentilmente  ha voluto mettere a disposizione dei firmatari della petizione, in un certo senso mi fa superare l’amarezza perché il progetto della ristrutturazione del palazzo Mazzoni è stato non soltanto tracciato ma anche finanziato.
In realtà, in relazione al cronoprogramma di cui al foglio n. 134542, in data 17.11.2005, della regione Lazio, l’inizio dei lavori dovrebbe essere imminente al punto che, in gran parte, graveranno sui fondi regionali , bilancio 2005.
Senza alcun dubbio la destinazione d’uso è legata al progetto di ristrutturazione interna. La speranza mia e di molti altri cittadini è quella di vedere lo storico palazzo, riportato al vecchio e rinnovato splendore e posto a disposizione di tutti i cittadini di Sabaudia e non solo.
La nostra bella città definita dell’arte (architettonica), della natura e dello sport, è diventata un bene che varca i propri confini, oserei dire mondiale. L’architettura razional-futuristica e gli sport nautici sono, senza dubbio, i due principali pilastri che hanno internazionalizzato la fama di Sabaudia.
La summer school ha contribuito e, se ben gestita, contribuirà sempre più ad esportare i tesori nascosti della città pontina.
Quale destinazione d’uso migliore di sede dell’archivio storico della città di fondazione e della biblioteca comunale? La biblioteca e l’archivio storico renderebbero al palazzo visibilità e vitalità al massimo livello.
Non solo gli studenti, gli amanti della lettura, dell’informatica e della ricerca storica, ma anche i cittadini del mondo in trasferta potrebbero varcare le soglie del palazzo monumentale e respirare aria di ottimismo. Il gruppo dei giovani architetti Cancellotti, Montuori, Piccinato, Scalpelli, e per il palazzo in discussione Mazzoni, progettarono la città con grande ottimismo e sono stati premiati dalla fama raggiunta.
Suddetta destinazione d’uso “di polo culturale” fu acclamata anche dalla commissione del progetto di Sabaudia Multimedia, presentato e discusso nella sala consiliare del comune nel 1996.
Si, Signor Sindaco, sono profondamente convinto che il palazzo delle poste potrebbe diventare davvero un polo di attrazione esclusiva e universale perché aperto, più a lungo possibile nell’arco delle 24 ore, a tutte le persone che, per caso, per programma varcano i confini territoriali  e a tutti coloro che  orgogliosamente vi abitano.

Sabaudia, 20 febbraio 2006                                                               Antonio Bencardino    

SALVIAMO L’UFFICIO POSTALE MAZZONI,
PILASTRO CENTRALE DELL’IDENTITA’ DI SABAUDIA
Il 23 novembre 2005, è stata consegnata al Sindaco di Sabaudia Dr. Salvatore SCHINTU e al Presidente della Regione Lazio Dr. Piero MARRAZZO, “La Petizione Pro-conservazione Destinazione d’uso Palazzo delle Poste di MAZZONI nella Città Razionale di Sabaudia”.

Molte sono state le azioni d’occulto disturbo alla raccolta delle firme. Alcuni operatori del mondo commerciale e della ristorazione, condividendo l’iniziativa, avevano accolto con entusiasmo di tenere presso di loro il foglio per la raccolta delle firme. A distanza di qualche settimana la petizione veniva usata politicamente e gli operatori spostarono la loro attenzione dall’azione civica all’opportunità di continuare o no la raccolta delle firme e accettare i riflessi negativi nell’esercizio delle proprie attività. Diversi fogli sparirono e con essi sparirono molte firme. Un sistema tutto italiano che impedisce, di fatto, la partecipazione democratica degli abitanti alla vita della Città.
L’ufficio è stato progettato per una popolazione futura di 20 mila abitanti per i quali erano stati  realizzati dieci sportelli. In realtà il 50% degli sportelli sono rimasti sempre inutilizzati. In presenza dell’aumentaѴa popolѡzione iѮvece di aprͩre gli altri sportelli sono stati chiusi quelli già aperti. E’ davvero stravolgente!
Le Poste Italiane sono diventate Azienda ma il nuovo Ente è sempre sotto lo stesso tricolore. Questa nostra realtà locale eleva il problema poste di Sabaudia ai quattro livelli di responsabilità e di potere fino a farli coesistere: comunale, provinciale, regionale  e nazionale. (Con uno spirito più universale ci si potrebbe spingere anche al livello Europeo se non mondiale giacchè il marchio è stato esportato nel mondo attraverso mostre itineranti, la summer school, internet, eccetera).
Tutti I Consiglieri Comunali in carica avrebbero dovuto pensare e agire semplicemente per il restauro e l’aggiornamento interno opportunamente mirato al numero degli utilizzatori e alle nuove tecnologie.
Occasione perduta? No, non è mai troppo tardi dal punto che la ristrutturazione va comunque fatta. E si spenderebbe molto meno conservandone l’uso come da progetto originario rispetto a qualsiasi altra trasformazione per uso diverso. Non solo, l’ex Istituto Scolastico, oggi sede delle poste, potrebbe accogliere le attività municipali (l’ufficio anagrafe per esempio) dislocate nella struttura privata 

