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POESIE RIFLESSIONI E RICORDI

Avvenimenti vissuti dal Marinaio Speciale - E' un libro del Contrammiraglio Vito Romano speciale che ripercorre i ricordi della sua carriera che lo ha visto, giovanissimo, Comandante di motosiluranti e cannoniere. Sono ricordi vissuti da un marinaio, animato da profondi sentimenti di professionalità, serietà, attaccamento al dovere, alla Marina e dedizione ai marinai e al mare In quella particolarissima comunità che é la nave. Il libro é stato presentato per la letteratura del mare, per l'anno 2003, durante la cerimonia del Premio Nazionale del Mare 2003, 15^ edizione. E' in vendita presso la libreria "Il mare", via di Ripetta 241, Roma con sconto speciale per i soci dell'Ass. ex Allievi e Allievi " Marcantonio Colonna" e per i tesserati della Federcanottaggio. (notizie ricavate dal mensile UNUCI) 

 

POESIE

 NENTI 

1942

 

   Nascemu comu tutti
   Cu ddi pugnidda chiusi,
   Gridannu preputenti,
   Strincennu sulu "nenti".
      Muremu comu tutti,
   Chi manu abbannunati,
   Stancati, affaticati
   Di strinciri ddu "nenti"!

               - Renzo Barbera -

 

Il più bello del mare
é quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non é ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l'ho ancora detto.

- Nazim Hikmet -

 

CIRANO'

VOCI

Vivere di calcolo, ansia, paura?
Scrivere suppliche, farmi presentare?
No grazie..
Grazie, grazie, grazie, no.
.........................
Ma invece cantare, ridere, sognare,
essere indipendente  libero, guardare,
guardare in faccia la gente
e parlare come mi pare,
battermi per un si, per un no
o fare un verso        
                                         - E. Rostand -                                                                                 
Voci ideali e care
di quelli che morirono, di quelli
che per noi sono persi come i morti.
Talora esse ci parlano nei sogni,
e le sente talora tra i pensieri la mente.
Col loro suono, un attimo ritornano
suoni su dalla prima poesia della vita
come musica, a notte, 
che lontanando muore.

                         - Costantino Kavafis -

 

 

RICORDI

giugno 2001                           (a Lucio Privitera, Nino Rosa e Vittorio Pesce che non sono più tra noi)

 1949 - UN CAMPEGGIO IMPROVVISATO - TARQUINIA LES BAINS -
 (un capitolo di vita di Marcello Pesce)

