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POESIE RIFLESSIONI E RICORDI

 

POESIE

 NENTI 

1942

 

   Nascemu comu tutti
   Cu ddi pugnidda chiusi,
   Gridannu preputenti,
   Strincennu sulu "nenti".
      Muremu comu tutti,
   Chi manu abbannunati,
   Stancati, affaticati
   Di strinciri ddu "nenti"!

               - Renzo Barbera -

 

Il più bello del mare
é quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non é ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l'ho ancora detto.

- Nazim Hikmet -

 

CIRANO'

VOCI

Vivere di calcolo, ansia, paura?
Scrivere suppliche, farmi presentare?
No grazie..
Grazie, grazie, grazie, no.
.........................
Ma invece cantare, ridere, sognare,
essere indipendente  libero, guardare,
guardare in faccia la gente
e parlare come mi pare,
battermi per un si, per un no
o fare un verso        
                                         - E. Rostand -                                                                                 
Voci ideali e care
di quelli che morirono, di quelli
che per noi sono persi come i morti.
Talora esse ci parlano nei sogni,
e le sente talora tra i pensieri la mente.
Col loro suono, un attimo ritornano
suoni su dalla prima poesia della vita
come musica, a notte, 
che lontanando muore.

                         - Costantino Kavafis -

 

 

MORTE PER ACQUA

Thomas Stearns Eliot 

Il marinaio, attento alla carta e alle scotte,
Una volontà concentrata contro la tempesta e la marea,
Mantiene, perfino a terra, nei bar e nelle strade
Qualcosa di inumano, impeccabile e solenne.
Perfino il farabutto ubriaco che discende
illecite scale posteriori, per riapparire,
Alla derisione dei suoi sobri amici,
Barcollante o incespicante per una comica gonorrea,
E' per l'abitudine al vento e al mare e alla neve,

Come loro, avendo "molto visto e molto sopportato",
Sciocco, impersonale, innocente o allegro,
Desideroso d'essere sbarbato,pettinato, profumato,
                                                       manicurato,
Tempo di martin pescatore, con una lieve dolce brezza,
Tela spiegata, e le otto vele gonfie,
Bordeggiammo intorno al capo e facemmo rotta
Dai Dry Salvages ai banchi orientali.
Un marsuino russava sui flutti fosforescenti,
Un tritone suonò l'estrema boa d'avvertimento
A poppa, e il mare ondeggiava addormentato.
Tre nodi, quattro nodi, all'alba; alle otto,
E per tutta la guardia di mattina, il vento calò;
e allora ogni cosa andò storta,
Un barile d'acqua fu aperto, odorava d'olio,
Un altro era salmastro. Poi le ganasce del boma principale
Si bloccarono, Un pennone si spaccò per niente, comprato
E pagato come buon pino norvegese. Ripescato.
E poi il fasciame prese ad imbarcare acqua,
I fagioli cotti in scatola erano solo un putrido fetore.
Due uomini si ritrovarono lo scolo; uno si tagliò la mano.
La ciurma prese a brontolare; quando un turno di guardia
Faceva tardi a cena, si giustificavano,
Si scusavano così: "Mangiare!" dicevano,
"Non si può mangiare quel che c'é da mangiare,
Perché, quando hai finito di stanare i vermi
Da ogni biscotto, non c'é tempo per mangiare"
Così questa razza insolente era arcigna, e recalcitrava;
Si lamentava anche della nave. "La sua vela a sopravvento,"
Disse uno che aveva influenza sugli altri,
"Vedrò un morto in una bara di ferro
Remare con un palanchino di qui all'inferno, prima
Che questa nave faccia vela a sopravvento."
Così la ciurma si lagnava, il mare con molte voci
Si lagnava tutt'intorno a noi, sotto una piovosa luna,
Mentre il sospeso inverno tirava e dava strappi,
Smuovendo cattivo tempo sotto le Jadi.
Poi venne il pesce infine, i mari settentrionali
Non avevano mai visto il merluzzo correre così.
Così gli uomini tiravano le reti e ridevano e pensavano
A casa e ai dollari e al piacevole violino
All'osteria di Marm Brown, e alle ragazze e al gin.
:
Io non risi.
                   Perché una strana raffica
Ci mise giù. E rinforzò la tempesta.
Perdemmo due barche. E un'altra notte
Ci vide fuggire, la vela di cappa perduta,
Verso settentrione, saltando sotto invisibili stelle.
E quando la vedetta non poté più sentire
Oltre il ruggito delle onde sopra il mare
La più aspra nota  dei frangenti su uno scoglio,
Sapemmo d'aver passato le più lontane isole settentrionali.
E allora nessuno parlò più. Si mangiava si dormiva si beveva
Caffè caldo, e facevamo la guardia, e nessuno osava
Guardare la faccia dell'altro, o parlare
Nell'orrore dell'incontenibile urlo
Di un intero mondo intorno a noi. Una notte,
Di guardia, credetti di vedere negli alberi di prua
Tre donne affacciate, con bianchi capelli
Fluttuanti alle spalle, che cantavano sopra il vento
Un canto che ammaliò i miei sensi, mentre ero
Impaurito oltre la paura, inorridito oltre l'orrore, calmo.
(Niente era reale) poiché, pensavo, ora, quando
Voglio, posso svegliarmi e chiudere il sogno.
Qualcosa che sapevamo dover essere un'alba
Una tenebra differente, fluiva sopra le nuvole,
E dritto avanti vedemmo, dove cielo e terra dovrebbero
                                                                              incontrarsi,
Una linea,una linea bianca, una lunga linea bianca,
Un muro, una barriera, verso cui procedevamo.
Mio Dio, amico, ci sono orsi lì.
Nessuno scampo. Casa e madre.
Dov'é uno shaker per cocktail, Ben, qui c'é un sacco di
                                                                      ghiaccio frantumato.
E se un Altro sa, io so di non sapere,
So solo che non c'é più rumore ora.


Fleba il Fenicio, morto da due settimane,
Dimenticò il grido dei gabbiani e la profonda risacca
                                                                      del mare
E il profitto e la perdita.
                                   Una corrente sottomarina
Gli spolpò le ossa in bisbigli. Come affiorava
                                    e affondava
Traversò gli stadi dell'età matura
 e della giovinezza
Entrando nel vortice.
                                   Gentile o Giudeo,
o tu che volgi la ruota e guardi a sopravvento,
Medita su Fleba, che fu una volta bello e alto come te.

  (da "La Terra desolata" - "The Waste Land")