Antonio Bencardino

A TUTTI GLI ABITANTI DI  SABAUDIA NORD

Sono il Comandante Antonio Bencardino.
Come semplice cittadino ho sempre invocato il rispetto delle norme.
CON POCHI RISULTATI!
Il nostro quartiere  è stato costruito in modo selvaggio, senza il rispetto delle leggi e delle norme che regolano l’edilizia e l’urbanizzazione. 
Noi, solo noi abitanti ne paghiamo le conseguenze!
Come Presidente del Comitato di quartiere ho cercato di sollecitare Sindaco ed Assessori competenti ad interventi mirati a salvaguardia della sicurezza.
NON SONO INTERVENUTI!
Ho parlato, ho scritto, ho telefonato, ho organizzato assemblee pubbliche e petizioni per far rispettare le norme, ma
NON CI SONO RIUSCITO!
Piccole cose, del tutto insufficienti, le abbiamo ottenute dal Commissario Prefettizio.

La mia candidatura a consigliere è maturata sull’ onda della disperazione.
Ho cessato di rappresentarvi come Presidente del Comitato di quartiere perché in tale veste ho registrato assenteismo, nei nostri confronti, da parte delle Istituzioni. 
SOLO VOI POTETE DECIDERE SE DOVRO’ RAPPRESENTARVI NEL CONSIGLIO MUNICIPALE.
Sono un viso nuovo alla politica
ma non ai Problemi Sociali

Sono nella lista di Forza Italia
 Per
SINDACO MARACCHIONI
Se mi conosci e mi stimi VOTAMI!
Se non mi conosci e ti fidi VOTAMI!
IL 27 e 28 MAGGIO
Vota

SCRIVI: BENCARDINO
PER IL RISPETTO DELLE NORME E L’EQUITA’ SOCIALE
CI RIUSCIRO’?
COL VOSTRO AIUTO SI
                                                                                                                   

27 e 28 MAGGIO
Sindaco Alessandro MARACCHIONI

IO
COMANDANTE

ANTONIO BENCARDINO

  

VOLONTARIO SOCIALE

 

VOGLIO IL TUO VOTO PER ESSERE ELETTO 

“CONSIGLIERE MUNICIPALE”

PERCHE’

NELLA VITA MI SONO SEMPRE BATTUTO PER 

IL DIRITTO – L’ETICA – LA DIGNITA’ – LA GIUSTIZIA 
E L’EQUITA’ SOCIALE 

SOLO IL RISPETTO DELLE REGOLE PUO’ GARANTIRE UN BUON GOVERNO

SE MI CONOSCI E MI STIMI      VOTAMI!

SE NON MI CONOSCI E TI FIDI        VOTAMI!

Antonio BENCARDINO     -      FORZA ITALIA

FORZA SABAUDIA

SINDACO ALESSANDRO MARACCHIONI

Tel. 0773518268 – 3401437665

E-mail: tbenca@tiscali.it

POLITICA CONDOTTA NON CONTRO ......
            LEADER: AUTORITA’ E POTERE (22.2.2007)
            LISTE CIVICHE
            LETTERA APERTA AGLI ABITANTI DI SABAUDIA NORD
            LETTERA APERTA AL DIRETTORE DI LATINA OGGI (2007)

POLITICA CONDOTTA NON CONTRO DI QUALCUNO MA PER QUALCUNO
I Sindaci, gli Assessori e i Consiglieri vengono e vanno ma le Istituzioni rimangono!