 Estate 1949 – Lucio ha dato, credo, l’ultimo esame universitario prima della laurea in medicina; Nino, appena laureato sta facendo, da Sottotenente medico, il servizio militare a Civitavecchia; Vittorio, mio fratello, nato nel ’37, ha poco più di dodici anni; io ne ho meno di venti ed aspetto di presentarmi in Accademia per il corso di complemento in Marina. Un mattino d’agosto, con Lucio e Vittorio, sono a Roma Termini. Ciascuno di noi porta involti abbastanza informi: ora, desterebbero il sospetto anche del poliziotto più disattento del mondo. In questi colli vi è ben poco di utile per la sopravvivenza mentre, invece, vi sono degli oggetti che, a detta di Lucio, saranno indispensabili per l’impresa che ci accingiamo a compiere. Siamo molto in anticipo; Vittorio, a guardia dei bagagli, è sul marciapiede di un treno che partirà dopo circa un’ora e mezzo; Lucio ed io giriamo per la stazione e nelle vicinanze per trovare le sigarette che costino meno e, per le scarse finanze, ne potremo comperare solo due pacchetti.
“ Ma dove mi volete portare questo ragazzino?  Andate voi, andrò io al mare con Vittorio“; è la frase ricorrente di mia madre nei giorni precedenti la partenza. Mia nonna, dopo aver detto le sue sulle debolezze della figlia con la prole, si era chiusa in un mutismo quasi ostile, sperando con ciò di convincere alla rinuncia Vittorio; questi, nonostante il bene dell’anima per la nonna, pur dispiaciuto di tale atteggiamento, non aveva alcun’intenzione di restare a casa anzi, in lunghi conversari con Lucio di cui subiva il fascino, era prodigo di consigli per un’avventura assolutamente ignota sul piano organizzativo e per la concreta esecuzione.
Finalmente si parte: terza classe, su un “accelerato”, ora si chiamerebbe “treno locale”, con destinazione Tarquinia. Ci siamo informati e ci hanno assicurato che la stazione ferroviaria è a poche centinaia di metri dal mare. E noi al mare vogliamo andare; sul posto Nino ci ha assicurato la massima assistenza e, quindi, non dobbiamo preoccuparci più che tanto. Lucio fuma nervosamente, io un po’ meno ricordando la scarsa provvista. Mia nonna, mutismo persistente, ha preparato, per Vittorio, qualche panino. Aveva rotto il silenzio solo per raccomandargli di non “dare nulla a quei due”. Ma Vittorio è generoso e, dopo mezzora dalla partenza, avevamo fatto fuori tutte le provviste.
Verso mezzogiorno scendiamo alla stazione di Tarquinia; siamo neri di fuliggine: per l’intero viaggio, affacciati ai finestrini, ci siamo beccati tutta la produzione della vaporiera. Ci accoglie un deserto assolato che più assolato non si può. Lucio, sempre nervosamente fumante, ci ricorda il suo passato di giovanissimo internato in Kenia ove “vi era tre volte il caldo che in Italia”. Vittorio porta i colli più pesanti, io qualche altro involucro e Lucio ci precede, con direzione “mare” assolutamente non appesantito. Forse speravamo di trovare Nino ad attenderci alla stazione; avrebbe però dovuto consultare una chiromante per conoscere l’ora del nostro arrivo. Infatti la perfetta organizzazione del nostro Esercito non aveva consentito che potessimo raggiungerlo con una telefonata. Avevamo tentato con tutte le forze nell’epoca dei “non cellulari”.  “Il Sottotenente Rosa non crediamo che faccia servizio qui.” “Ah! E’ un medico, ora passo l’infermeria”. “Qui il magazzino vestiario. Chi parla?” “Ah! Ma ci dovevano passare l’infermeria” “Allora dovete richiamare” “Non può passarcela lei?” “No”. 
Siamo dunque qui sulla strada assolata e polverosa che dovrebbe portarci al mare; non c’è nessuno cui chiedere una qualsiasi informazione; abbiamo fame e sete.