Sabaudia 22 aprile 2007

Negli ultimi due anni il tasso di litigiosità tra i politici di Sabaudia, anche appartenenti allo stesso partito, in un crescendo impressionante, ha raggiunto livelli senza limiti.
Si osservano visi tesi, preoccupati, oscurati da ciò che cova nel profondo della loro anima: sete di vittoria. Vittoria di che? Vittoria su chi? E’ difficile rispondere. Sabaudia è reduce di un governo che ha segnato la vita della città. Quasi tutti i membri della compagine del governo uscente, maggioranza ed opposizione, hanno litigato sin dal loro insediamento sugli scanni comunali.
Durante e dopo la caduta della Giunta Comunale, nessuno di loro ha mai perso di vista le elezioni successive. Non interesse per un buon governo ma voglia di appartenere ad un qualsiasi governo.
Non potrebbe essere diversamente dal punto che la litigiosità colpisce alacremente anche i partiti che da tre legislature sono collocati nella cosiddetta opposizione.
La politica divide anche nell’ambito dello stesso partito. Gli individualismi imperano. Esempi tangibili li troviamo sia nel capoluogo sia a Sabaudia. La politica per è stata trasformata in politica contro. E allora la politica non è condotta per il bene della società.
In una città di poco più di sedici mila abitanti si annunciano candidature di ben sette-otto, aspiranti sindaci: due al Centro-destra, tre-quattro al Centro-sinistra e due non espressi, pronti a saltare sul carro di chi al ballottaggio, forse grazie al loro consenso, pensano, potrà essere portato alla vittoria. Già, a Sabaudia, per la prima volta, si voterà col sistema a doppio turno, quindi entrano in funzione i doppi giochi!
Il mondo politico e quello del consumo sono vicini perché si avvalgono dei medesimi mezzi per influenzare i comportamenti dell’attore sociale. Il cittadino nella sua duplice veste  di consumatore ed elettore, utilizza il medesimo percorso decisionale tanto nell’acquisto quanto nel voto. I candidati alle elezioni sono informati di questa strana realtà e si esprimono in funzione del potere economico: manifesti, gigantografie, volantini, pubblicità sui giornali a tutta pagina, conferenze radio e televisive, eccetera. Alcuni di loro si presentano come se fosse la prima volta che si affacciano al mondo della politica, dimenticandosi di essere sulla scena da diversi anni e di avere, in qualche caso, procurato danni proprio ai cittadini che li hanno scelti come loro rappresentanti. Si dimenticano che ciascuno di noi scrive la propria storia con gli atti che compie quotidianamente. Più che tempo di programmi per loro dovrebbe essere tempo di bilanci, tempo di guardarsi indietro e fare l’autocritica. Chi non riesce a farlo non riesce a sapere chi sia realmente e difficilmente saprà darsi orientamenti politici positivi per la società presente e futura. Ogni persona che si mette a disposizione della società, deve, per semplice mandato degli elettori, curare gli interessi della collettività. E’ l’unico modo per curare anche gli interessi propri. Sulla strada bene asfaltata, bene illuminata e ben conservata ci passiamo tutti: ricchi e poveri, persone istruite e persone analfabete, elettori ed eletti.
L’interesse personale va curato perché è il motore del progresso. Esso agisce secondo il meccanismo della famosa mano invisibile, di Adam Smith, “attraverso il quale l’atteggiamento autointeressato degli individui si trasforma, inaspettatamente per gli individui stessi, in un beneficio per gli altri e per tutta la società”
L’opportunismo politico, che è la ricerca di benefici personali nello svolgimento di qualsiasi attività politica, senza nessuna considerazione per i principi ideali e morali, è cosa ben diversa dall’interesse personale.
Il medico, l’avvocato, il commerciante, il libero professionista hanno l’interesse, anzi la necessità, di nutrirsi con cibi genuini. Ma i cibi vengono dalla terra. La terra è coltivata da gente che non ha avuto il tempo di frequentare gli Istituti Superiori e le Università per istruirsi. Gli Istituti e le Università sono mantenuti con i finanziamenti provenienti dalle tasse, quindi anche dal contributo dei coltivatori. E’ quindi giusto, equo e morale che gli agricoltori, gli allevatori e tutti coloro che contribuiscono a riempire le nostre dispense di alimenti abbiano la giusta assistenza e senza inganni.
L’interesse delle Istituzioni deve essere quello di mettere gli imprenditori agricoli nelle migliori condizioni per produrre alimenti. Nelle stalle, nei campi, nelle serre, le Istituzioni possono esercitare la loro continua presenza attraverso l’emanazione semplificata di dispositivi idonei per l’applicazione  delle tecniche agricole e zootecniche e nel rispetto delle leggi regionali, nazionali, europee ed internazionali. Solo così l’interazione tra governo e cittadino è rispettata a un buon livello e soddisfa gli interessi di tutti. Lo stesso discorso è valido per le altre tipologie d’Imprese: da quell’industriale a quell’artigianale, da quella del turismo a quella della ristorazione e di qualsiasi altra attività. “Non è della benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse”, le Istituzioni devono capire gli interessi delle varie categorie che operano nel territorio e agevolarne il loro appagamento.
Non lasciamoci contagiare da processi emotivi che tendono al ribasso politico, perché come dice Smith: “Per quanto egoista si posa ritenere l’uomo, sono chiaramente presenti nella sua natura alcuni principi che lo rendono partecipe delle fortune altrui, e che rendono per lui necessaria l’altrui felicità, nonostante da essa egli non ottenga altro che il piacere di contemplarla”.
Certamente se i politici s’interrogassero di più sui motivi che li hanno spinti a scegliere la politica come attività principale, si farebbero meno illusioni sull’apprezzamento che desidererebbero ottenere e che non ottengono e per ottenerlo condurrebbero la politica per qualcuno e non contro di qualcuno.Il politico, giunto al governo, deve proteggere la dignità di tutti, non solo quella di alcuni!       Sabaudia, 22 aprile 2007      Antonio Bencardino

CHI SARA’ IL PROSSIMO SINDACO DI SABAUDIA? (12.7.2006)
Caro Direttore,
trovo interessante, davvero interessante la domanda che pone sul futuro sindaco di Sabaudia.
Considerando però che i cittadini sono la prima fonte d’ogni potere e sono i primi a giovarsi o dolersi delle scelte, giuste o sbagliate, degli amministratori e, per tanto, i migliori giudici del loro operato, indirizzerei l’attenzione dei lettori non sul nome del futuro sindaco bensì sulla sua identità  civile, morale, sociale, operativa, comportamentale, eccetera.
La specificità della domanda dovrebbe essere tale da attendersi quante più risposte possibili atte a tracciare l’IDENTIKIT. Di là dai giochi politici e dei partiti, è prioritario tracciare l’Identikit del Sindaco di cui Sabaudia ha urgente bisogno.
In Concreto non interessa la fisionomia del candidato Sindaco, né interessa la parte politica alla quale appartiene.
E’ invece fondamentalmente importante che abbia le giuste qualità, tali da fargli attribuire:
         . la coscienza di assumere la Costituzione come faro;
         . la convinzione di dover garantire le pari opportunità dei cittadini;
         . la capacità di dirigere ogni azione, prioritariamente, verso il bene della comunità residente che affonda le proprie radici nella città di fondazione;
         . il discernimento che la certezza del diritto è il cardine della democrazia;
         . la lungimiranza di tutelare l’ambiente quale presidio di civiltà e umanità, armonizzando la crescita economica con lo sviluppo sostenibile;
         . la lucidità di considerare il Comune centro naturale d’aggregazione civile e di arricchimento dell’identità dei cittadini;
         . la chiara interpretazione del nuovo termine “Sussidiarietà”, vale a dire: tutto quello che può essere fatto e deciso a livello più basso, è meglio che avvenga a quel livello, per una maggiore vicinanza e una più immediata rispondenza fra Cittadini e Istituzioni.
Insomma i cittadini dovrebbero contribuire a scrivere il miglior curriculum ipotetico, ovvero l’identikit del futuro Sindaco teorico per poterlo confrontare con quello reale che apparirà in ciascun candidato col proprio nome e cognome e, conseguentemente, votare per quella persona che più risponde alle esigenze della città. Difficilmente l’identikit ipotizzato e costruito troverà completa corrispondenza nei reali candidati. Si sceglierà quello che avrà il maggior numero dei tratti impiegati per la costruzione dell’identikit,  ovvero il "meno peggio".
 
Antonio Bencardino

            LEADER: AUTORITA’ E POTERE (22.2.2007)
Questo articolo è rivolto a tutti coloro che, ob torto collo, devono scegliersi un “capo”. Esso è accompagnato dal caldo invito a non farsi condizionare nelle loro scelte dalle pressioni e dagli intrighi di gruppi organizzati o dalle cordate di personaggi ambiziosi.
Secondo Francesco Alberoni ci sono due tipi di capi, di dirigenti, di leader, completamente diversi. Il primo è un vero leader che vuole il comando per realizzare un fine, un progetto, un sogno. Se posto alla direzione di un’impr