Finalmente scorgiamo un qualcosa che somiglia ad una duna: il mare dovrebbe essere vicino e, infatti, accelerando il passo, saliamo sul montarozzo di sabbia e, finalmente, la spiaggia. Stremati non pensiamo ad altro che a spogliarsi ed a tuffarci in acqua in un lungo bagno che ci rinfresca ma non ci disseta. La mancanza d’acqua è un problema; Vittorio viene mandato in avanscoperta per trovare una qualsiasi sorgente, anche bar o ristorante, e sparisce all’orizzonte. Dopo circa un’ora, sempre più assetati, Lucio ed io ci consultiamo sul da farsi e, tra l’altro, non ci troviamo nemmeno d’accordo sulla direzione presa da Vittorio nell’allontanarsi da noi. Il bagaglio informe è ancora sulla spiaggia senza che nessuno abbia nemmeno tentato di cominciare ad installare il “campo”. Ormai sono circa le sei del pomeriggio e, finalmente, vediamo spuntare all’orizzonte due figure: sono Vittorio e Nino che, non si sa bene come abbia fatto, ha incontrato mio fratello. Guardiamo ansiosamente le loro mani e non ci sembra di vederle vuote: fosse un miraggio?
Vittorio e Nino portano un bottiglione d’acqua e due bottiglie di vino. Inoltre Nino ha anche una boraccetta ed uno zainetto a tracolla.
Forse siamo salvi: arrivano i rifornimenti. Oltre all’acqua ed al vino ci sono una scatoletta di tonno, due di carne ed una di acciughe sottolio. Manca l’apriscatole ed il pane; Nino è in divisa da Sottotenente e, dopo i convenevoli di rito ed i rimproveri per non averci portato granché, gli facciamo fuori rapidamente un pacchetto di sigarette e, senza nemmeno dare il minimo apprezzamento a Vittorio per il recupero dell’amico, ci accingiamo a preparare i giacigli per la notte. Fatto un rapido inventario ci accorgiamo che disponiamo di soli due teli di tenda, di quelli militari mimetici.
Nel mentre il S.Tenente Rosa, in classica posa critica, osserva la nostra alacrità degna di miglior causa, Lucio inizia a scavare una buca nella sabbia lasciando ben presto questo compito a me e Vittorio. Per trattenere la sabbia ricorriamo a piccoli rami raccolti sulla battigia ed intrecciati alla meglio. Sulla buca piazziamo in qualche modo i due teli militari e la tenda è pronta. Abbiamo una sola coperta ma Lucio assicura che non avrà freddo.
Consumiamo il primo pasto dopo aver fortunosamente aperto una scatoletta di tonno ed una di carne. Partecipa anche Nino che, ormai, in caserma a Civitavecchia non avrebbe più potuto cenare. Vittorio ci comunica che a meno di un chilometro da noi vi è un baracchino che vende generi alimentari ma che, non avendo nemmeno una lira in tasca, non aveva potuto comperare nulla. La notizia ci rincuora anche se la situazione finanziaria non è delle migliori. Nino, unico stipendiato del gruppo, oltre ad essere depredato del denaro che aveva con se, viene invitato ad ottenere un prestito da un suo collega. Il S.Tenente Rosa se ne va non molto d’accordo, nonostante un’accorata perorazione di Lucio.
Abbiamo una sola candela e due scatole di zolfanelli. Vittorio appare un po’ nervoso, è la prima volta che dorme fuori casa in una situazione logistica così precaria. Gli diamo la coperta e lui si sdraia nella “buca”. Lucio ed io spegniamo la candela e restiamo a fumare le sigarette di Nino progettando, almeno per l’indomani.
“Dove sono? Chi siete? ” Verso l’una di notte Vittorio si risveglia alla fine di un incubo ed attira la nostra attenzione. Lucio ed io lo rincuoriamo riportandolo alla realtà. Mio fratello aveva vissuto un giornata anormale ed intensa; si era impegnato forse più di noi in tutta le vicenda che gli aveva evidentemente provocato il suo crollo sul piano emotivo.
Infine ci sdraiamo anche noi nella buca e crolliamo in un sonno profondo.
Senza mai lavarsi altro che con l’acqua di mare, siamo rimasti sette giorni a Tarquinia. ormai denominata “Tarquinia Les Bains”. Alla fine, ci è dispiaciuto riempire la buca del nostro soggiorno marino.
Sono tornato quest’anno, nel mese di giugno, a Marina di Tarquinia ed ho cercato di ritrovare i luoghi del nostro soggiorno.
Forse ho trovato il ruscelletto che arrivava al mare nelle vicinanze del nostro “campeggio”.
 All’epoca l’acqua salmastra era limpida; ora è torbida ed assolutamente non allettante. In compenso sono sorte numerosissime costruzioni, generalmente seconde case; un certo numero di stabilimenti balneari non hanno nulla da invidiare a quelli dell’Adriatico.
                                                                                        Le Foto

 

MORTE PER ACQUA

Thomas Stearns Eliot 

Il marinaio, attento alla carta e alle scotte,
Una volontà concentrata contro la tempesta e la marea,
Mantiene, perfino a terra, nei bar e nelle strade
Qualcosa di inumano, impeccabile e solenne.
Perfino il farabutto ubriaco che discende
illecite scale posteriori, per riapparire,
Alla derisione dei suoi sobri amici,
Barcollante o incespicante per una comica gonorrea,
E' per l'abitudine al vento e al mare e alla neve,

Come loro, avendo "molto visto e molto sopportato",
Sciocco, impersonale, innocente o allegro,
Desideroso d'essere sbarbato,pettinato, profumato,
                                                       manicurato,
Tempo di martin pescatore, con una lieve dolce brezza,
Tela spiegata, e le otto vele gonfie,
Bordeggiammo intorno al capo e facemmo rotta
Dai Dry Salvages ai banchi orientali.
Un marsuino russava sui flutti fosforescenti,
Un tritone suonò l'estrema boa d'avvertimento
A poppa, e il mare ondeggiava addormentato.
Tre nodi, quattro nodi, all'alba; alle otto,
E per tutta la guardia di mattina, il vento calò;
e allora ogni cosa andò storta,
Un barile d'acqua fu aperto, odorava d'olio,
Un altro era salmastro. Poi le ganasce del boma principale
Si bloccarono, Un pennone si spaccò per niente, comprato
E pagato come buon pino norvegese. Ripescato.
E poi il fasciame prese ad imbarcare acqua,
I fagioli cotti in scatola erano solo un putrido fetore.
Due uomini si ritrovarono lo scolo; uno si tagliò la mano.
La ciurma prese a brontolare; quando un turno di guardia
Faceva tardi a cena, si giustificavano,
Si scusavano così: "Mangiare!" dicevano,
"Non si può mangiare quel che c'é da mangiare,
Perché, quando hai finito di stanare i vermi
Da ogni biscotto, non c'é tempo per mangiare"
Così questa razza insolente era arcigna, e recalcitrava;
Si lamentava anche della nave. "La sua vela a sopravvento,"
Disse uno che aveva influenza sugli altri,
"Vedrò un morto in una bara di ferro
Remare con un palanchino di qui all'inferno, prima
Che questa nave faccia vela a sopravvento."
Così la ciurma si lagnava, il mare con molte voci
Si lagnava tutt'intorno a noi, sotto una piovosa luna,
Mentre il sospeso inverno tirava e dava strappi,
Smuovendo cattivo tempo sotto le Jadi.
Poi venne il pesce infine, i mari settentrionali
Non avevano mai visto il merluzzo correre così.
Così gli uomini tiravano le reti e ridevano e pensavano
A casa e ai dollari e al piacevole violino
All'osteria di Marm Brown, e alle ragazze e al gin.
:
Io non risi.
                   Perché una strana raffica
Ci mise giù. E rinforzò la tempesta.
Perdemmo due barche. E un'altra notte
Ci vide fuggire, la vela di cappa perduta,
Verso settentrione, saltando sotto invisibili stelle.
E quando la vedetta non poté più sentire
Oltre il ruggito delle onde sopra il mare
La più aspra nota  dei frangenti su uno scoglio,
Sapemmo d'aver passato le più lontane isole settentrionali.
E allora nessuno parlò più. Si mangiava si dormiva si beveva
Caffè caldo, e facevamo la guardia, e nessuno osava
Guardare la faccia dell'altro, o parlare
Nell'orrore dell'incontenibile urlo
Di un intero mondo intorno a noi. Una notte,
Di guardia, credetti di vedere negli alberi di prua
Tre donne affacciate, con bianchi capelli
Fluttuanti alle spalle, che cantavano sopra il vento
Un canto che ammaliò i miei sensi, mentre ero
Impaurito oltre la paura, inorridito oltre l'orrore, calmo.
(Niente era reale) poiché, pensavo, ora, quando
Voglio, posso svegliarmi e chiudere il sogno.
Qualcosa che sapevamo dover essere un'alba
Una tenebra differente, fluiva sopra le nuvole,
E dritto avanti vedemmo, dove cielo e terra dovrebbero
                                                                              incontrarsi,
Una linea,una linea bianca, una lunga linea bianca,
Un muro, una barriera, verso cui procedevamo.
Mio Dio, amico, ci sono orsi lì.
Nessuno scampo. Casa e madre.
Dov'é uno shaker per cocktail, Ben, qui c'é un sacco di
                                                                      ghiaccio frantumato.
E se un Altro sa, io so di non sapere,
So solo che non c'é più rumore ora.


Fleba il Fenicio, morto da due settimane,
Dimenticò il grido dei gabbiani e la profonda risacca
                                                                      del mare
E il profitto e la perdita.
                                   Una corrente sottomarina
Gli spolpò le ossa in bisbigli. Come affiorava
                                    e affondava
Traversò gli stadi dell'età matura
 e della giovinezza
Entrando nel vortice.
                                   Gentile o Giudeo,
o tu che volgi la ruota e guardi a sopravvento,
Medita su Fleba, che fu una volta bello e alto come te.

  (da "La Terra desolata" - "The Waste Land")